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Manuale per un'urbanistica autoritaria
1 Febbraio 2011
Milano
Il centrodestra meneghino assai poco di centro, e molto di destra, nelle sbrigative scelte di metodo sul futuro della città. Articoli da la Repubblica ed. Milano, 30 gennaio , il Fatto quotidiano 1 febbraio 2011 (f.b.)

la Repubblica

Pgt, la rivolta della società civile "La giunta uccide la partecipazione"

di Franco Vanni

Hanno passato mesi a studiare proposte per migliorare il piano del governo del territorio. E ora che la maggioranza di centrodestra a Palazzo Marino ne ha fatto carta straccia con un voto del consiglio comunale, si ribellano. Architetti ed economisti, associazioni e sociologi - in due parole, la società civile - condannano il colpo di spugna della giunta Moratti: «È un’offesa alla democrazia e consente il varo di un Pgt che avrà effetti disastrosi», dicono.

Forse non ci avevano creduto, ma sperato sì. E ora che il gioco è chiaro si arrabbiano. Le associazioni, gli architetti, i sociologi e gli economisti che avevano presentato osservazioni al Pgt, dopo avere saputo che non saranno nemmeno prese in considerazione, si ribellano. Un riassunto del sentimento della società civile - all’indomani del voto con cui la maggioranza in consiglio comunale ha accorpato le 4.765 richieste di modifica al Pgt in otto gruppi da votare entro il 14 febbraio, impedendone la discussione - lo dà l’economista Marco Vitale: «Quello della giunta Moratti è un atto di violenza e ignoranza che uccide la partecipazione in una città che ne avrebbe bisogno - dice - . Passerà un Pgt pensato per favorire alcuni costruttori ma fatto così male che nemmeno loro ne trarranno vantaggio».

Lunedì scorso Repubblica Milano ha pubblicato l’appello di Libertà e Giustizia, che chiedeva al sindaco di inserire nel Pgt «impegni sulla mobilità sostenibile, sulla lotta all’inquinamento, sull’intangibilità del Parco Sud, e la disponibilità di spazi di integrazione sociale». Di fronte al netto rifiuto dell’amministrazione a collaborare, ora prevalgono sconforto e rabbia. Fra i firmatari dell’appello c’è don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova: «L’urbanistica è un tema di cruciale - dice - Milano ha bisogno di case in affitto a prezzi accessibili e di una maggiore vivibilità. Rifiutandosi di ascoltare, la giunta perde una grande occasione». Altra firmataria è l’architetto Gae Aulenti, che sbotta: «Quello della maggioranza è stato un gesto tremendo, raggruppare le proposte significa buttarle via, e non è perdonabile».

Chi si è visto cancellare il lavoro di mesi fatto per studiare proposte costruttive al piano del territorio, si prepara ora alla battaglia legale. «È ovvio che sul Pgt si abbatterà una valanga di ricorsi al Tar - prevede Damiano di Simine, presidente lombardo di Legambiente - questo non sarà il Pgt della città, ma di un assessore. Ed è probabile che alla città non piaccia». Fra le associazioni che hanno lavorato per migliorare, a loro vedere, il Pgt c’è la onlus Italia Nostra. «Il nostro è un esempio di come sono andate le cose - dice la vicepresidente Nadia Volpi - conoscendo la situazione del Bosco in Città abbiamo fatto osservazioni relative a quell’area. Le hanno buttate via e si ritrovano ora un progetto in cui, per dire, nemmeno figurano canali e corsi d’acqua». Stesso stupore dimostra Eugenio Galli, presidente di Ciclobby, altro sottoscrittore dell’appello di Libertà e Giustizia. «Il tema della ciclabilità è del tutto assente dal Pgt - lamenta - eppure il Comune due anni fa ha sottoscritto la Carta di Bruxelles, che prevede impegni per trasformare Milano in una città amica delle due ruote.

Noi lo abbiamo fatto presente, ma con un atto antidemocratico la maggioranza ha fatto piazza pulita del nostro contributo come di tutti gli altri».

Sulla poca democraticità del procedimento scelto da Palazzo Marino incentra la sua critica Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai: «Ci sono confronti che sono una perdita di tempo per le amministrazioni, ma questo non era il caso - dice - le proposte di miglioramento del Pgt venivano da enti qualificati, e l’ascolto in questi casi è un dovere». È meno diplomatica l’editrice Rosellina Archinto: «Quello della maggioranza è un atteggiamento vergognoso e dittatoriale e il risultato è un piano regolatore che non risolve i problemi di Milano».

