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Roberto Ciccarelli
«Ma Luciano non era una belva»
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
Novità sconcertante: Liboni, "Il Lupo", era un uomo come gli altri. Un assassino, certamente. Peccato che invece dell'ergastolo gli sia toccata la pena capitale. La notizia è da il manifesto del 7 agosto 2004. Ma se "non era una belva", perchè lo chiamate "il Lupo"?

«Luciano Liboni non è la belva che è stata descritta». Nella cappella del cimitero di Montefalco, dove ieri si sono svolti i funerali, è toccato a don Angelo Nizzi, parroco di Trevi, chiedere che si metta la parola fine al passato violento del Lupo. «E' giusto difendere la sua dignità di uomo - ha aggiunto il sacerdote - perché è una creatura di Dio e un uomo che Dio stesso ha voluto». Sono parole che riportano la vita di Liboni dentro i confini dell'umanità, dopo che è stato descritto come pericolo pubblico numero uno, marginale bandito e criminale, malato allo stato terminale, oltre che assassino efferato. La pietas cristiana spinge il sacerdote a parlare di «una montatura» orchestrata ai danni di un uomo che ha visto in faccia il Male e si è lasciato travolgere rovinosamente.

Le spoglie di Liboni arrivano a bordo di un carro funebre al cimitero comunale di Montefalco intorno alle 17,30. A bordo c'è una corona di fiori composta da crisantemi gialli e da gigli, oltre ad un mazzo di rose rosse dei familiari. Ad attendere il feretro nella cappella la madre Giuliana, le sorelle Tiziana e Giovanna e il fratello Giancarlo con la moglie. «Sono dispiaciuto, mortificato per tutto il sangue innocente che è stato versato», fa sapere Giancarlo attraverso il suo legale, Cristina Vinci. «Non ha mai ucciso nessuno, non capisco perché l'ha fatto ora». Un rapporto tormentato, il loro. Sembra infatti che non si parlassero dal 2000 a causa di un violento litigio avvenuto nel carcere di Spoleto durante il quale Giancarlo si era rifiutato di continuare a pagare le spese processuali di Luciano. La distanza tra i due fratelli si allargò a dismisura proprio in quel momento. Giancarlo lo denunciò per minacce e lesioni e non ci fu modo per giungere ad un accomodamento. I due fratelli si sarebbero ritrovati davanti ad un tribunale nel prossimo gennaio.

Al dolore, e all'incredulità della famiglia per un destino maledetto che appariva segnato sin dai primi anni dell'adolescenza di Liboni, partecipa anche un'ottantina di persone che hanno attraversato nel bene e nel male i suoi 47 anni, ad un tempo brutali e lancinanti. Qualcuno di loro prova a ricordarlo, il Lupo. Ricordi che si perdono negli anni, ma tutti concordi nel dire che Luciano ha sbagliato e che il delitto del carabiniere Alessandro Giorgioni rimane ingiustificabile. «Era un uomo come tanti altri - afferma un conoscente - è sempre stato sfortunato che non ha saputo scegliere la strada giusta».

Dice la sua anche Fausto Gentile, il benzinaio di Todi ferito due anni fa da Liboni con un colpo di pistola alla testa: «No, non riesco a dimenticare il male che mi ha fatto - dice -. Presto mi recherò sulla sua tomba per rendermi veramente conto che è tutto finito». Al funerale partecipa simbolicamente anche un sedicente «Comitato anarchico toscano Freccia rosso-nera» che ha affidato un messaggio ad Indymedia: «Liboni è uno degli eroi sacrificati dallo Stato giustizialista che riduce a morte i ribelli».

Nel frattempo, proprio accanto alla porta d'entrata della cappella, qualcuno ha deposto una piantina di fiori gialli con un fiocco viola e un biglietto con la scritta a stampatello: «Per Liboni con sentite condoglianze da Stefania e figli». Una leggera pioggia cade su un nutrito gruppo di giornalisti, con fotografi e teleoperatori al seguito, assiepato dietro le transenne disposte dal sindaco Valentino Valentini. Dall'interno si sente un urlo: «Andate via, vi avevo detto di non venire, lasciate in pace quest'uomo. Siete dei delinquenti». E' Giovanna, la sorella del Lupo, che maledice a perdifiato.

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