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Giancarlo Consonni
Ma le piazze non sono in vendita
5 Giugno 2010
Articoli del 2010
Trivialità e speculazione alleate, contro lo spazio pubblico e contro la bellezza. La Repubblica, Milano, 5 giugno 2010

Milano è una città sotto assedio ben prima che i cento milioni di metri cubi di cemento previsti dal Pgt la travolgano definitivamente. Attacchi alla linea del cielo. A sfigurare i tetti spuntano ogni dove abbaini che paiono cucce per cani giganti, antenne dei telefonini che hanno l’aspetto di scheletri rattrappiti, impianti di condizionamento alti uno, due piani: il tutto a mettere in crisi ogni idea di equilibrio e di dignità degli organismi edilizi.

Attacchi al sottosuolo per creare parcheggi e box privati in luoghi centrali e semicentrali con le immancabili rampe e i volumi tecnici che sbucano come funghi a rovinare l’unità di piazze e strade (quando il fallimento della società che ha intrapreso l’opera non lascia vere e proprie voragini, paesaggi di guerra in tempo di pace).

Attacchi all’architettura dei luoghi. Come la svendita della residua decenza di spazi pubblici con operazioni pubblicitarie triviali. Esemplare quella che ha recentemente interessato l’intera cerchia dei Bastioni; o il sequestro ripetuto di monumenti impacchettati per anni in giganteschi teli pubblicitari con la scusa del loro restauro.

Ultimo fronte dell’assedio è la richiesta di soggetti privati di occupare ,con volumi, spazi pubblici prestigiosi. La Apple per il suo cubo di vetro ha puntato nientemeno che su piazza del Duomo. E ora, sulle stesse orme, la mossa di “Cardi black box”, la nuova galleria d’arte contemporanea promossa da facoltosi investitori. Come scriveva Oriana Liso ieri su queste pagine, si vuole piazzare in uno spazio pubblico prestigioso un ottuso e arrogante parallelepipedo nero di almeno tre/quattro piani con base di venti metri per venti (un oggetto per intenderci delle dimensioni di uno dei due caselli costruiti nel 1828 da Rodolfo Vantini a Porta Venezia, senza averne la benché minima grazia). Cosa presuppongono queste proposte? Che lo spazio pubblico sia in vendita. Che luoghi urbani che sono patrimonio di tutti, stelle polari dell’immaginario e della memoria collettiva, possano essere manomessi a piacimento, purché si trovi l’accordo fra privati aggressivi e amministratori spregiudicati e compiacenti. I quali, anche solo per il fatto di giudicare interessanti e ammissibili simili proposte indecenti, danno l’impressione di trattare la cosa pubblica come fosse cosa loro.

La mossa dei proprietari della “Cardi black box” si distingue per un’altra ragione. Oltre a proporsi come ulteriore atto di svendita di prezioso suolo pubblico, punta a rimuovere un monumento come quello di Aldo Rossi in via Croce Rossa. Due piccioni con una fava? Molti di più, perché qui i piccioni sarebbero tutti i cittadini milanesi, ovvero i proprietari di quel monumento (donato alla città dalla Metropolitana Milanese) e di quel sito. Si sa che l’opera di Aldo Rossi è stata oggetto di attacchi, più o meno in buona fede (quel punto fa gola a molti, a cominciare da chi possiede gli immobili che vi si affacciano). Quello che dà fastidio è il suo carattere squisitamente pubblico in un contesto che vede il trionfo dello shopping di lusso. Se mai l’operazione della sua rimozione dovesse andare in porto, Milano si priverebbe di un gioiello. Un organismo che fa da appropriato fondale a via Montenapoleone e allo stesso tempo costituisce un luogo-soglia fra via Manzoni e via Monte di Pietà. Una minuscola piazza-teatro capace di sospendere il “tempo del mercante” in uno spazio civile dove hanno modo di dialogare i marmi del Duomo e i gelsi, a testimonianza di due grandi motori dell’identità lombarda.

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