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Roberto De Marco
Ma che c’entra Galileo!
28 Ottobre 2012
Scritti ricevuti
Finalmente un’analisi al di fuori della retorica dei molti errori di cui si è resa colpevole la Commissione Grandi Rischi, condannata di recente per il comportamento tenuto a L’Aquila. (m.p.g.)

Non so se Michael Halpern, che si occupa da tempo delle interferenze della politica sulla scienza, quale esponente dell’americana Union of Concerned Scientists sia stato il primo -e poco conta- a proporre il confronto: la condanna della Commissione grandi rischi “è avvenuta nel paese natale di Galileo. Certe cose non cambiano mai”. Sta di fatto che in molti hanno sposato la tesi del “processo alla scienza”. Il mondo della ricerca e l’accademia hanno così mostrato solidarietà per i sette condannati; addirittura qualche ministro e molti giornali nostrani -quelli che hanno nel mirino la magistratura per motivi molto diversi- non hanno saputo resistere alla tentazione di scomodare il Galilei. Così il Pubblico ministero Picuti assume le sembianze del commissario dell’Inquisizione frate domenicano Vincenzo Maculano, ed il Tribunale prefabbricato nell’area industriale di Bazzano, nella piana aquilana, diviene il Sant’Uffizio. Amen.
La suggestione del “processo alla scienza” era già stata prospettata quando partirono gli avvisi di garanzia. Quattromila ricercatori e scienziati sottoscrissero un documento con il quale si diceva che i “terremoti non si possono prevedere” e che quindi gli scienziati non potevano essere sottoposti a giudizio. Più o meno la stessa cosa avvenne quando gli avvisi di garanzia si trasformarono in rinvii a giudizio per l’intera Commissione riunitasi il 31 marzo del 2009. C’era quindi da attendersi che il tema si riproponesse, anche con maggior vigore, dopo la sentenza. E così è stato: tutto il mondo sta gridando che i terremoti non si possono prevedere e che quindi non si possono condannare degli scienziati per non averlo fatto. Peccato che il tema non sia questo. Nonostante in molti, magistrati ed avvocati ed anche autorevoli commentatori, abbiano richiamato l’attenzione su un’impostazione processuale obiettivamente tutta diversa: il Pubblico ministero ha voluto verificare quanto espresso dalla Commissione in termini di valutazione del rischio, corretta informazione, diligenza, prudenza, perizia, osservanza di leggi e regolamenti, ordini e discipline. Niente da fare, forse senza leggersi le carte, il mondo della ricerca mantiene la barra dritta sul suggestivo paragone con le disgrazie di Galileo.
Dopo le tante cose che in questi giorni sono state dette e scritte sulla sentenza del giudice Billi, anche senza ancora conoscerne le motivazioni, può essere interessante considerare la questione da un diverso punto di vista: le sopraggiunte dimissioni dell’intera Commissione grandi rischi ora in carica e presieduta dal fisico Luciano Maiani. Le motivazioni sono espresse nei seguenti termini: "…la situazione creatasi a seguito della sentenza sui fatti dell'Aquila sia incompatibile con un sereno ed efficace svolgimento dei compiti della commissione e con il suo ruolo di alta consulenza nei confronti degli organi dello Stato". Così altri grandi titoli sui giornali che dipingono una Protezione civile allo sbando, in crisi profonda.
Procedendo in modo, diciamo così, deduttivo, si può osservare che se l’attuale Commissione si dimette perché teme che ciò che è capitato a “quell’altra” Commissione possa ripetersi, togliendo così serenità di giudizio, significa che lo svolgimento dei fatti per cui vi è stata causa a L’Aquila, e le relative condizioni al contorno, si possano considerare “normali”. Si tratterebbe cioè di un termine di paragone plausibile rispetto a quanto potrebbe riproporsi in futuro, tanto da impensierire i componenti l’attuale consesso scientifico. Insomma: così non si può lavorare! Come se la modalità con cui a L’Aquila la Commissione grandi rischi si espresse possa essere considerata davvero scevra da omissioni, carenze, ingerenze. Insomma, il normale procedere della sua attività. Se così fosse, non si potrebbe non condividere l’apprensione degli scienziati che offrono la loro competenza alla Protezione civile.
