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Francesco Erbani
Matera schiaccia i Sassi
23 Maggio 2006
Articoli del 2005
La vicenda di Matera e dei Sassi negli anni delle riforme, e gli scempi di oggi. Da la Repubblica del 30 dicembre 2005.

C’è la Matera dei Sassi e c’è la Matera nuova. Questa si espande in larghezza, ma soprattutto in altezza, accatastando pezzi su pezzi in modo sconclusionato, consumando terreno e aria, sfidando i dislivelli e imponendosi a chi arriva da fuori, dalla statale che attraversa i campi di ulivi e di quercioli della Murgia, con uno spettacolo vertiginoso. E contro un paravento di cemento va a sbattere lo sguardo di chi aveva letto che Matera era diversa da molte città del Mezzogiorno, divorate dalla speculazione. Qui aveva lavorato Adriano Olivetti. Poi, muovendosi nella sua scia, alcuni architetti hanno studiato come risanare i Sassi e come cucire le due parti della città, quella moderna e quella antica, con le caverne trogloditiche e le case costruite con il tufo cavato dalla roccia calcarenitica - senza che la prima tracimasse nella seconda e senza che questa si ritirasse in una riserva, diventando un museo a cielo aperto.

Molte speranze sono nate allora e poi si sono esaurite. Ora la città nuova cresce senza regole e sui Sassi incombono alcune vistose manipolazioni. La denuncia vibra dalle pagine di un numero speciale della rivista Basilicata, un periodico che ha cinquant’anni di vita e padri illustri (lo stesso Olivetti, gli azionisti, Guido Dorso, Carlo Levi, Tommaso Fiore, Manlio Rossi-Doria), ma che ora esce con cadenza irregolare. E diretto da Leonardo Sacco, ottantadue anni spesi quasi tutti studiando, lavorando in case editrici, inventando giornali e facendo opposizione ai fascisti, ai democristiani di Emilio Colombo e ora a un centrosinistra che nella regione supera il sessanta per cento, a Matera il settanta.

La prima tappa nei Sassi minacciati è lungo i suoi bordi, dove un tempo sorgeva un mulino che negli anni Cinquanta venne ampliato con una torre. Serviva più spazio, si disse, servivano posti di lavoro. Il proprietario era il sindaco di Matera e anche se i Sassi ne uscivano deturpati, in quegli anni pochi si preoccupavano dell’integrità di quelle costruzioni che anzi venivano abbandonate perché, si diceva, erano indegne come abitazioni. Passarono i decenni e un giorno il mulino chiuse. Era l’occasione per demolire la torre e ripristinare l’integrità paesaggistica. E infatti nei primi anni Novanta i redattori di una variante al piano regolatore avevano previsto di buttarla giù. Ma una commissione regionale ai beni ambientali sancì che quella torre aveva «carattere storico», venendo così incontro ai desideri della nuova proprietà che al posto del mulino voleva farci appartamenti e altre residenze. La torre la stanno ultimando in queste settimane, l’edificio è ancora avvolto dalle impalcature, e con la sua mole e le finestre a strapiombo continuerà a opprimere i Sassi.