la Repubblica

Il futuro di Milano appeso a un aggettivo (e al verdetto del Tar)

di Alessia Gallione

«Omogeneo: dal greco homogenés, della stessa famiglia, razza. Aggettivo: dello stesso genere, specie, natura». Bisogna partire da qui, dalla definizione che lo Zingarelli dà del termine finito al centro dell’ultima battaglia sull’urbanistica, per capire come il Pgt potrebbe crollare al primo ricorso presentato al Tar. Perché nello scontro sul Pgt tutto ha assunto un peso. Anche le parole. Anche quell’aggettivo, che centrodestra e centrosinistra – sentenze dei Tribunali amministrativi e del Consiglio di Stato alla mano – leggono in modo opposto per giudicare la legittimità del voto delle 4.765 osservazioni dei cittadini e dei 2.748 emendamenti dell’opposizione in soli otto temi. Gruppi "omogenei", appunto, per la maggioranza. Che considera il termine come il lasciapassare per approvare entro il 14 febbraio il proprio Piano del territorio. Una forzatura per il centrosinistra, per cui possono essere discusse insieme solo le richieste di modifica di «identico contenuto».

Bisogna partire dal dizionario e dall’ultima scena. Consiglio comunale, venerdì pomeriggio: è con un colpo di mano che, dopo settimane di discussione, la maggioranza decide. Le osservazioni saranno raggruppate in otto temi: ambiti di trasformazione urbana (1.539 osservazioni), perequazione (1.366), housing sociale (71), servizi (606), infrastrutture e mobilità (573), risparmio energetico (65), verde (320), varie (225). Per ogni gruppo le votazioni saranno tre: una sulle richieste accolte, una su quelle parzialmente accolte, l’ultima sulle respinte. Sempre seguendo questa suddivisione, ma con un solo voto, verranno trattati gli emendamenti. Un documento blindato, insomma. Che non potrà più essere modificato. E soprattutto un accorpamento che per il centrosinistra i giudici amministrativi potrebbero considerare illegittimo. Ecco perché.

A regolamentare l’iter è la legge regionale del 2005, che ha segnato il passaggio dai vecchi Piani regolatori ai Piani di governo del territorio. Dice che è il consiglio comunale a decidere sulle osservazioni «apportando agli atti del Pgt le modifiche conseguenti». Sono fissati anche termini precisi e per Milano e la "creatura" dell’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli la deadline è il 14 febbraio. Questo diritto-dovere dell’aula è garantito con le maxi votazioni? È qui che entra in gioco il termine "omogeneo". Proprio per non discutere ore e ore su osservazioni fotocopia, il consiglio di Stato nel 2008 ha ammesso la possibilità di fare accorpamenti.

Paradossalmente, questa stessa sentenza viene usata dal centrodestra e dal centrosinistra per puntellare i rispettivi ragionamenti. Vale la pena leggere il passaggio: «È legittimo il provvedimento con il quale il Comune, in sede di esame delle osservazioni proposte dai privati... raggruppa tutte quelle che presentano un carattere omogeneo, atteso che risponde al principio di economia procedimentale esaminare congiuntamente le osservazioni che, in ragione del loro identico contenuto, possono essere valutate in un unico contesto e definite con una identica motivazione, evitando il defatigante esame ripetitivo di medesime istanze».

È lo stesso consiglio di Stato, quindi, che chiarisce cosa sia omogeneo: le osservazioni con un «identico contenuto». È l’arma vincente che il centrosinistra pensa di avere in mano. Un esempio. Il primo gruppo tratta gli "ambiti di trasformazione": sono i nuovi quartieri, dagli scali ferroviari alle ex caserme, su cui Milano dovrà espandersi. Per il centrodestra va bene che tutte le osservazioni siano raggruppate così. Per il centrosinistra bisognerebbe non solo trattare separatamente le singole zone (scalo Farini, Porta Romana...), ma accorpare quelle che, in una zona, chiedono provvedimenti simili: aumentare il verde, far salire le costruzioni, aggiungere un asilo...

A conforto di questa tesi, portano altre sentenze. A cominciare da quella del Tar che ha considerato illegittima la votazione in blocco delle osservazioni del Comune di Buccinasco. Sostenendo anche come strumenti urbanistici così complessi «richiedono un esame analitico dei singoli punti in cui si esprime il disegno pianificatorio».

Per presentare ricorso bisognerà aspettare che l’aula voti. Ma intanto lo scontro è politico. Basilio Rizzo della lista Fo lancia una proposta: «Perché non si chiede un parere preventivo di chiarimento al Tar o al consiglio di Stato?». Per Milly Moratti: «Questa amministrazione ha chiesto partecipazione e ora ne fa carta straccia. Dobbiamo qualcosa alla gente».

il Fatto quotidiano

La Madunina ricoperta di cemento

di Ferruccio Sansa

Sarà ricordato come il Piano di San Valentino. Al Piano di Governo del Territorio (Pgt) sono appese le sorti della giunta di Letizia Moratti che per sperare in una rielezione deve farlo approvare entro il 14 febbraio. Anche a costo di raccogliere le 4.765 osservazioni dei cittadini (sostenute da 2.748 emendamenti dell’opposizione) in otto grandi gruppi. Un blitz. Così in Consiglio Comunale le osservazioni saranno votate a botte di mille per volta. Soltanto il 7 per cento sono state recepite dalla Giunta. Non c’era altra strada.

