loader
menu
© 2022 Eddyburg
Maurizio Ricci
L’Ocse: Italia al top della disuguaglianza "Addio classe media, sempre più povera"
22 Ottobre 2008
Articoli del 2008
I nostri primati: oltre a essere tra i più inqunati e i più distruttori di patrimoni comuni, siamo anche i più diseguali e ingiusti. La Repubblica, 22 ottobre 2008

Una società immobile e classista, dove i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sono sempre di più e la speranza del grande salto verso un gradino più alto della piramide sociale è ridotta al lumicino. Con tutto il parlare di caste, in Italia, si rischia di perdere di vista la fondamentale frattura nelle strutture sociali che dà il conto in banca, con i suoi annessi e connessi. Uno strato sottile di ricchi da una parte, le schiere dei poveri dall’altra, con il vuoto che si allarga in mezzo, dove un vasto smottamento segna la fine di un’epoca e risucchia le classi medie verso il basso. In buona misura, già lo sapevamo. Le indagini della Banca d’Italia ci avevano già detto che 5 milioni di italiani (il 10 per cento più ricco) incassa ogni anno il 28 per cento del reddito totale (al netto delle tasse) prodotto nel paese. Soprattutto, che gli stessi 5 milioni hanno in tasca il 42 per cento della ricchezza nazionale (case, auto, titoli, depositi bancari), lasciando gli altri 50 milioni a spartirsi il 60 per cento che resta. Uno studio della Banca dei regolamenti internazionali ci aveva avvertito del gonfiarsi dei profitti a danno dei salari: la quota delle buste paga sul valore aggiunto delle aziende, in Italia, è scesa rapidamente dal 68 al 53 per cento. Uno studio pubblicato ieri dall’Ocse - l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati - adesso ci consente di aggiungere sia una prospettiva geografica che una prospettiva storica.

E’ tutto l’Occidente industrializzato, dice l’Ocse, a registrare un brusco aggravamento delle distanze fra ricchi e poveri. In vent’anni, l’ineguaglianza fra i redditi delle diverse classi è cresciuta in media del 12 per cento. La faglia inizia ad aprirsi nei primi anni ‘80, in coincidenza con la rivoluzione Reagan-Thatcher e le nuove politiche neoliberiste che concludono la lunga fase del keynesismo e del welfare state. Ma, in Italia, il fenomeno è assai più brusco e devastante. In vent’anni, il golfo fra ricchi e poveri si è allargato del 33 per cento, quasi il triplo di quanto avvenuto nell’insieme dei paesi Ocse: all’inizio degli anni ‘90 la nostra struttura sociale era più o meno simile a quella dei paesi del Nord Europa. A fine anni ‘90 eravamo scivolati ai livelli di Grecia e Portogallo. E anche più in giù. Oggi solo 5 dei 30 paesi Ocse hanno una struttura sociale più squilibrata della nostra: i ricchi italiani hanno da invidiare solo quelli di Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia. E nel G7 siamo secondi solo agli Stati Uniti. Non sono i poveri ad essere sprofondati di più nella miseria: dopo un decennio durissimo (fra metà anni ‘80 e metà anni ‘90) il 20 per cento più povero ha recuperato negli ultimi 10 anni. I tassi di povertà restano più alti della media Ocse, ma sono scesi, in particolare per quanto riguarda i bambini.

L’implosione è avvenuta nel 60 per cento di popolazione che può essere definita classe media e che vede allargarsi il divario con i ricchi, in sostanza quelli con un reddito superiore a 40 mila euro l’anno. Prendiamo il più semplice degli indicatori disponibili. Il reddito medio italiano è più basso della media Ocse. In particolare, quello dei poveri è inferiore di un terzo ai, per così dire, pari categoria della media degli altri paesi. Per le classi medie, lo scarto con la media Ocse è del 15 per cento. E i ricchi? Sono appena sopra la media dei ricchi degli altri paesi. E guadagnano dodici volte quello che ricevono i più poveri.

I grafici dell’Ocse offrono uno scorcio affascinante della nostra storia recente. Negli anni ‘80, l’ineguaglianza (al lordo delle tasse) cresce sull’onda mondiale, ma la politica fiscale e sociale la contrasta, frenando l’erosione del reddito disponibile. La vera impennata c’è all’inizio degli anni ‘90, con la crisi della Prima Repubblica e la svalutazione della lira. La spaccatura si riduce (al netto delle tasse) nell’ultima parte del decennio e il governo di centrosinistra. Per riprendere ad allargarsi, ma in misura

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg