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Enrico Pugliese
Mezzogiorno di fuga
18 Luglio 2009
Articoli del 2009
Si torna finalmente a ragionare sugli squilibri territoriali e sui loro costi umani e sociali: ciò che c’è nella parte immersa dell’iceberg. Il manifesto, 18 luglio 2009

È positivo che i mezzi di comunicazione di massa abbiano dato tanta attenzione alla pubblicazione del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. È anche positivo il fatto che, con l'eccezione de Il Giornale di Berlusconi i toni siano preoccupati. E da questo punto di vista i dati sono incontrovertibili.

In alcuni casi il significativo peggioramento della situazione è evidente. In altri non c'è nulla di nuovo e si tratta del proseguimento, senza alcuna modificazione della portata di un trend ormai decennale. È questo il caso della «ripresa dell'emigrazione dal Mezzogiorno» messa in evidenza per la prima volta dalla Svimez dieci anni addietro e ribadita annualmente nei rapporti. Insomma il vero merito della Svimez è stato quello di aver rilevato per prima dieci anni fa l'esistenza e l'importanza sociale del fenomeno, quando ancora sociologi, economisti e politici erano impegnati a spiegarsi un fenomeno che ormai non esisteva più: quello della presunta indisponibilità alla mobilità territoriale del Mezzogiorno, espressa soprattutto dal fatto che i giovani non volevano «lasciare il nido», non erano disponibili a muoversi dal paese e dalla comodità della famiglia nonostante gli elevati tassi di disoccupazione giovanile.

Passati dieci anni, e dopo che a lungo è stata sottolineata la presenza di una emigrazione significativa dal Sud, ora tutti scoprono improvvisamente che quasi un milione di persone se ne sono andate. E difatti con 70-80 mila persone all'anno (quale saldo migratorio, cioè partenze meno ritorni) si arriva a una cifra rispettabile: 780 mila persone.

Il dato non è neanche eclatante, soprattutto in considerazione delle condizioni del Mezzogiorno. Ma la questione principale è un'altra: il fenomeno effettivo è di proporzioni molto più rilevanti dal punto di vista sociale e numerico di quanto gli stessi dati statistici non mostrino. Di questo sembra non essersi accorto nessuno tranne il manifesto di ieri con l'intervista di Francesca Pilla e Enrica Morlicchio. Insomma - come si evince dall'intervista e come andrebbe studiato in dettaglio - questi dati mostrano solo la punta dell'iceberg. In Italia ci sono dei fenomeni di mobilità territoriale enormi che solo in parte risultano alle statistiche. D'altronde, anche quelli statisticamente documentati raramente sono oggetto di commento e analisi tranne che da parte di pochi specialisti. Così, ad esempio, raramente si discute di un intenso processo di mobilità territoriale, anch'esso spesso sottolineato dalla Svimez, all'interno delle stesse grandi aree del paese: cioè all'interno del Sud e del Nord e all'interno delle stesse regioni.

Per necessità o per virtù in Italia ormai ci si sposta molto e c'è da essere stufi delle lezioni sui tedeschi che vanno dalla Baviera ad Amburgo senza ritenersi emigranti. Il fenomeno che i dati invece non mostrano è quello di cui parlava l'articolo sul manifesto di ieri: il pendolarismo a lunga distanza dei lavoratori meridionali. Io ne sentii parlare per la prima volta in Italia non in un congresso di sociologi o demografi ma in uno spettacolo di Giovanna Marini, la quale raccontava di un giovanotto che, morto di sonno, le cascava addosso (senza cattive intenzioni) in un treno a lunga percorrenza tra Sud e Nord. La cantante e musicista - come per altro è suo solito - trova il tempo e la voglia per condurre l'inchiesta sociale. Scopre così, e racconta al suo pubblico, dell'esistenza del pendolarismo dei giovani che partono dalla Campania o dalla Puglia e per quattro o cinque giorni di lavoro a settimana, dormono dove hanno trovato lavoro solo due notti mentre altre due le passano viaggiando, in treno.

Questa è la nuova emigrazione: mica solo quella dei laureati della quale cianciano i giornali.

Quest'ultima è l'unica che c'è sempre stata. Quello che ora viene presentata come una novità è un fenomeno che è andato consolidandosi ormai da quasi mezzo secolo e che era forte e intenso anche quando tutti si chiedevano perché non si emigrava più dal Mezzogiorno. E difatti venti o venticinque anni addietro, quando i saldi migratori erano prossimi allo zero, c'era comunque chi partiva e chi tornava. Tornavano i vecchi operai che avevano buttato il sangue soprattutto nelle industrie del Nord-ovest, a partire dalla Fiat, all'epoca dei grandi licenziamenti e dei primi processi di deindustrializzazione. Partivano i giovani che, essendo andati a studiare alla Bocconi o al Politecnico di Milano o Torino, vi restavano e quelli che andavano a fare gli insegnanti o i segretari comunali nei comuni del Nord-est (dovendosi poi proteggere dagli insulti per avere la macchina targata Cosenza o Campobasso). Con la valigia di cartone non parte più nessuno da decenni e l'emigrazione altamente scolarizzata è al contempo una non-novità e una delle cose più enfatizzate dalle stampa quale grande notizia.

Ma torniamo alla punta dell'iceberg. Anche in passato, all'epoca della grande migrazione interna - di quella epopea migratoria ben presentata dal cinema e dalla letteratura, con poche indagini sociali veramente buone (Goffredo Fofi a Torino, Ferrarotti a Roma) - il dato statistico era insufficiente a rappresentare l'entità stessa del fenomeno. Passavano infatti molti anni prima che la gente decidesse di (o potesse, quando c'erano ancora le leggi contro l'urbanesimo) chiedere la residenza nel comune di arrivo. Ma ora i tempi dell'emigrazione senza cambiamento di residenza si sono allungati moltissimo tranne che per la componente borghese e altamente scolarizzata (magistrati, impiegati di alto livello, insegnanti e presidi, ecc.). Questi tempi sono diventati pressoché infinti per gli altri, per quelli che vanno avanti per anni con contratti a tempo determinato (quando va bene), co.co.pro e contratti analoghi (quando va meno bene ma almeno non si lavora al nero) o che lavorano semplicemente al nero, come decine e decine di migliaia di giovani, anche altamente scolarizzati. E pochi sanno che le rimesse di questi nuovi emigranti non esistono: semmai sono loro che le ricevono da casa (come risulta da più di una inchiesta), giacché con i loro salari non ce la fanno a campare.

Questi sono i nuovi emigranti Sud-Nord. Non sono ingegneri e donne magistrato (che pure ci sono e sono bravissimi, ma non sono la maggioranza). I nuovi emigranti sono i pendolari a lunga distanza, quelli che determinarono lo sdegno e l'irritazione dell'allora sindaco Veltroni per la loro cafonaggine un paio di anni addietro quando occuparono la Stazione Tiburtina (Che roba contessa!). Questo è l'iceberg che bisogna studiare e comprendere. La Svimez ha il merito di farci vedere ogni anno - e lo fa ormai da dieci anni - la sua punta.

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