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Francesco Maranta
L'umanità separata di piazza Garibaldi
7 Agosto 2010
Napoli
Una bella lettera che racconta di un’altra città che cerca di sopravvivere accanto a quella “ufficiale” e che ha bisogno di un’altra visione urbanistica. Da la Repubblica, ed. Napoli, 7 agosto 2010 (m.p.g.)

Caro direttore,

conosco la zona cosiddetta della "ferrovia" (piazza Garibaldi e dintorni) da molti anni. La "abito" da sempre, si può dire, per lavoro e la attraverso come tutti per gli spostamenti cittadini e no. In questi anni, è stato possibile osservare come questo spazio urbano sia diventato sempre più un raccoglitore di una umanità complessa, sofferente, povera e vulnerabile. E mi meraviglia che i discorsi sulla riqualificazione della zona siano solo incentrati sulla tematica del commercio e del parcheggio, quasi si trattasse di uno spazio bianco nel quale disegnare a mano libera. Senza cioè ragionare sulle vite che questi luoghi non si limitano ad attraversarli per prendere un treno.

Provo a essere più chiaro prendendo spunto da un antropologo noto a tanti, Marc Augé che ha definito come non-luoghi quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Sono tra gli altri dei non-luoghi, nella definizione di Augè, le strutture necessarie per la circolazione delle persone e dei beni, quegli spazi in cui le persone si incrociano senza entrare in relazione sospinte dal desiderio di consumare o di muoversi. Da qui viene da dire che la zona della ferrovia è invece un luogo abitato da identità precise che non hanno relazioni solo perché espulse dagli altri spazi della città o perché ai margini del tessuto produttivo e commerciale.

Oggi la zona non è più popolata solo dai senza fissa dimora, da donne e minori stranieri condannati alla prostituzione, tossicodipendenti e parcheggiatori abusivi. Una nuova umanità ha preso vita tra le bancarelle che si affollano nella piazza e nelle sue strade laterali. I migranti si sono organizzati qui in mercati etnici altrove impossibili e sono nati anche negozi e attività da loro gestiti direttamente.

Qui dormono i senza fissa dimora che non trovano accoglienza da parte dei servizi sociali, così come vengono a "farsi" i tossicodipendenti che non hanno alternativa. Le badanti, che rendono possibile l’assistenza ai nostri anziani, altrimenti condannati all´abbandono, hanno la ferrovia come punto di incontro il giovedì e la domenica. Vengono qua perché per molte di loro la città non offre altri spazi e altri luoghi.

Ma tra le bancarelle di ieri è possibile anche riconoscerne di nuove, molte gestite da italiani. Uno di questi, un conoscente di vecchia data che sapevo impegnato in un’attività commerciale "strutturata", mi ha candidamente raccontato del suo fallimento, causa crisi, e del suo tentativo di ripartire. E anche lui riparte da qui, da questo posto che sembra non avere limiti ad accogliere chi è espulso dagli altri luoghi della città.

Ora mi chiedo se è possibile pensare a dare un volto nuovo a questa città e a questa zona, senza pensare di dare una risposta alle vite che la abitano e una difesa alla loro vulnerabilità. Possiamo spostare questo disagio, nasconderlo in qualche altra periferia o raccoglierlo con qualche retata dei vigili urbani. O potremmo, forse, con una diversa politica della città, che rifiuti l’idea della urbanistica della separazione e che non voglia nascondere con una mano di vernice i problemi della città.

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