loader
menu
© 2022 Eddyburg
Michael Barone
Lo sprawl sta solo negli Usa? Una pia illusione
18 Agosto 2013
Ce lo devono proprio venire a spiegare direttamente loro, quanto il problema della suburbanizzazione e relativi impatti socio-ambientali vada ben oltre confini e modalità nordamericani.

Washington Examiner, 16 agosto 2013. Con postilla (f.b.)

Titolo originale: A common delusion: Only the US has sprawl - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Ashley McGuire ha scritto un interessante e profondo articolo dal titolo “Passeggino vietato: le città sono contro i bambini?”. Aspetta un figlio, e insieme al marito sta trasferendosi dalla fascia suburbana della Virginia settentrionale verso il District of Columbia: uno spostamento diametralmente opposto, come sottolinea, a quello abituale delle giovani coppie, o comunque di chi sta per avere figli, e che lascia le città centrali verso il suburbio. A lei piacerebbe che quelle città fossero più accoglienti per i piccoli, e nota puntualmente come il motivo sia il costo delle case, almeno nei quartieri centrali con meno criminalità. Faccio i miei migliori auguri a questa giovane famiglia.

Ma anche la signora ha una convinzione: quella che lo sprawl suburbano sia un fenomeno esclusivamente americano. “Guardiamoci attorno, al resto del mondo” scrive. “In gran parte dei paesi, le famiglie devono adattarsi alle città. E lo fanno tranquillamente. Si adattano a quel che c'è. Si spostano a piedi e prendono i mezzi pubblici. I figli magari condividono la stessa cameretta. E si sopravvive lo stesso”. Eppure dovrebbe saperlo, visto che nell'articolo cita Joel Kotkin, sul cui blog newgeography.com si può facilmente capire quanto quell'idea sia imprecisa. Solo per fare un esempio, in un recente post sul rapporto Eurostat dedicato alla demografia delle aree metropolitane europee si racconta come nelle due più grandi regioni urbane la maggior parte delle persone abiti nel suburbio, non nella città centrale: 76% nell'area metropolitana di Londra, 82% in quella di Parigi.

Certo non si tratta di una tendenza uniforme, ma sospetto che nelle zone metropolitane in cui appaiono dati diversi sia invece il confine amministrativo della città, a estendersi verso aree evidentemente suburbane, così come accade anche nel nostro paese (Houston, Jacksonville, Louisville). Insomma lo sprawl non è un fenomeno esclusivamente americano. C'è parecchio sprawl anche in Europa. E credo anche che la signora Ashley McGuire non sia l'unica persona, pur informata e intelligente, ad avere quell'idea sbagliata. Credo sia la maggioranza di questo tipo di persone, e il motivo è che il modo in cui ci facciamo un'idea dell'Europa — l'informazione a scuola, quello che vediamo viaggiando — si concentra soprattutto sui nuclei storici delle grandi città. Andiamo a Londra e visitiamo il Parlamento, la Torre, la zona dei teatri. Andiamo a Parigi per vedere il Louvre, Boulevard St. Germain, Les Invalides. Giriamo per la città in metropolitana e restiamo stupiti che ci sia tanta gente che ci viaggia insieme a noi, che i treni siano così frequenti. Ne deduciamo che tutti, nelle aree metropolitane di Londra e Parigi, vivano in un modo simile.

E non andiamo mai invece nei suburbi, poco interessanti, privi di interesse storico, ma dove invece la gente abita in maggioranza. Sono così poco interessanti proprio perché tanto simili ai nostri, di suburbi: casette unifamiliari, meno edifici ad appartamenti; le famiglie hanno automobili e le usano quotidianamente; si fa spesa al centro commerciale (le arterie commerciali urbane britanniche stanno scomparendo, come denuncia il ministro per l'ambiente Nicholas Boles). Certo, in Europa in qualche modo le norme urbanistiche sono più rigide di quanto non avvenga nel suburbio americano, e lì si trovano molti edifici ad appartamenti anche di media altezza. Ma in fondo succede anche da noi, oggi, come si può osservare girando qui in Virginia. La signora Ashley McGuire non è così sola coi suoi problemi: anche le giovani famiglie europee si trovano davanti all'alternativa che lei descrive.

postilla

sia il riferimento al destrorso pro-sprawl Kotkin, sia il tono generale dell'articolo, sottolineano quanto l'autore Micheal Barone non sia affatto classificabile come ambientalista, o minimamente critico nei confronti di questo modello di sviluppo territoriale, che come tanti considera un normale prodotto di "progresso". A maggior ragione la cosa dovrebbe far riflettere noi europei, a cui la realtà spesso scivola sotto il naso, nascosta a volte anche da lenti foderate di prosciutto ideologico, che non vedono ad esempio quanto condizionamento sociale esista oggi, per spingere chi può permetterselo a fuggire lontano dai centri congestionati, perfettamente convinto di essere rispettoso dell'ambiente, "immerso nel verde a quindici minuti da ..." (f.b.)

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg