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"Meglio con meno risorse”
11 Dicembre 2004
Lettere e Interventi
Andrea Trincardi

Padova, 29.11.2004 - Seguo con interesse il dibattito su questo portale, condividendo le preoccupazioni di molti, riguardo alla riforma urbanistica che si sta delineando con consensi spesso trasversali o per dirla alla moda, bipartisan. Eppure a me sembra che questo genere di riforme non facciano altro che legittimare una pratica che si è consolidata e diffusa da molto tempo. Imbocchiamo una qualsiasi statale del nord-est, apriamo gli occhi e osserviamo. Il tappeto di villette unifamiliari, i bussolotti dell’edilizia usa e getta delle aree industriali diffuse, i più recenti centri commerciali, direzionali, di servizi, ogni zona è frutto di pianificazione ed ogni zona è frutto di trattativa elettorale, di casi particolari risolti, la casa per la figlia che si sposa, il nuovo capannone per non perdere il contributo, il centro commerciale che dà lavoro, anche se interinale.

Si parla di rigidità della pianificazione classica, eppure non c’è nella storia europea niente di più flessibile di un PRGC modificato annualmente con le sue brave varianti. Se a Roma il nuovo piano regolatore prende atto, e legittima ufficialmente, l’abusivismo edilizio, nel nord est tutto avviene secondo la legge, anche se spesso sono leggi ad hoc, modificate anch’esse annualmente come la L.R. 52/91 del FVG. Mi sono sempre chiesto, in quale paese dell’Europa allargata una legge urbanistica, ambientale, o sul falso in bilancio, è modificabile a piacere di questa o quella maggioranza? Appare allora evidente che la crisi di cui si parla è una crisi culturale, una crisi che scambia il progetto con il compromesso. Se la carta di Atene parlava di trasformare le città per garantire il diritto all’aria pura, alla luce e al verde, nel nostro paese si è pensato fosse sufficiente dare un poco, no un pochino, cioè abbastanza, va bene un pochetto di aria pura, di luce, di verde.

Quanti progettisti e amministratori realisti, pragmatici, che vanno al sodo, che fanno muovere l’economia, ci sono anche nell’Italietta di sinistra? Perché le economie del resto dell’Europa si sono mosse sempre, pur bloccando l’espansione del costruito? Forse perché in Germania si progetta e si realizza l’umanizzazione dei Wonunggebiet, gli insediamenti periferici della DDR che tanto piacevano a Carlo Aymonino, e qui da noi il dibattito giornalistico verte sul “Dente cariato” di Roma rivestito di travertino, ma con le vescichette alla moda, oppure sui tramezzini verticali dell’ex fiera di Milano, per inciso mi piacerebbe conoscere gli assistenti sociali artefici del recupero di Ligresti. La crisi è dunque culturale, venute meno le ideologie contrapposte che permettevano involontarie tutele del territorio per veti incrociati ora, spaventosamente, ci troviamo di fronte a questo nulla che, purtroppo, lascerà profonde ferite sulla nostra fetta di Terra (intesa come pianeta).

Che cosa si può fare? Personalmente credo, e mi impegno, per una sostenibilità che sia “l’arte di produrre benessere con sempre minor impiego di risorse” (Wolfgang Sachs) quindi anche di suolo. Mi piacerebbe discutere di piani regolatori delle demolizioni, in cui si toglie un po di robaccia e si fa crescere vegetazione, di architettura leggera, temporanea (30 anni) da non tramandare ai posteri, mi piacerebbe veder limitato l’uso del cemento armato ad opere importanti alla Nervi. Al posto di parole vetero-democristiane quali perequazione mi piacerebbe parlare di partecipazione, di contratti sociali che definiscano le regole della convivenza della cittadinanza, partendo dai concetti di limitatezza delle risorse, di responsabilità, di sostenibilità, di accessibilità nel senso più ampio. Io credo che al lamento sulla degenerazione attuale si debba sostituire l’impegno a contribuire ad una nuova cultura urbana prima che urbanistica. I regimi passano lasciando il loro strascico di macerie, anche se sottoforma di costruzioni, agli uomini di buona volontà resta il compito di costruire anche magari demolendo.

Come non darle ragione? Le responsabilità del mal-fare sono diffuse. Anche se c'è chi determina il clima e chi ne è determinato. Tra questi, c'è chi potrebbe concorrere a cambiarlo e non lo fa per pigrizia o vigliaccheria, e chi è soltanto succube.

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