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Marco Revelli
L'insicurezza per legge
22 Marzo 2009
Articoli del 2009
Magari il testo dell’ignobile legge sarà modificato, ma la tendenza è questa. Il manifesto, 22 marzo 2009

La notizia, se confermata, è di quelle che fanno arrossire di vergogna. Dopo aver attaccato il diritto di sciopero e intaccato lo strumento contrattuale in materia di lavoro (cioè fondamentali diritti e strumenti collettivi), il governo si preparerebbe a dirigere la propria azione restauratrice sul terreno stesso della tutela di quel bene essenziale che è la vita - la sicurezza, la salute, l'integrità fisica - dei lavoratori. Le anticipazioni sul progetto di «riscrittura» del Testo unico in materia di sicurezza e salute sul lavoro in discussione nel prossimo consiglio dei ministri sono molto inquietanti. Dimezzate le sanzioni pecuniarie nei confronti dei datori di lavoro colpevoli di gravi inadempienze nelle misure di sicurezza (ridotte dagli originari 5-15.000 euro a 2.500/6.500). Abolito l'obbligo di arresto anche nei casi più gravi e per quanto riguarda aziende ad alto rischio industriale, e sua possibile sostituzione con una multa. Cancellato il riferimento alla «reiterazione». Attenuato il controllo pubblico sul rispetto delle norme a favore di «enti bilaterali» (organi concordati tra le parti sociali, consulenti del lavoro, università...).

C'è da augurarsi, con tutto il cuore, che le anticipazioni vengano smentite dai fatti (il ministero continua a ripetere che «un testo definitivo non c'è»). Perché se, invece, fossero confermate, si tratterebbe di un fatto gravissimo. Di un rovesciamento radicale di quella «filosofia» in materia di tutela della vita e dell'integrità fisica dei lavoratori, che sembrava essersi fatta faticosamente strada dopo l'orrore della Thyssen Krupp, e le sconvolgenti cifre sulla strage quotidiana nella fabbriche e nei cantieri. Si affermerebbe l'idea, purtroppo non isolata di questi tempi, che, nel peggiorare quotidiano della crisi economica, la vita degli uomini al lavoro, il loro corpo, la loro salute, può essere sacrificato come nell'imminenza dei naufragi si getta a mare la zavorra. E che il tema, tanto sbandierato, della «sicurezza» si arresta al confine della fabbrica e del cantiere. Riguarda il «cittadino» - soprattutto se può essere contrapposto allo «straniero» - ma non il «lavoratore», per cui vale lo statuto dell'apolide da quando ha perduto rappresentanza e potere contrattuale.

Ancora una volta, come nei drammatici anni Trenta, l'Italia sembra tentata dal seguire la strada perversa che sedusse, allora, la parte peggiore dell'Europa: quella che scelse la compressione verso il «basso», la liquidazione delle organizzazioni autonome del movimento operaio, le peggiori forme di corporativismo e la liquidazione dei diritti politici e sociali, mentre l'America di Roosevelt scopriva all'opposto il ruolo virtuoso del conflitto sociale e della libera dinamica salariale. Lo fa (lo minaccia) in un silenzio preoccupante, nella politica e nell'informazione. Solo la Cgil, pagando un duro prezzo, sembra aver compreso la portata della partita, e avvertire la gravità dello scontro. Non lasciamola sola.

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