“Il tempo stringe e il consiglio ormai è un fantasma. Sembra il Parlamento, svuotato di ogni funzione”, racconta Basilio Rizzo (professore e consigliere della lista per Dario Fo). Spiega: “Manca continuamente il numero legale e gli assenti sono proprio nella maggioranza. Ma il centrodestra è diviso e chi dispone di un voto lo fa valere caro. Ci sono consiglieri ricomparsi in aula dopo aver ottenuto poltrone nelle municipalizzate”, accusa Rizzo. Già, le elezioni comunali, i posti in Consiglio sono ridotti da 60 a 48, l’arma di molti consiglieri per la poltrona è questo voto. L’Expo annaspa, la città ogni giorno si guadagna nuovi record di inquinamento e il sindaco Moratti deve per forza sventolare almeno una bandiera.

“È il provvedimento più importante di questi cinque anni”, ha detto Letizia Moratti. L’ansia di approvare il documento potrebbe, però, essere un boomerang. Della “borghesia milanese” è difficile trovare tracce dopo il ciclone Berlusconi, ma la società civile si ribella, Libertà e Giustizia lancia un appello. Tra i firmatari Gae Aulenti, Umberto Eco, don Gino Rigoldi. E Milly Moratti, consigliera comunale dell’opposizione, che della cognata sindaco non condivide molto. L’appello svela l’osso della questione: il Pgt disegna la mappa urbanistica di Milano, ma anche quelladel potere economico. “Il Pgt permetterà 35 milioni di metri cubi di nuove costruzioni, come 341 Pirelloni”, racconta Michele Sacerdoti, ambientalista candidato alle primarie del centrosinistra. Aggiunge: “Saranno realizzate abitazioni per 400mila nuovi abitanti, ma secondo lo stesso Comune la città fino al 2030 crescerà di 60mila”.

Milly Moratti non usa giri di parole: “Il Pgt segue un mosaico di richieste dei potenti”. Non è d’accordo Carlo Masseroli, assessore all’Urbanistica: “Il concetto di destinazioni d’uso era superato. Lo abbiamo sostituito con poche regole essenziali che favoriscono lo sviluppo della città pubblica”.

Ecco le parole chiave del Pgt: destinazioni d’uso, cooperative e perequazione. La prima rivoluzione, appunto, è quella di cancellare le destinazioni d’uso. Un modo per “favorire lo sviluppo senza ingessarlo”, come dice Masseroli. Oppure il rischio di un far west urbanistico? Rizzo segnala un pericolo: “La scomparsa delle aree produttive, perché tutti preferiscono puntare sulle case”. Anche se restano vuote. Poi c’è la fetta per le cooperative. È certo un caso che l’assessore all’Urbanistica del Comune, Carlo Masseroli, sia un ciellino come il predecessore, Maurizio Lupi (oggi vicepresidente della Camera). Ma che vantaggio avranno le cooperative? Sacerdoti non ha dubbi: “Si dice che il 35 per cento delle costruzioni sono destinate al social housing, ma solo il 5 per cento diventeranno vere case popolari (una quota conquistata dopo una battaglia dell’opposizione, ndr).

“Un buon 20 per cento sarà affidato alle cooperative – bianche e rosse – che magari venderanno a prezzi ridotti, ma comunque a famiglie con un reddito fino a ottantamila euro l’anno”. Il grande regalo alle cooperative, secondo i critici, è nel “Piano dei servizi”: scuole, strutture sanitarie, tanto per dire. Sostiene Sacerdoti: “Il documento si apre con una citazione di don Giussani. Ma il Comune rinuncia ai nuovi servizi che passeranno ai privati”. Alle cooperative dove la Compagnia delle Opere la fa da padrone. Ma la parolina magica del Pgt è “perequazione”. In soldoni: si prende un'area vincolata come il Parco Sud (l’ultimo polmone verde di Milano) e le si attribuiscono indici di edificabilità. Poi si proclamadi voler salvare il verde trasferendo il diritto a costruire nella città che già scoppia.