I Sassi occupano un’area di trenta ettari. Si distendono lungo il fianco di una rupe che scende verso il torrente Gravina. A sinistra è il Sasso Barisano, che guarda verso Bari, a destra il Caveoso. Non sono solo caverne. La costruzione dei Sassi iniziò alla fine del Cinquecento, quando sempre più numerose le case presero a disporsi come un collare intorno alla Chiesa Madre, costruita nel 1270. E un paesaggio aspro, un anfiteatro che sembra uscire dal ventre della terra. Pier Paolo Pasolini lo scelse per girarvi il Vangelo secondo Matteo, Mel Gibson per ambientarvi La Passione. Per secoli ha custodito la vita, il lavoro, i culti dei materani. Una strada sinuosa lo attraversa, tocca il limite basso del Gravina e poi torna a inerpicarsi. Dopo una curva sbuca davanti alla chiesa cinquecentesca di Sant’Agostino. Nel convento che è annesso ha sede la Soprintendenza ai beni architettonici e ambientali e proprio davanti agli uffici c’era un grande giardino con alcuni filari di cipressi secolari. C’era: al suo posto ci sono grandi buche e montagne di terra rimossa e tutto intorno corre la recinzione di un cantiere. Cos’è successo lo spiega Raffaele Giura Longo, storico dell’età moderna all’Università di Bari, per tre legislature prima deputato e poi senatore come indipendente nel Pci: «La Soprintendenza, alla quale spetta la tutela dei Sassi, ha pensato bene di costruirsi un parcheggio per non so quanti posti, senza neanche consultare il Comune. Ha avviato i lavori, ma per fortuna siamo riusciti a bloccarli e il cantiere è rimasto così, abbandonato. Però i cipressi non ci sono più».

Giura Longo fa parte con Sacco del gruppo che pubblica Basilicata, viene da una storica famiglia materana. Dal terrazzo di casa sua mi mostra una torretta sorta sul tetto di un edificio proprio lì davanti. «E alta quattro metri», insiste Giura Longo, «l’ha costruita il figlio del presidente del Tribunale di Matera per rivestire l’impianto di un ascensore. Noi abbiamo fatto un esposto e il Comune ha fermato i lavori. Il proprietario ha pagato una multa e i lavori sono ripresi». Ci infiliamo nelle strade che portano al Duomo. Da una loggia Giura Longo indica un cantiere sulla sommità di un palazzo seicentesco, il Palazzo Venusio. E una struttura con delle aperture ad archi. «Guardi lì, quella sopraelevazione non c’era, ora è quasi completa. Il proprietario del palazzo è il fratello di Guido Viceconte, Forza Italia, sottosegretario al ministero delle Infrastrutture. Si dice che voglia farne un albergo e un centro congressi».

La percezione dei Sassi non è stravolta da queste costruzioni. Ma in un contesto così delicato ogni piccola trasformazione produce effetti a catena, sono ferite che inducono un senso di impunità. I Sassi sono tutelati da una legge del 1986 che affida il loro risanamento al Comune. Ma la storia moderna dei Sassi è più lunga, inizia nel dopoguerra ed è densa di progetti e di illusioni. E’ un laboratorio in cui si fondono discipline antiche come l’archeologia e modernissime come l’urbanistica, che in quegli anni andava rifondandosi, o come la sociologia urbana appena approdata da oltreoceano in un Mezzogiorno di grandi fermenti. L’Italia scoprì i Sassi dalla descrizione che ne fece Carlo Levi e venne a sapere che quasi ventimila persone abitavano quelle case, ammassandosi spesso insieme alle bestie in tuguri senza luce. Su mille bambini nati, si calcolò, ne morivano 436. Vennero alimentate pulsioni opposte: quella regressiva di un ritorno a condizioni di esistenza premoderne e quella semplificatoria, contratta nello slogan: svuotiamo i Sassi.

La via più impegnativa la percorse Olivetti che nel 1951 istituì una commissione di studi di cui fecero parte gli urbanisti Federico Gorio e Ludovico Quaroni e che era ispirata dal sociologo americano Frederick Friedmann (dal 1948 l’imprenditore di Ivrea era presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e Quaroni era il suo vice). L’indagine accertò che solo una parte del patrimonio edilizio dei Sassi era irrecuperabile, mentre la maggioranza delle case, quasi duemilacinquecento, aveva bisogno solo di interventi di recupero per essere restituita a chi l’abitava, perché solo abitandoli i Sassi sarebbero sopravvissuti. Contemporaneamente bisognava costruire moderni quartieri popolari.

