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Paolo Griseri
L'Oro Grigio
1 Maggio 2014
Lavoro
Di invecchiamento medio della popolazione si parla ormai da decenni, ma sembra che nonostante tutto l'unica reazione importante sia quella di escogitare nuovi prodotti ad hoc per anziani, scordandosi che la questione riguarda, per forza, tutti.

Di invecchiamento medio della popolazione si parla ormai da decenni, ma sembra che nonostante tutto l'unica reazione importante sia quella di escogitare nuovi prodotti ad hoc per anziani, scordandosi che la questione riguarda, per forza, tutti.

La Repubblica, 1 maggio 2014, postilla (f.b.)

Dal rinascimento delle bocciofile ai corsi per capire l’Ipad riservati agli over 65, dal boom delle crociere per soli nonni all’esplosione del turismo religioso: ecco i cento piccoli indizi che raccontano quanto stia diventando olders oriented la società italiana. Una mutazione inevitabile in un paese di diversamente giovani dove nel 2020 si venderanno più pannoloni che pannolini. La conseguenza più importante dell’invecchiamento della popolazione è economica e culturale: gli ex baby boomers, i nati tra il 1946 e il 1964 che avevano cambiato la società tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, tornano a rivoluzionare le abitudini di oggi, trasformando il nostro in un mondo di anziani al potere.

È l’Economist a segnalare il «miliardo di sfumature di grigio » che sta per governarci. Un miliardo di ultrasessantacinquenni che nel 2035 avrà saldamente in mano le leve che contano nel pianeta. E sarà sempre meno disposto a cederle. Perché soprattutto i lavoratori qualificati e di esperienza in un mondo di anziani, saranno sempre preferiti a giovani con minore esperienza e minori rapporti. Tendenze che in Italia si esasperano: i dati di Eurostat spiegano che la Penisola è il paese che è invecchiato di più tra quelli europei nei venti anni tra il 1991 e il 2011. L’Italia è seconda solo alla Germania come percentuale di ultrasessantacinquenni (da noi sono il 20,3 per cento) ma i giovani tedeschi tra il 15 e i 24 anni sono l’11,2 per cento mentre i giovani italiani rappresentano solo il 10 per cento.

«Il potere degli anziani? In Italia nella scelta dei dirigenti conta molto l’esperienza e la rete di rapporti che ciascuno porta con sé. Nel resto del mondo questo è certamente un elemento di valutazione ma non è l’unico: è messo sullo stesso piano di altri come la capacità di leadership o l’abilità nel prendere decisioni di fronte a cambiamenti improvvisi». Parla così Antonio Baravalle, oggi amministratore delegato di Lavazza, negli anni scorsi alla guida di Alfa Romeo, uno dei Marchionne boys chiamati a rivoluzionare i protocolli sabaudi del Lingotto: «Quando siamo arrivati in Fiat ci guardavano come fossimo bambini ma eravamo già sui quarant’anni».

La società degli anziani cambia la vita di tutti. I primi ad accorgersene sono stati i politici. Fin dagli anni Novanta soprattutto il centrodestra ha spinto sul tasto della sicurezza, uno dei talloni d’Achille di chi non si sente più in forze. È in quell’epoca che nacque il concetto di «insicurezza percepita», a dispetto della discesa dei dati sulla criminalità. È insicuro soprattutto chi è solo. Gian Pietro Beghelli racconta come nacque l’idea del «Salvalavita», il sistema automatico di chiamata di soccorso e antintrusione: «Siamo nati e cresciuti in provincia. Vedevamo queste coppie di anziani che trascorrevano una vita insieme. Poi, quando uno dei due veniva a mancare, l’altro finiva in una casa di riposo pur essendo ancora autosufficiente. E toglierti dalla tua abitazione, dove hai sempre vissuto, ti fa invecchiare ancora di più. Per combattere questo malessere è nata l’idea dell’apparecchio».

