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Ayman El-Amir
L'islamizzazione del conflitto globale
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Dall'egiziano Al Ahram Weekly (21 luglio 2005) un punto di vista diverso da quello corrente: "Il terrorismo è una conseguenza dell’ostracismo politico, non del fanatismo religioso" (f.b.)

Titolo originale: Islamising global conflict – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

If you think religion is the source of terrorism you really fail to see the root causes of conflict and extremism

Nonostante i nostri migliori sforzi per non confessarlo, stiamo sperimentando un conflitto di culture politiche di cui i recenti attentati di Londra o l’assassinio dell’inviato egiziano a Baghdad sono solo alcune manifestazioni [gli attentati di Sharm el Sheik non erano ancora avvenuti n.d.T.]. Madrid, Mosca, Istanbul o New York; tutte, insieme al massacro quotidiano in Iraq, sono parte del fenomeno globale del terrore, al momento ideologia politica che accresce il suo impulso.

La polizia di Londra, in risposta alla costernazione e richiesta di risposte pubbliche, ha messo in campo tutte le proprie capacità investigative scoprendo alcune tracce importanti, e concludendo rapidamente che le esplosioni portano il marchio della famigerata Al-Qaeda. Tutti sono curiosi di sapere “chi, dove e come”, e sembra stiano trovando le risposte giuste. Ma nessuno sembra porsi la domanda fondamentale, da cui dipende tutto: perché? Solo ponendoci questa questione, potremmo capire il fervore politico che guida gli atti del terrorismo, le cui onde sismiche hanno fatto sinora tremare i cinque continenti del mondo.

Il terrorismo è una conseguenza dell’ostracismo politico, non del fanatismo religioso. Non fermenta nelle moschee d’Egitto o nei madrassas del Pakistan, ma nelle lontane celle d’isolamento, nelle camere di tortura, nell’atmosfera di paura costruita da regimi dittatoriali come strumento di governo legittimo. L’occupazione militare straniera in Iraq, gli omicidi mirati nei territori palestinesi, la presenza militare in molti stati del Medio Oriente lo alimentano. Chi lo mette in pratica lo considera un metodo di resistenza alla distorsione dell’identità nazionale e dei valori tradizionali, sotto l’egida della globalizzazione. Se il terrorismo fosse un prodotto collaterale della formazione religiosa, pochi dei gruppi neo-conservative giudeo-cristiani potrebbero sfuggire a questa definizione. C’è solo da guardare l’Iraq imbrattato di sangue, per vedere che il terrorismo non ha motivazioni religiose, ma politiche.

Nell’era post 11 settembre, l’amministrazione USA del Presidente George W. Bush ha tratto le conclusione giuste, ma adottato le politiche sbagliate. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha riconosciuto durante la sua visita in Egitto del mese scorso che per 60 anni la politica estera degli Stati Uniti nel Medio Oriente “ha perseguito la stabilità a spese della democrazia, senza ottenere nessuna delle due”. La stabilità in Medio Oriente, e in molte altre regioni del mondo, non è mai stata tanto sfuggente come ora, e il terrorismo mai tanto letale. Secondo il presidente russo Vladimir Putin, il terrorismo è “la piaga del 21° secolo” e, nonostante le fiere affermazioni pubbliche dei leaders delle nazioni colpite, la gente è davvero spaventata.

Sembra che il dibattito sul terrorismo, che ha prodotto 12 trattati internazionali per combatterlo negli anni ’60 e ’70, si sia congelato nello spazio e nel tempo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Si è affermata una sola politica: tutto il mondo deve diventare un campo di battaglia contro il terrorismo. Le prospettive si sono offuscate, l’agenda confusa, e gli atti di terrore aumentati in modo esponenziale. Alcuni elementi fondamentali del dibattito sul terrorismo, come la legittimità della resistenza armata contro l’occupazione militare straniera, gli atti illegali di terrorismo di stato contro la gente sotto occupazione, la persecuzione dei singoli da parte delle dittature in nome della sicurezza dello stato, sono stati scavalcati e sostituiti da un’ampia e indiscriminata nozione di terrorismo. E così l’intera questione è stata ridotta a come proteggere la civiltà occidentale contro assalitori musulmani incitati da un culto religioso assassino. Una definizione che è stata speranzosamente gestita dai leaders israeliani che hanno utilizzato il trauma dell’11 settembre per convincere l’amministrazione Bush che i combattenti palestinesi erano contigui agli assalitori suicidi di Al-Qaeda: sono tutti musulmani, fanatici, tesi alla distruzione dei simboli della civiltà occidentale.