Seguendo queste linee fu approvato un ambizioso piano regolatore redatto da Luigi Piccinato, figura illustre dell’urbanistica di quegli anni. Ma già dal 1952, quando venne varata la prima legge per Matera, i Sassi cominciavano a essere abbandonati. Furono allestiti quartieri-modello, almeno sulla carta, come La Martella, un borgo rurale progettato da Quaroni che avrebbe dovuto conservare un legame stretto con la campagna e che invece appassì, riducendosi al rango di periferia disagiata. Nel frattempo i Sassi, ormai vuoti, erano diventati un ferro vecchio, un muto documento etnologico.

Soltanto nel 1977 l’attenzione sui Sassi si concretizzò in un concorso internazionale che aveva lo scopo di arrestarne il degrado. Ma il concorso ebbe un esito paradossale. Prevalse, ma senza che venisse proclamato vincitore (l’amministrazione comunale volle continuare a mantenersi le mani libere), il gruppo guidato dall’urbanista Tommaso Giura Longo, fratello di Raffaele, che insieme a Luigi Acito, Carlo Melograni, Lorenzo Rota e altri, misero a punto un progetto di risanamento in linea con gli studi olivettiani: i Sassi dovevano tornare a vivere e ospitare abitazioni restaurate e servizi per circa quattromila persone.

Qualche progetto fu avviato, ad opera del pubblico e di privati. Molti manifestarono interesse a tornare nei Sassi. Ma mancò un piano sistematico. Il Comune aveva più a cuore l’espansione della Matera moderna che non la cucitura dei nuovi insediamenti con l’anima rupestre della città.

A quasi trent’anni dal progetto Giura Longo molte abitazioni sono restaurate e in esse vivono duemilacinquecento persone, molte attività di pregio vi si sono insediate, gallerie d’arte, centri culturali, la sede dell’Ente Parco della Murgia. Ma tantissimi, troppi, sono gli edifici trasformati in alberghi o in bed and breakfast (si calcolano circa ottocento posti letto, anche se molte ristrutturazioni sono state realizzate correttamente). Tantissimi sono i ristoranti, i pub, le pizzerie, che producono uno straniante effetto luna-park, tantissime le macchine, tanti i materani che si improvvisano imprenditori e che ottengono licenze per impiantare nei Sassi attività molto effimere. «Alle regole di una corretta urbanistica», spiega Tommaso Giura Longo, «si preferisce un’urbanistica "creativa", dando credito a interventi singoli e disaggregati, che favoriscono il profitto privato e scartano invece le iniziative unitarie, dirette dalla mano pubblica».

Ma i Sassi deperiscono anche perché su di essi incombe la Matera moderna, quella che in questi anni sta divorando tutto lo spazio disponibile. Dopo quello di Piccinato, un nuovo piano regolatore è stato avviato, ma ancora non se ne vede la fine. Nel frattempo il Comune e i costruttori hanno contrattato in questi anni interventi imponenti, come il Centro direzionale o la cosiddetta Zona 33, una smisurata foresta di grattacieli che sperimentano gli stili più disparati e i materiali più fantasiosi. Le vicende edilizie hanno conosciuto anche tribolazioni giudiziarie. Nell’aprile scorso è finito agli arresti domiciliari (poi revocati) il dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune, l’architetto Francesco Gravina, accusato di peculato, abuso d’ufficio e falso ideologico nella gestione dei Pisu (Progetti integrati di sviluppo urbano), una trentina di interventi finanziati con 32 milioni di euro. E un mese fa si è dimesso l’architetto Mimmo Fascella assunto al Comune neanche un anno prima per rimettere ordine dopo lo scandalo dei Pisu: se n’è andato sbattendo la porta e contestando le scelte urbanistiche dell’amministrazione.

La Matera «nuova» cresce sfiorando altezze da capogiro e sfoggiando architetture pretenziose. In alcune zone lo scarto provoca un sapore acido. Come in quel lembo di città che sfila verso la campagna, dove un esercito di palazzoni con i vetri a specchio sovrasta un piccolo, ordinato quartiere di edilizia popolare. Li divide una strada che qualcuno, ingenuamente, ha voluto intitolar

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