Ma la questione è che le cose non stanno proprio così; la vicenda non si è sviluppata proprio nel modo che è descritto da chi a Galileo, ed al suo processo, oggi si vuol forzatamente riferire.
Intanto è utile porre l’attenzione sul fatto che non vi è nulla di più incongruente con le “regole” che sostengono la vita della Commissione, di quanto successe nei giorni che precedettero il terremoto del 6 aprile 2009. Convocazione, formulazione del quesito, numero legale, espressione e formalizzazione del giudizio, svolgimento della riunione, sottoscrizione del verbale. Nulla, assolutamente nulla, si è svolto secondo quanto il decreto che regola il funzionamento di quell’organo consultivo prevedeva. Ma, si potrebbe dire, questa è una visione burocratica della questione. Non è vero. Se ci si appella alla necessaria serenità per svolgere una funzione assai delicata, perché attiene alla sicurezza dei cittadini di questo paese, in cosa si deve far assolutamente affidamento se non alle regole che presiedono al suo funzionamento? E dunque di procedure si deve parlare. Ma è noto: quelli erano anni in cui si andava sviluppando un’epidemica avversione alle regole. Una volta si diceva che in certi contesti la forma assume il valore di sostanza. In questo caso la sostanza sono le regole di funzionamento di una Commissione a elevato tasso di responsabilità; esse costituiscono il sistema di garanzie per chi partecipa alle sue riunioni. E l’Amministrazione, di tale sistema, deve essere pienamente responsabile. Di tutto ciò, in quanto avvenuto a L’Aquila non c’è traccia.
Ma la questione non si risolve tutta qui. Non si tratta solo del non aver rispettato procedure, si tratta anche di esser stata, quella Commissione, usata in modo improprio rispetto al proprio mandato.
Il Pubblico ministero, nell’atto di imputazione dei sette componenti la Commissione, dopo aver chiarito che il problema non è la previsione del terremoto, notoriamente impossibile- fa riferimento al fatto di non esser stata trattata la questione del livello di rischio incombente su quel territorio. E sul rischio sismico, il famigerato verbale -quello sottoposto alla firma dei componenti la Commissione solo il giorno dopo, sulle macerie del terremoto- dice davvero poco e quel poco è davvero non convincente. Certo, si può sostenere che il quesito posto a quel consesso riguardava soprattutto la prevedibilità del terremoto. D'altronde pochi dubbi ormai sussistono sulle ragioni della convocazione del 31 marzo 2009. Il giorno prima una scossa di magnitudo 4.0 aveva ridato fiato alle previsioni di quel Giuliani che, misurando il gas radon, prevedeva i terremoti.
Nonostante il Capo della Protezione civile l’avesse denunciato qualche giorno prima alla Procura della Repubblica per procurato allarme, quella ennesima scossa, ancora più forte delle tante che l’avevano preceduta, fece decidere per una irrituale convocazione della Commissione con l’intenzione dichiarata di ottenere un pronunciamento in termini di “situazione normale, sono fenomeni che si verificano…meglio così che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter, piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà la scossa quella che fa male”. Cose che poi la Commissione, nel corso della riunione davvero non disse, limitandosi a dichiarare la imprevedibilità dei terremoti. Ma insomma, il “fattore Giuliani” si doveva depotenziare con la voce della scienza.

La valutazione del rischio
Il tema del rischio di quella parte di Abruzzo, invece, era davvero necessario affrontarlo. E sul rischio sismico è necessario sottolineare come non vi fosse altro luogo nel paese che potesse esprimere strumenti di valutazione superiori a quelli disponibili presso il Dipartimento di Protezione civile. Da tempo, in adempimento del proprio compito istituzionale, era in possesso di conoscenze scientifiche e capacità di elaborazione in grado di disegnare scenari di evento molto attendibili, proiezioni di impatto di eventi che già si erano verificati nel passato. Insomma, le dimensioni di ciò che sarebbe potuto accadere a L’Aquila, e quindi il livello di rischio a cui la popolazione era esposta, risultava essere un dato sicuramente e da molto tempo nella disponibilità della Protezione civile. In proposito sarebbe stato comunque importante sentire anche la Commissione grandi rischi. Anzi, sarebbe stato utile convocarla molto prima; quando il ripetersi prolungato di scosse aveva fatto perdere la tranquillità alla popolazione.
