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Franco Cordero
L’opposizione, le regole e la parola proibita
10 Aprile 2004
I tempi del cavalier B.
Franco Cordero condivide l’opinione di chi ritiene che il rischio Berlusconi sia il regime, e non solo il cattivo governo . Su Repubblica del 19 settembre 2003. “Lo strapotente B. vince comodo su un’opposizione che, ignara delle poste o simulando d’esserlo, lo tratti da interlocutore perfetto”.

L’organetto canta i soliti refrains, «Intreccio fatale delle due sinistre» ovvero «Due anime, riformista e avventurista» ( Corriere della Sera, 2 settembre). Poi le identifica a battute interrogative: B. è solo criticabile a causa del «cattivo governo», come insegna l’oppositore dialogante, già suo partner nella Bicamerale, o significa «anticamera della tirannide», «da combattere con tutti i mezzi?». La "sinistra democratica" risponde lodevolmente nel primo senso: unico punto anomalo l’insoluto conflitto d’interessi (il colmo dell’ipocrisia è supporlo risolubile); quanto al resto, siamo nella norma; e se qualcuno arrischia le tre sillabe "regime", lo degnano appena d’un sorriso, fini quali sono. Purtroppo esiste l’altra, smaniosa d’avventure: vuol «abbattere un tiranno»; e mobilita gli ossessi dell’antiberlusconismo, così giudiziosamente deplorato dagli equanimi à gauche. I veri estremisti sono quelli del girotondo. Meglio Rifondazione comunista, erede d’antiche visioni delle classi. Due sinistre incompatibili. Le divide la questione se «sia lecito negare», a parole e con «gli atti, la legittimità d’un governo regolarmente eletto». Qui la voce meccanica apre una digressione: non sono poi così naïfs da credere al tiranno; ma vi crede, «fermamente», il «bacino d’utenza» dove pescano. Ecco il problema, contare i malati della sindrome antiberlusconiana: i sondatori non bastano; ci vuole il voto. Ergo, la sinistra seria vada alle urne con un partito riformista, schiumato del veleno giacobino; gli ossessi corrano da soli. Niente lista unica.

Questa cantata merita un posto d’onore nel manuale dei falsi argomenti: onesto stupidario, stile Bouvard e Pécuchet, o repertorio d’inganno sofistico. Cominciamo dal clou, se un governo costituito dans les règles sia qualificabile tirannico. Vecchia questione, su cui gl’intenditori non hanno dubbi: un conto è come il tale arrivi al potere; altro i modi nei quali lo esercita; e la pura legalità formale non basta, altrimenti nessun governo sarebbe più legittimo del nazista. Hitler non usurpa niente: s’insedia alla Cancelleria sulle ali della vittoria elettorale, chiamato dal presidente Hindenburg; ottiene i pieni poteri; morto il vegliardo, gli succede cumulando le due funzioni nella figura carismatica Führer; e siccome sopravvivono obsolete competenze autonome, una legge acclamata dal Reichstag gliele subordina (26 aprile 1942). Bartolo da Sassoferrato, luminare trecentesco (quando comuni e repubbliche diventano signorie), dedica un trattato alla tirannia, distinguendo due specie: "ex defectu tituli", l’usurpatore; ed "ex parte exercitii", chi abusa del potere validamente acquisito. Distingue anche due forme, "manifesta" e "velata" dalla maschera costituzionale. Era legittimo il governo d’Hitler? Che domanda. Inutile aspettare risposte dall’organetto: non percepisce né pensa, ripete all’infinito gli stessi suoni; e i paladini d’Arcore rispondono furiosi nemmeno avessimo attribuito al signor B. le nefandezze del caporale austriaco. Stiano quieti, erano teoremi. Non è ancora proibito usare il cervello, chi l’abbia.