Sollevare la questione del perché? è, sempre, legittimare le velleità terroristiche, o indebolire il fronte della sicurezza. Quando sono in gioco le vite delle persone la tutela delle cose, la protezione di entrambi è la principale responsabilità di qualunque governo. Ma ridurre un fenomeno globale ad una questione di sicurezza, significa perdere di vista un punto focale, e chiaramente non diminuisce il pericolo. Un punto di partenza, potrebbe essere rivolgere lo sguardo e l’analisi alle radici etno-politiche come cause del terrorismo. È qui che i decenni di sforzi delle Nazioni Unite di coniare una definizione impermeabile di terrorismo hanno cominciato a vacillare, e il dibattito si è fermato. Può darsi che il tentativo di costruire una definizione onnicomprensiva fosse obiettivo troppo ambizioso per le variopinte componenti dell’ONU. Ad ogni modo la questione centrale del dibattito era la distinzione fra movimenti di liberazione nazionale, in lotta per l’indipendenza dall’occupazione militare straniera, e atti indiscriminati di terrorismo commessi da bande criminali per motivi di intimidazione politica o vantaggio economico. Mentre le nazioni in via di sviluppo in gran parte appoggiavano questa distinzione, alcuni paesi occidentali – con in testa gli Stati Uniti e Israele – si opponevano ad essa. Questo negava sostegno alla lotta anti- apartheid in Sud Africa, dove si processavano e imprigionavano militanti dello African National Congress accusandoli di “terrorismo”, e alla lotta dell’OLP contro l’occupazione israeliana. Quando fallì questo tentativo di dialogo, lo scenario mondiale divenne aperto a tutti, portatori di buone o cattive intenzioni.

Alcuni potrebbero dire che abbiamo già attraversato momenti del genere, e che il terrorismo è stato sconfitto. Ricorderebbero gli anni ’60 e ’70, quando movimenti pseudo-rivoluzionari guidati da pseudo-ideali marxisti scossero la società globale. Erano i giorni dei Chicago Black Panthers, dell’Esercito di Liberazione Simbionese, degli Weathermen, del gruppo Baader Meinhof e delle Brigate Rosse, fra altra marmaglia di movimenti in USA, Europa, Asia e Medio Oriente. Una forte reazione delle forze di sicurezza, e la mancanza di radici a sostegno di queste ideologie estremiste, li schiacciarono tutti. Quello che vediamo oggi non è lo stesso panorama.

Ci sono buoni motivi per ritenere che collegare l’Islam col terrorismo politico non sia una coincidenza. È un’idea dei neo-conservative di Washington, spalleggiati da Israele, per forzare uno scontro con le forze del mondo arabo che vedono nella propria fede musulmana un punto di riferimento per la propria salvezza. Per stimolare questo scontro, l’Islam viene presentato come sinonimo di terrorismo, e la reazione anti-islamica sta salendo, particolarmente in Europa. Ma, se potesse prevalere un approccio più freddo, potrebbe non imporsi come inevitabile uno scontro.

Quello di cui c’è bisogno ora, è di far rivivere il dibattito sul terrorismo, le radici delle sue cause, i mezzi per contenerlo ed eliminarlo. Questo dibattito dovrebbe svilupparsi non a livello di ministeri degli interni, ma fra i gruppi inter-culturali, religiosi e per i diritti umani della società civile. La gamma delle questioni da affrontare deve essere il più ampia possibile, per evitare la possibilità di escludere aspetti e soggetti, il che rappresenta già una delle cause alla radice di tutto. Si tratterebbe di un dialogo parallelo a quello delle conferenze intergovernative, che di solito cercano di definire strumenti più operativi per affrontare il terrorismo. Aiuterebbe a mettere a fuoco – e forse anche a isolare – le cause di terrorismo, e a sviluppare un consenso di base sulle varie questioni.

Fare l’equazione Islam uguale terrorismo, e combattere entrambi a livello globale, non solo creerà un parallelismo artificioso, ma porterà ad un conflitto sempre più vasto e pericoloso, come dimostra il caso dell’insanguinato Iraq. E d’altra parte, solo mettere insieme le “teste fredde” ci potrà salvare da questo flagello.

Nota: l’Autore è ex corrispondente da Washington, D.C. per Al-Ahram, ed ex direttore della Radio/Televisione delle Nazioni Unite a New York. Qui il testo originale al sito di Al-Ahram Weekly online (f.b.)

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