Davvero una Commissione, di composizione diversa (perché parlare di previsione non è la stessa cosa che trattare il tema della prevenzione e della comunicazione in emergenza) da quella interrogata invece il 31 marzo sulla possibilità di prevedere i terremoti, avrebbe potuto consigliare la Protezione civile sul da farsi. Certo non una generale evacuazione, ma piuttosto come muoversi per fare prevenzione a breve (edifici strategici, edifici pubblici, sgombero di edifici a maggiore vulnerabilità, assistenza alla popolazione) e, soprattutto, una corretta comunicazione alla popolazione.
Un problema di comunicazione
Ecco questo ultimo è forse l’aspetto più importante di tutta questa vicenda, su cui molti attenti commentatori hanno ripetutamente appuntato l’attenzione. Questo paese, come al solito in ritardo nei confronti di quanto accadeva in altri paesi, si è dotato solo nel 2000 di una legge, la numero 150, intitolata “Disciplina delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni” che regola l’attività finalizzata a promuovere, tra l’altro, conoscenza su “temi di rilevante interesse pubblico e sociale”. In attuazione di tale norma la Protezione civile ha determinato il funzionamento dell’Ufficio stampa del Capo Dipartimento; tra i suoi compiti vi è quello di curare i rapporti con gli organi d’informazione, predisporre i comunicati stampa, monitorare le agenzie di stampa, gestire la comunicazione alla popolazione attraverso gli organi d’informazione, elaborare strategie per la comunicazione istituzionale. Incredibilmente di tutte queste corpose e delicate competenze nulla venne attivato dopo la sciagurata riunione del 31 marzo del 2009. Nemmeno un comunicato stampa per spiegare le determinazioni raggiunte dalla Commissione, nemmeno un’azione di verifica di quanto, nelle ore successive, passava su radio, televisione e compariva sui giornali.
Se quanto veniva proposto svolgeva una deleteria azione tranquillizzante nei confronti della popolazione, come il processo ha riconosciuto, perché chi ne aveva la competenza non ha ritenuto di dover intervenire per spiegare, integrare, correggere? Tutto fu affidato ad una estemporanea conferenza stampa a cui si presentò il Presidente vicario della Commissione Franco Barberi, il Vice capo della Protezione civile De Bernardinis e il sindaco Cialente. Di essa non è disponibile una registrazione, solo alcune dichiarazioni dei partecipanti rese alla stampa prima di lasciare la sala. Su concetti espressi in pochi secondi di interviste si è fondato il delicatissimo percorso di comunicazione istituzionale sul tema. Null’altro fino alla tragica notte del 6 aprile 2009.
E dunque, davvero la Commissione grandi rischi si dimette oggi perché prevede che macroscopici scostamenti dalle regole del suo funzionamento, si possano riproporre? Davvero può ancora succedere che ci si dimentichi di essere, la Commissione, organo consultivo esclusivo del Dipartimento al cui Capo è tenuta a riferire dei risultati delle riunioni, e che poi questi ricondurrà al livello politico ogni decisione sul da farsi? Davvero si può pensare che di nuovo, qualche suo componente, si renda incautamente disponibile per supplire alle funzioni delicatissime di front end della comunicazione in emergenza attribuite al Dipartimento?
Non sembra davvero che le condizioni che determinarono quel pasticcio della Commissione riunitasi il 6 aprile 2009, e che oggi è stata così severamente sanzionata, possano riproporsi. Per due ragioni fondamentali: perché quanto successo rappresenta certamente un monito per il futuro e perché obbiettivamente sono pochissime le possibilità che quelle sciagurate condizioni al contorno davvero si ripetano. Condizioni delle quali alcuni brandelli (leggi registrazioni telefoniche) stanno incredibilmente emergendo ancora in questi giorni, dopo che il processo si è concluso.
Per questo è opportuno lasciare in pace Galileo con il quale, forse, l’unico termine di confronto possibile sembra essere proprio la singolarità dei diversi, ma comunque particolari, contesti in cui i fatti si svolsero. Allora c’era l’Inquisizione.
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