Veniamo al merito. "Abbattere il tiranno" è formula da cappa e spada: nel campo antiberlusconiano nessuno macchina secessioni, scioperi fiscali, jacqueries, né arruola bande armate o fonda reti underground; la massima violenza è stata chiamarlo "buffone" perché dava spettacolo nell’aula milanese (epiteto fuori cerimoniale ma fatti, lessico, norme penali l’assolvono). I dissidenti girotondini praticano rituali civilmente beffardi: non avendo televisioni o giornali, manifestano come possono; né sarebbe atto sacrilego o eversivo fischiarlo a teatro. Se esistono eversori, e uno calca la scena con allarmante propensione al guignol, cerchiamoli altrove. Qualche esempio: equipara "Uno bianca" (poliziotti assassini) e procure indaganti su delitti piuttosto probabili, visto che piovono condanne o proscioglimenti ignominiosi (sono passati tanti anni; i fatti esistono, forse però li ignorava; o non costituiscono più reato, essendosi lui tolta dai piedi la norma); proclama «perseguitato politico» l’emissario che un tribunale condanna a 11 anni; nel nome del popolo sovrano iugula le Sezioni unite, colpevoli d’avergli impedito la fuga da Milano. Che storia triste: accumula soldi incretinendo il pubblico delle sue lanterne magiche, sotto le ali d’un consociativismo corrotto del quale raccoglie l’eredità, attraverso una mutazione genetica perché i precursori avevano idee politiche, mentre lui resta uno scorridore d’affari; recluta schiume, agita clave (scandalo Telekom), spaccia finti valori (ordine, moralità, rispetto dei meriti); contraffà i segni della cultura (quel ridicolo culto d’Erasmo); governa avendo tante mani private intese al profitto; dissemina una barbarie politica nuova negli annali costituzionali. È perversione giacobina dirlo? No, matter of fact.

I persuasori neutrali ostentano compatimento e irrisione: «Ah sì, stiamo rivivendo gli anni 1925 e 26; partito unico, dissenso-delitto, tribunale speciale; dove li vedete?». Ironie gaglioffe: la storia non è un melodramma i cui attori concedano bis; le dittature macabre non tornano più; riconfigurati up to date, Mussolini o Hitler sarebbero alquanto diversi, restando identici nel profondo. Gli eventi d’allora sono irripetibili, non foss’altro perché stiamo nell’Ue. Esistono instrumenta regni più sicuri, duttili, meno sporchi. Rispetto all’Italia 2003, caso senza precedenti nelle patologie politiche, «conflitto d’interessi» significa regime personale. Tale va definita ogni società che abbia un padrone. In larga misura B. lo è e non gli basta. Guardate come adopera governo, parlamento, risorse pubbliche (cominciando dalla Rai), l’impero privato editorial-televisivo, un patrimonio i cui tentacoli solo Iddio sa dove arrivino, tra paradisi fiscali, sedi off-shore, scatole cinesi, vertiginosi caleidoscopi societari. Dopo Achille Starace, cane da guardia del Pnf, s’era mai visto un partito simile ai forzaitalioti? Quanto poco c’entrino le idee, lo dicono mimiche, stereotipi verbali, una disciplina dove manca persino quel tanto d’Io indipendente che il contratto riservava all’assoldato nelle compagnie di ventura: stanno sull’attenti; ripetono senza impallidire qualunque bestialità comandata dal Sire; tra loro s’azzannano, naturalmente. Inviti a corte, lever du Roi, coucher du Roi, passatempi in sala, salotti, giardino: a Versailles forse c’era più spirito, né Re Sole s’esibiva da comico o canterino; a Villa Certosa il tempo passa tra conferenze strategiche con i Big, visite d’ossequio, pantomime, melodie napoletane, nel quale pot-pourri l’Unico parla, mima, ride, canta, ringhia, benedice, scaglia fulmini, signore della scena.

Hanno un senso molto pratico i refrains dai quali siamo partiti. Definiamolo così: lo strapotente B. vince comodo su un’opposizione che, ignara delle poste o simulando d’esserlo, lo tratti da interlocutore perfetto, e magari gli aumenti i poteri, servizievole nel gioco delle riforme. Perciò l’organetto aborre gli «avventuristi» ossia chiunque abbia una testa e sentimenti morali.

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