loader
menu
© 2022 Eddyburg
(f.cec.)
Ma non chiamateci più governatori"
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Gesti piccoli, ma significativi. Bresso e Marrazzo raggiungono Soru, e rifiutano anch’essi il falso titolo che aveva conquistato molti, anche a sinistra. Da la Repubblica del 6 aprile 2005

Mai più governatori, anzi in certi casi addirittura Governatori, con la «G» maiuscola.

Nella sua prima conferenza stampa il vincitore del Lazio Piero Marrazzo ha detto: «Non voglio essere chiamato governatore. Io sarò il presidente di tutti, un presidente che governa nel pieno rispetto del consiglio regionale». Altrettanta ripulsa per quella parola di così ridondante potere ha espresso Mercedes Bresso, candidata vincente del centrosinistra in Piemonte.

Ora, nella realtà istituzionale la carica di governatore non è prevista, non esiste proprio. Ma dalle scorse elezioni la parola è entrata lo stesso in circolo, soprattutto per volontà dei medesimi governatori, il che l’ha resa assai popolare come espressione «forte» di un nuovo rango, anche collettivo, in vista del federalismo. Nell’autunno del 2000 i governatori vecchi e nuovi del centrodestra si ritrovarono a Crotone: c’è una foto che li immortala mentre sembra che giurino alla moschettiera, una mano sopra l’altra. Didascalia: ecco i Governatori. Ma anche nel centrosinistra quella condizione di potere così netto piacque, e proliferò. Bassolino, per dire, non risulta aver mai rigettato quello status semi-patronale - fino a mettere all’asta, per motivi di beneficenza, le proprie scarpe usate.

E’ questo infatti il tempo della personalizzazione, del protagonismo invasivo e televisivo, del comando il più accentrato possibile. I vecchi istituti della partecipazione, specie i consigli regionali, vivacchiavano ridotti a mera comparsa di presidenti che volevano sentirsi più potenti dei potenti di una volta. Governatori, appunto: che altro se no? «Governatore - si sussurrava con il dovuto compiacimento - vale più di un ministro».

Si sa come vanno poi queste cose. Da governatori a cacicchi, a vicerè, piccoli Cesari. Cominciarono a parlare di se in terza persona, come nel De bello gallico. Galan si fece una pubblicità elettorale con pezzi de «Il gladiatore». Aprirono doviziosi uffici a Roma, poi all’estero. Si misero attorno poderosi uffici stampa e comunicazione. Arruolarono artisti. Quasi ognuno aveva da mostrare all’opinione pubblica un «nuovo Rinascimento» che la regione scopriva, guarda caso, in coincidenza del loro governatorato.

Ogni domenica allo stadio in tribuna vip: foto di Pizzi su Dagospia. Alcuni di loro intrattenevano pure. Divi, ormai. Due volte Formigoni è finito a Scherzi a parte, indubbio certificato di tele-popolarità. Disegnarono stemmi, allestirono giuramenti, scelsero inni e perfino santi protettori. Gestirono miliardi. Storace sponsorizzò un programma aeronautico e portò la Costituzione del Lazio anche al Papa. Totò Cuffaro, intanto, consacrava la Sicilia al cuore di Maria. Poi, alle elezioni, vollero pure farsi le loro liste. Ma Berlusconi disse: no.

Era, in qualche modo, la nemesi del verticismo, la leadership che si rivoltava contro se stessa, il meccanismo del potere che s’inceppava da solo. Potesse, la correzione nominale di Marrazzo, invertire la tendenza. Potesse, sul serio.

(f.cec.)

ARTICOLI CORRELATI
19 Ottobre 2016
31 Dicembre 2008
6 Dicembre 2007

© 2022 Eddyburg