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Luca Malcom; Telese Pagnai
Mali culturali
24 Gennaio 2011
I tempi del cavalier B.
Bilancio dell’azione di governo del peggior Ministro dei Beni Culturali della storia della Repubblica. Da Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2011 (m.p.g.)

Nel ministero che fu di Giovanni Spadolini e di Alberto Ronchey, ma anche di Rocco Buttiglione ed Enzo Scotti, Sandro Bondi da Fivizzano ha scelto una terza via. L’autodissoluzione poetica. Scelto nel maggio del 2008 da Berlusconi come un testimone di fede del berlusconismo estatico, Bondi rischia ora di evaporare dopo tre anni di errori e versetti satanici in cui per sé ha ritagliato il ruolo del santo e a tutti gli altri, corifei di una cultura che “deforma i lineamenti”, addebita l’invenzione di un complotto diabolico.

Abbasso Draquila, viva Alain Elkann

E dire che c’era un Sandro Bondi che aveva e stigmate della sofferenza che nobilita: l’infanzia poverissima da immigrato (veniva preso in giro dai bambini svizzeri), i viaggi in piroscafo per andare a trovare la moglie per via dell’aerofobia. Un Forrest Gump ad Arcore, irricevibile ma dignitoso. Oggi, travolto dalla scapigliatura erotica del berlusconismo, il nuovo Bondi ha superato la paura del volo, ha lasciato la moglie permettersi con una rampante azzurrina, subisce un romanzo in codice in cui un’altra ex raccontava del ministro Toscani a cui piaceva farsi suggere i capezzoli ed eleggere le sue protette (capito?).

Bondi soffre il conflitto, preferisce farsi da parte, a due passi dal precipizio, un po’ piagnone. Ma lo scorso anno decise di indossare i paramenti da crociato. Primo obiettivo: negare il fondo pubblico a “La Prima linea”(senza averlo visto). Secondo passo: ostracizzare “Draquila” di Sabina Guzzanti, ospitato a Cannes. Un film applaudito da mezza Europa che nelle parole del ministro dei Beni Culturali divenne occasione per declinava l’invito della più importante rassegna cinematografica del mondo così: “Provo rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda che offende la verità e l'intero popolo italiano”. Jack Lang, l’ex omologo francese di Bondi parlò di “bizzarra concezione della libertà”. Mentre la Guzzanti brindava (per la pubblicità involontaria) Bondi non tradì le aspettative. Rimase nell’angolo. E poi puntualmente, riemerse. A giugno, l’amico Alain Elkann venne estromesso dalla cinquina del premio Campiello. E Bondi, che vive di certezze e derubrica il dubbio ad agente della controinformazione, tornò dichiarazionista: “Secondo alcune ricostruzioni Elkann, che ha l'unico torto di collaborare con il ministero dei Beni culturali, sarebbe stato eliminato dopo la diffusione di un articolo del Fatto, scritto in un raccapricciante stile staliniano, a causa del quale alcuni giurati avrebbero mutato il loro voto precedentemente espresso in suo favore. Mi scuso con lui, che è un grande scrittore, persona perbene e lontana dagli intrighi politici e culturali, per averlo danneggiato senza saperlo”.

Premi bulgari, crolli italici

Con la destra si frusta e con l’altra mano colpisce l’universo ostile che mostra di non capirlo. Il decreto sulle fondazioni liriche suscita uno sciopero di maestranze e orchestrali mai visto? Conseguenza “dell’irresponsabile demagogia dei sindacati”. Il mondo del cinema si stupisce di non vederlo a Venezia? Lui scrive al Corriere considerazioni amare e, come da lezione arcoriana, individua il germe del preconcetto comunista. “Ho portato a termine un provvedimento essenziale come il Tax Credit e il Tax Shelter; abbiamo approvato un disegno di legge di riforma del Cinema ma non mi capiscono perché non nutro la loro stessa ideologia”.

Bondi al Festival non va, minaccia di “voler mettere becco nella scelta dei giurati”, ma fa premiare il 3 settembre uno sconosciuto film bulgaro. La regista, Michelle “Dragomira” Bonev è una cara amica del premier. E quando le insistenze per non deludere Dragomira salgono di tono,Bondi inventa da par suo. Un premio nuovo di zecca, con una targa-patacca,inserito in una parata di sorrisi di plastica tornita da deputati del Pdl ed europarlamentari ignari per compiacere B., 32 ospiti della Bonev alloggiati tra il Cipriani, i lussi del Lido e l’indecenza.

Due mesi dopo, mentre a Pompei crolla la casa dei Gladiatori, motore del turismo internazionale e Bondi sostiene di non aver idea di come possa essere accaduto lasciando al vice Francesco Giro l’’esilarante spiegazione: “L’archeologia è antica, antichissima e per questo di estrema fragilità: i monumenti come il Colosseo o gli edifici di Pompei sono alla stessa stregua di persone malate croniche, che hanno bisogno di cure continue”.

Il Fatto offre altri motivi di dispiacere al ministro. La storia porta il cognome della nuova compagna di Bondi, Manuela Repetti, parlamentare del Pdl. La Repetti ha un figlio laureando in architettura, Fabrizio. E Sandro, uomo di cuore, trova al ragazzo (senza competenze in materia) un contratto al Centro Sperimentale di Cinematografia con distaccamento preteso nella direzione cinema del ministero da lui diretto.

L’apoteosi nepotistica arriva quando si scopre nelle pieghe della relazione del Fus del 2009 (lo stesso trascinato da Bondi ai livelli più bassi della storia repubblicana) un impiego per Roberto Indaco, padre di Fabrizio. Venticinquemila euro per “arte e moda”, benché papà Indaco sia ricordato solo come co-gestore del Motel Novi, l’albergo di famiglia di Manuela Repetti a Novi Ligure. Bondi telefona al Fatto: “Sono due casi umani, non potreste sorvolare?”.

La fine di un equivoco

La vicenda, unita al premio patacca veneziano, lo indebolisce. Lo attaccano i giornali amici (durissimo Filippo Facci su Libero), i parlamentari del Pdl, Berlusconi stesso. Lui urla la propria innocenza e va a farsi trafiggere in diretta da Michele Santoro confondendo Paolo Sorrentino con Matteo Garrone. Sipario. Forse il Parlamento ora lo sfiducerà. Così Sandro potrà tornare all’invettiva vergata in occasione di un incontro tra il presidente Giorgio Napolitano e gli artisti italiani, nel 2009. Quando il complesso di inferiorità scatenato da Giovanna Mezzogiorno lo schiantò: “Davanti a tutto quel genuflettersi e inchinarsi di attori e attrici, di artisti e commedianti, di registi e teatranti, di cantanti e cantautori, quasi mi dispiaceva di aver previsto leggi che non contempleranno più la posa prona, il servaggio, l’accattonaggio dell’artista al politico. Mi sembrava di aver tolto dignità al servo, liberandolo”. Pensava di colpire gli odiati intellettuali di sinistra. E forse non si accorgeva di parlare di sé.

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