“Qui non si tratta soltanto di un'operazione immobiliare, ma anche finanziaria, che rimette in piedi i bilanci”, racconta Milly Moratti. Aggiunge: “I diritti di edificazione potranno iscriversi in un’agenzia che favorisce l’incontro tra venditori e compratori, una specie di borsa”. La vera partita del Pgt e del potere è, però, quella meno nota ai cittadini. Il Piano può garantire a Moratti il gradimento della Milano che conta davvero. Imprenditori e banche che investono miliardi nel mattone sono poi gli stessi che siedono nel cda dei principali quotidiani cittadini. Gente che è meglio avere dalla tua parte, come Salvatore Ligresti. Scorrendo i nomi nelle sue società si trova mezza famiglia di Ignazio La Russa che a Roma è ministro della Difesa, ma che a Milano conta davvero. Nel cda di FondiariaSai si trova suo fratello Vincenzo, che siede anche nell’Immobiliare Lombarda. Il figlio di Ignazio, Geronimo, è nel cda della stessa Premafin nel posto del nonno Antonino. Non sono dettagli: il partito di La Russa ha un ruolo importante negli enti pubblici che approvano i progetti delle società di Ligresti.

“Con il nuovo Pgt – sostiene Milly Moratti – la densità degli abitanti passerà da 7mila a 12mila per chilometro quadrato”. Ma a Milano l’orizzonte è già oggi segnato da gru alte centinaia di metri. La Madonnina e il Pirellone sono dei nani se confrontati con i nuovi grattacieli. Alla vecchia Fiera, che secondo l’allora sindaco Gabriele Albertini doveva diventare “il Central Park di Milano”, ecco invece arrivare le tre immense torri di City Life. E non importa se pare difficile trovare chi comprerà.

È soltanto il primo progetto di una lunga serie: l’Expo, poi il megainsediamento di Santa Giulia, impantanato per le note vicissitudini del gruppo Zunino, e ancora Porta Garibaldi, la sede della Regione realizzata a memoria dell’era Formigoni.

Per non parlare del Pir di Salvatore Ligresti (che realizza anche City Life), della nuova sede del Comune, del progetto per l’Isola, fino alle Varesine. Decine di nuovi edifici, milioni di metri cubi, griffati da grandi progettisti: Hadid, Libeskind, Isozaki, Pei, Cobb e lo studio Kohn, Fox e Pedersen.

Costruire, costruire, costruire. Ecco la parola d’ordine oggi a Milano. Perfino, come ha appurato la Procura, se si realizzano interi quartieri su discariche non bonificate. Poi negli asili costruiti sui depositi di mercurio e cloroetilene intanto ci vanno i bambini.

Il forcone contro il mattone L’agricoltore si oppone a don Salvatore

Andrea contro Salvatore. Per capire il grande intreccio del mattone a Milano si può partire da questa storia semplice. Perché Salvatore altri non è che Ligresti, signore del cemento milanese e proprietario della cascina Campazzo dove Andrea Falappi fa l’agricoltore. Da anni Ligresti cerca di sfrattare Falappi per poter recuperare la sua terra e magari costruire. Ma Andrea resiste al Campazzo, difendendosi a colpi di carte bollate, coinvolge centinaia di cittadini. Però è dura: “Non si può vivere così, è un incubo, sempre con la minaccia dello sfratto che ti pende sopra la testa. Questa vita da precari ti consuma”, racconta Andrea. Non è il solo: decine di agricoltori rischiano come lui di dover lasciare la loro cascina a Ligresti.

È la storia incredibile del Parco Sud. Un luogo che pochi conoscono: cascine, campi, filari di pioppi, bestiame, aironi che arrivano a sfiorare i condomini. Una macchia ancora verde di 46.300 ettari sulla mappa grigia della Lombardia. Proprio per questo gli imprenditori immobiliari ci hanno puntato gli occhi addosso. Primofra tutti proprio Ligresti, che di mercato immobiliare ne capisce. E qui spunta il paradosso: il maggiore proprietario agricolo della zona è proprio lui. No, il re del mattone non si è convertito al grano. Ma allora perché? “Ligresti ha cominciato a comprare da anni. Sperava che i vincoli, come spesso accade in Italia, cadessero”, spiega Renato Aquilani, presidente dell’associazione per il Parco Sud.

Adesso arriva la grande occasione: il Pgt della giunta Moratti. E quella parolina magica: perequazione. Il Piano prevede infatti di attribuire un indice di edificabilità al Parco naturale (proprio così). D’un colpo i terreni di Ligresti vedono aumentare esponenzialmente il loro valore. Poi, assicurano in Comune, non si costruirà: i diritti così acquisiti verranno trasferiti in città. Tra cittadini e associazioni, però, molti sono convinti che questo sia soltanto il primo passo verso la resa del Parco Sud al cemento. Intanto Falappi resiste. Ogni anno arriva l’ufficiale giudiziario e se ne torna a casa sconfitto. Ma Ligresti è un uomo che sa aspettare.

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