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Mario Pirani
L´Italia capovolta del Cavaliere
17 Dicembre 2009
Articoli del 2009
“Perché il senso di responsabilità non ha frenato la virulenza dell’assalto?”. Quello che c’è dietro l’aggressività dei berluscones. La Repubblica, 17 dicembre 2009

Ma perché mai nel momento della più convinta solidarietà di tutti a Berlusconi, ed anche nel momento in cui, pur sollevati dal verificare che si è trattato dell´azione di uno squilibrato, tutti ci si è fatti carico del pericolo di effetti imitativi, del riemergere in frange psicologicamente instabili e socialmente frustrate di tentazioni alla violenza, che arrecherebbe danni gravissimi alla società italiana; perché, dunque, proprio in questo momento la pulsione alla violenza polemica ha prevalso ancora una volta? Perché l´amor di patria, la solidarietà repubblicana, il senso di responsabilità non hanno frenato la virulenza dell´assalto?

Eppure conviene riflettere freddamente anche su ciò, alla stregua di un test del profondo mutamento del paradigma politico italiano, esplicitamente definito e perfezionato nel discorso di Bonn, uno spartiacque ancora non pienamente avvertito, tra un «prima» e un «dopo», di cui, però, già s´intravede il profilo. Occorre, quindi, rileggere quel testo nei suoi propositi pratici e nei presupposti ideologici. Del resto anche le affermazioni del capo del Pdl a Milano, hanno rappresentato un post scriptum al dettato di Bonn e, dopo aver ribadita una concezione esplicitamente illiberale dei rapporti tra un leader eletto e tutti gli organi istituzionali di garanzia, è stata colmata una dimenticanza e messa sotto accusa, al pari della magistratura, del Consiglio Superiore e della Presidenza della Repubblica, la Tv pubblica, in quanto nasconderebbe al popolo le incrollabili verità berlusconiane, secondo quella esigenza di obbedienza pronta e rispettosa, propria dei mass-media dei regimi assoluti.

Il proclama di Bonn resta, quindi, una specie di Tavola dei Comandamenti, già espressi altre volte ma qui elevati a contro-sistema globale e coerente per il tempo prossimo, venturo. Come ha scritto Ezio Mauro («Repubblica» 11/12) «siamo entrati nello stato di eccezione: ed è la prima volta nella storia della nostra democrazia». E Scalfari constata: «Il quadro di compatibilità… possibile per sessant´anni fino a quando le diverse posizioni politiche si confrontavano in un quadro di valori e principi condivisi… è ormai andato in pezzi».

Al centro vi è l´avanzare di una ideologia che non considera più la riforma costituzionale, perno del disegno d´assieme, come una normale riforma tendente alla efficienza e all´aggiornamento della Carta al mutare dei tempi. In questo caso ogni riforma dell´ordinamento, concordata o meno da tutto lo schieramento, tesa, poniamo, all´adeguamento al federalismo e/o alla ridefinizione dei ruoli tra magistratura inquirente e giudicante o, addirittura, alla introduzione di un presidenzialismo alla francese o all´americana, ogni riforma, dicevamo, è accettabile. A condizione che essa resti ancorata a un sistema di compatibilità con la democrazia liberale, se non mira, dunque, ad eliminare e distruggere i valori ispiratori che preesistono alla stesura stessa della Carta. Questi valori poggiano su due principi: il voto popolare non deve degenerare in dittatura della maggioranza, il leader eletto non diviene, pertanto, detentore di un potere assoluto, il suo operato si svolge nell´ambito delle leggi, la giurisdizione esercitata dalla Magistratura resta indipendente e si applica egualmente al leader eletto e a tutti i cittadini, la libertà d´informazione seguita a svolgersi senza condizionamenti da parte dell´Esecutivo, quale che sia la maggioranza di cui goda.