Ci sono anche conseguenze più piacevoli dell’invecchiamento. «Abbiamo cambiato prodotti e modo di venderli», racconta Francesco Cecere, direttore marketing di Coop Italia. Un mondo che invecchia, spiega Cecere, «mangia meno proteine, sceglie cibi più leggeri e in quantità ridotte. Così sono in crescita le vendite di monoporzioni (per i singles, non solo anziani) e aumenta la quantità di carne bianca sugli scaffali rispetto a quella rossa». Cambiano anche gli scaffali: «Sono meno alti così come stanno diventando più piccoli e maneggevoli i carrelli». Il problema principale è che a una certa età non si ha la forza di guidare l’automobile e di portare la spesa a piedi per molti isolati: «Alla Coop abbiamo cominciato a fornire il servizio di trasporto a casa per gli anziani con difficoltà motorie».

Il marketing si adatta ai capelli grigi. Gianluigi Guido, docente all’Università del Salento, ha recentemente pubblicato per Il Mulino un saggio sul Comportamento di consumo degli anziani, passando in rassegna tutti gli studi compiuti sull’argomento negli ultimi quarant’anni. «Si fa in fretta a dire anziani», premette il professore. E ricorda i quattro senior- tipo secondo gli studiosi di marketing. Sono gli eremiti in buona salute, i socievoli acciaccati, i fragili reclusi e gli indulgenti in forma. Questi ultimi sono i consumatori migliori, quelliche hanno molto in comune con un’altra categoria costruita dai sociologi, gli anziani new age: «Normalmente — spiega Guido — una persona di età superiore ai 65 anni senza particolari problemi di salute si comporta come se avesse sette anni di meno. Gli anziani new age vivono come se avessero dodici anni meno della loro età». Sono loro la pacchia di chi vende: «In genere non badano a spese». Il loro giovanilismo li spinge a coronare sogni che i ventenni non possono permettersi: moto di grossa cilindrata, apparecchiature elettroniche costose. All’opposto sono i nostalgici, quelli che ascoltano una musica di gioventù e comperano il prodotto abbinato. Tra qualche anno vedremo gli spot delle dentiere con il jingle dei Rolling Stones.

Il marketing dice molto dei cambiamenti indotti dall’invecchiamento ma non tutto. «Il nodo vero — osserva il sociologo Bruno Manghi — è quello del potere. Soprattutto in Italia il potere si trasmette per cooptazione e spesso i giovani non sono capaci di rompere il meccanismo». Per questo per decenni in alcuni settori come quello bancario gli ottuagenari l’hanno fatta da padroni. E molti non hanno la forza di compiere il gesto di Diocleziano che ricostruì l’impero e poi abdicò ritirandosi nel suo palazzo di Spalato. Quando i figli tornarono a chiedergli di riprendere il potere, rifiutò: «Se voi sapeste come sono buoni i cavoli che crescono nel mio orto, non mi fareste una proposta simile ». Chi ha il coraggio di imitarlo?

postilla
Pare davvero incredibile che anche da un resoconto di respiro piuttosto ampio come quello dell'articolo manchi completamente la prospettiva secondo cui anziani lo diventano tutti, e sempre più tutti. Ovvero che l'allungamento della vita riguarda appunto la vita, non il potere e i consumi che questo potere (economico o altro) garantisce. Si dimentica in modo allegrone ai limiti del rimbecillimento (affatto senile) che riuscire a campare discretamente non è affatto frutto di potere o consumi, ma dei decenni di investimento pubblico in welfare: salute, servizi, ambiente, qualità della vita e dell'abitare, roba che non si compra, che non si può comprare. Non è un caso se, come dimostrano sempre più studi sociali sviluppati senza certe fette di salame sugli occhi, certi modelli abitativi sciagurati del '900, in primo luogo quelli della dispersione urbana o del quartiere segregato, e in generale il territorio macchina per produrre, si adattano malissimo ad esempio a chi ha superato una certa fase della vita, e per riflesso anche a chi non corrisponde a quel modello genericamente giovanilista produttivo conformista su cui continuano a costruirsi le retoriche della cosiddetta competitività applicata ad ogni aspetto dell'esistenza. Qualcuno, anche tra i progettisti di spazio e servizi e trasporti, sta iniziando a intuire questa necessità di trasformazione epocale, ma è ancora troppo poco, tra le tante cose da capire davvero c'è anche che La Città è un Buon Posto in cui Invecchiare (f.b.)

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