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Curzio Maltese
L’Italia a marcia indietro
10 Novembre 2009
I tempi del cavalier B.
Un brano tratto dall’ultimo libro di Maltese, La bolla, la pericolosa fine del sogno berlusconiano. Su la Repubblica, ed. Napoli, 10 novembre 2009 (m.p.g.)

L’egemonia berlusconiana ha significato il trionfo del populismo, che è la base di ogni fascismo. Le democrazie vivono di dubbi e verifiche, di libera circolazione di notizie e di teorie complesse. Le ideologie liberali, come quelle socialiste, pur opposte, attribuiscono entrambe il cattivo funzionamento della società al sistema e non ai singoli individui. Il populismo abolisce la complessità, vive di certezze, di controllo dell’informazione e di teorie semplici. Attribuisce ogni problema a una causa umana, alla presenza di un gruppo di nemici e traditori infiltrati nel sistema e responsabili di ogni problema. Il populismo è una sequela infinita di pogrom contro l’ebreo di turno. Nella fase finale del populismo di Berlusconi, i pogrom mediatici si sono intensificati fino al parossismo: gli immigrati, i magistrati indipendenti, i giornalisti disfattisti, gli insegnanti, i "fannulloni", i cattolici dissidenti e così via.

L’egemonia culturale del berlusconismo, proprio nel senso classico gramsciano, è confermata dal successo di questo modo di ragionare, o di non ragionare, attraverso teorie del complotto, anche in vasti settori dell’opposizione. Il populismo di sinistra (?) diffonde teorie del complotto che spiegano il berlusconismo come l’avvento di una banda di malfattori piovuti da Marte nel cuore dello Stato. Il giornalismo di sinistra (?) spiega ogni problema con la presenza di una o più caste, politici o magistrati, industriali o sindacalisti, infiltrate al comando a dispetto della sana volontà popolare. La stessa lotta alla mafia prescinde dal sistema per concentrarsi su questo o quel clan, su questo o quel boss o padrino, meglio se assai pittoresco, analfabeta, in giacca di fustagno e lupara a portata di mano.

Il successo della grande semplificazione di Berlusconi, accettata come metodo anche dagli avversari, ha prodotto una perdita collettiva di senso e di memoria. Siamo ridotti come il paese di Macondo, che dovrà un giorno rinominare gli oggetti. Nel trionfo generale della teoria del complotto, si è persa la distinzione fra vero e falso, o meglio, fra realtà e finzione. Svanita la patina di modernità degli inizi, il berlusconismo ha portato nella società italiana una ventata di reazione che si manifesta in uno stato di panico permanente nei confronti di ogni novità del mondo moderno. L’elenco è lungo: l’immigrazione, il crescente ruolo delle donne, le scoperte della medicina, la globalizzazione dell’informazione attraverso la rete, l’integrazione europea, la rivoluzione ecologista, la fine del bipolarismo e il successivo tramonto dell’impero americano.

Ciascuna di queste opportunità è diventata fonte di paura per l’italiano medio, da esorcizzare con i peggiori luoghi comuni reazionari. La reazione più sguaiata è diventata pensiero unico, ma con l’astuzia di presentarsi come folgorante intuizione di modernità e addirittura coraggiosa tesi minoritaria, accompagnata da lagne vittimiste. Gli storici dilettanti sedicenti revisionisti che rilanciano la vecchia proposta dei governi Scelba di equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani hanno l’improntitudine di proclamarsi perseguitati dalla defunta "egemonia culturale della sinistra". L’intero dibattito pubblico è del resto orientato dai media sulla centralità delle tesi più regressive, o anche di pure e semplici idiozie. Per avere la certezza di conquistare la ribalta mediatica ormai basta sparare una fesseria qualsiasi, purché molto reazionaria, e si scatena un’infinita discussione sul nulla. Ed è questo che colpisce all’estero: non tanto le vicende di Berlusconi, quanto la regressione dell’Italia intera in una visione premoderna.

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