Il secondo principio vige almeno dal XVIII secolo nei governi moderati, durante i quali le monarchie assolute maturarono in monarchie costituzionali. È venuto vieppiù declinandosi nel XIX e XX secolo negli Statuti e nelle Carte fondative degli Stati liberal democratici, in netta contrapposizione, anche teorica, con i regimi assoluti nazi-fascisti e comunisti. Questo principio, che nessuna riforma in uno stato liberal democratico può rimettere in discussione, si chiama equilibrio, distinzione e indipendenza tra i poteri istituzionali: il Parlamento, l´Esecutivo, l´Ordine giudiziario, la Corte suprema, che garantisce e certifica il rispetto della Costituzione, il Capo dello Stato, con poteri più o meno incisivi a seconda del sistema in atto, ma, comunque, garante simbolico e rispettato dell´unità nazionale, vigile custode del bilanciamento istituzionale.

Chi si pone fuori o, peggio, contro questo paradigma imprescindibile mira ad un cambio di regime. Orbene Berlusconi delegittimando il potere giudiziario, negando validità alle sentenze della Corte costituzionale, contestando le funzioni di equilibrio e di rappresentanza degli ultimi tre Presidenti della Repubblica e, soprattutto, affermando la sua primazia assoluta e operando per distruggere l´imperio della Legge in nome dell´unzione popolare diretta, espone un programma anti liberale, tipico dei populismi. Se avesse successo il punto d´arrivo vedrebbe l´instaurarsi di un potere personale a scapito di ogni altro potere di riequilibrio, controllo, giurisdizione. Non credo che sia l´ignoranza a suggerire a Berlusconi una delegittimazione della Corte in base al fatto che i suoi membri sarebbero in parte stati designati da presidenti della Repubblica di sinistra. Egli dovrebbe conoscere che la Corte suprema degli Stati Uniti, al cui modello si sono ispirate dal dopoguerra tutte le altre, è depositaria indiscussa e da nessuno mai contestata della corrispondenza di ogni legge federale alla Costituzione, pur se tutti i suoi 9 membri sono nominati a vita esclusivamente dagli inquilini che via via si succedono alla Casa Bianca, repubblicani o democratici che siano. Poiché queste cose Berlusconi le ha viste almeno al cinema, resta inquietante la domanda: «Quale suggello di fedeltà alla sua maggioranza pretende dai membri della Consulta?».

Lo stesso vale per la delegittimazione della magistratura ordinaria, compresa quella giudicante, composta, come ha ripetuto nella serata milanese, da «funzionari pubblici che stanno lì per concorso» e, dunque sarebbero tenuti ad adeguarsi alla volontà degli eletti dal popolo e del leader che ne impersona le virtù. In altre parole la funzione giurisdizionale non discende dall´indipendenza istituzionale dei giudici e dalla loro autonoma interpretazione delle leggi, ma dall´essere strumenti tecnici esecutivi di un potere derivante dall´unzione elettorale. Non è un caso se i supporter del pensiero berlusconiano si richiamino su questi punti (Consulta e Magistratura) a Palmiro Togliatti. Il pensiero teorico del capo del Pci si collocava, infatti, coerentemente, pur con i noti «correttivi all´italiana», in una concezione totalitaria e verticale dello Stato, sia pure a bassa intensità, (la «via italiana» alla «democrazia progressiva») con alla testa un ventaglio di partiti federati e egemonizzati a lungo termine da un partito guida, depositari della volontà del popolo, e dai quali discendevano una serie di «cinghie di trasmissione» gerarchicamente ordinate, incaricate di realizzarla, in una unica armonia d´operosi intenti. Il paradosso togliattiano non appare dunque nel richiamo dei berlusconiani così gratuito, quanto una voce dal sen sfuggita.

È bene anche ricordare a quanti, soprattutto i leghisti, ripetono a gran voce che, appartenendo la sovranità al popolo, una volta essa sia sancita dal voto, ciò renderebbe alla radice impossibile ogni vulnus della democrazia, che così storicamente non è. Il consenso delle maggioranze è necessario ma non bastevole. I regimi totalitari godettero per lungo tempo di un autentico consenso popolare di massa, cui non mancava la messa cantata d´accompagno di tanti intellettuali. Ma oggi dovremmo sapere che ciò che distingue i regimi non è solo il consenso, persino quello legittimo, ma i limiti istituzionali che esso incontra in un sistema di poteri costituzionali equilibrati e indipendenti. E soprattutto nel rispetto dei valori di libertà, che non uscire stravolti da una maggioranza che può durare a lungo ma è pur sempre di passaggio.

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