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Curzio Maltese
L’imboscata del Cavaliere nel giorno del sì a Prodi
20 Maggio 2006
I tempi del cavalier B.
L’ignobile gazzarra dei berluscones nel Senato della Repubblica contro i senatori a vita. Da la Repubblica del 19 maggio 2006

IL NUOVO governo ha superato lo scoglio della fiducia al Senato oltre le previsioni e anzi «meglio del ‘96», come ha detto Romano Prodi. È il segno che può durare a lungo, salvo istinti suicidi della maggioranza. E questo ha fatto saltare i fragili nervi del berlusconismo sconfitto. A pochi giorni dalla proposta di eleggere Carlo Azeglio Ciampi e Giulio Andreotti alle prime due cariche dello Stato, il centrodestra ha scoperto nelle due ex bandiere e negli altri cinque senatori a vita una cricca di nemici del popolo da mettere alla gogna in Parlamento con fischi e insulti e da processare in televisione.

La violenza dei toni e degli slogan è la solita applicata in passato ad altri nemici del popolo, «comunisti», magistrati.

Ma vedere stavolta il manganello mediatico abbattersi sulle teste candide di ottuagenari e in qualche caso quasi centenari padri della patria fa un’impressione particolarmente penosa. I fischi a Carlo Azeglio Ciampi sono un atto osceno in luogo pubblico.

Così come la derisione e le offese rivolti a Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro, Rita Levi Montalcini, Sergio Pininfarina, Emilio Colombo, accolti tutti al grido di «venduti, venduti», «necrofori» e altri peggiori. Il filmato dell’impresa tardo dannunziana, ma soprattutto tarda di cervello, ha già fatto il giro del mondo civile, dove nessuno si sogna di organizzare pestaggi verbali nei confronti di ex presidenti e premi Nobel. Anche dall’opposizione, Silvio Berlusconi continua a esaltare l’immagine e il prestigio dell’Italia all’estero, come direbbe il Tg1.

L’imboscata ai senatori a vita è insensata, indegna e ignorante. Insensata perché il voto dei sette senatori a vita, alla fine, non è stato neppure decisivo. Se non si fossero presentati in aula, come invocato dai berluscones, il governo avrebbe ottenuto ugualmente la fiducia. È stata indegna per i motivi già citati e anche perché un Parlamento dove continuano a circolare inquisiti, condannati e pregiudicati, tutto può permettersi ma non di sollevare una «questione morale» intorno alla figura di Carlo Azeglio Ciampi.

È ignorante perché ignora alla lettera la storia anche recentissima. I senatori a vita, per lunga consuetudine, hanno quasi sempre votato per la maggioranza, al di là delle preferenze politiche individuali. È accaduto nel 1994, quando il governo Berlusconi passò la fiducia al Senato per un solo voto e in quel caso sì furono decisive le scelte di tre senatori a vita: Gianni Agnelli, Francesco Cossiga e Giovanni Leone. D’altra parte, a voler fare politica, il centrodestra dovrebbe interrogarsi sulla ragione che ha spinto quattro ex democristiani (Andreotti, Colombo, Cossiga e Scalfaro) e un ex liberale (Pininfarina) a votare «il governo più spostato a sinistra nella storia d’Italia», come l’ha definito l’Economist.

Ma qui non si fa politica, si va in scena. Pretendere di opporre argomenti razionali all’istinto eversivo del berlusconismo sconfitto è un po’ come voler spiegare al lupo di Esopo che l’agnello, stando in basso, non può inquinargli l’acqua. Bisogna piuttosto chiedersi quando finirà il delirio paranoide dell’opposizione, cominciato la notte stessa del 10 aprile, e proseguito con la ricerca di un nemico al giorno, dagli scrutatori dei seggi fino alla Spectre dei senatori a vita, pur di non ammettere la sconfitta.

Il fatto che il berlusconismo continui a dominare la televisione e quindi l’informazione in generale, ha creato dalle elezioni a oggi una falsa percezione della situazione politica. Tutto il dibattito mediatico è impostato sulla fragilità del centrosinistra, sulle sue contraddizioni, sulle difficoltà a governare la variegata coalizione da parte di Prodi. Poi i giorni passano, l’emergenza si stempera, la maggioranza riesce in tempi rapidi e senza difficoltà a eleggere i presidenti delle Camera e il presidente della Repubblica, Prodi forma il governo e ottiene una larga fiducia. La squadra di governo non sarà il massimo dello sforzo creativo, ma proprio per questo ha le caratteristiche per durare. Quale interesse avrebbero i partiti del centrosinistra a far cadere questo capolavoro di lottizzazione? Da chi potrebbero ottenere più posti e visibilità? Eppure, contro l’evidenza, si seguita a discutere soltanto dei problemi della maggioranza. La gazzarra di ieri ha almeno il merito di segnalare, per la par condicio, le disperate difficoltà in cui si dibatte l’opposizione.

Costretta a inseguire le folli recriminazioni del suo capo che ha settant’anni e non può aspettare il prossimo turno, quindi si gioca il tutto per tutto ogni giorno, senza un progetto, senza futuro, sfoderando una trovata da «serata futurista» dopo l’altra. Può andar bene per la claque leghista, sempre contenta di menare le mani. Ma per quanto Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possono accettare di suicidarsi politicamente piuttosto che comunicare a Napoleone l’avvenuta Waterloo?

Rovesciando i luoghi comuni di un’informazione ancora controllata dal vecchio potere, s’intravede un altro rischio democratico. Non la fragilità del governo Prodi ma la fragilità anche nervosa dell’opposizione di Berlusconi, troppo isterica per essere a lungo sostenibile. Una sconfitta alle amministrative o al referendum sulla devolution, la fatale perdita di posizioni nei media, a cominciare dalla Rai destinata a una ri-lottizzazione da sinistra, possono far esplodere dopo dodici anni la costruzione berlusconiana della destra.

Si può obiettare, con ragione, che sono gli stessi discorsi che si facevano nel ‘96 dopo la prima vittoria del centrosinistra. Berlusconi fu molto abile nello sventare il pericolo, assai concreto, di vedersi sostituire alla guida del centrodestra. Ma non vi sarebbe riuscito senza l’aiuto, più o meno consapevole, di una sponda nell’Ulivo. Stavolta all’orizzonte non si vedono Bicamerali o patti delle crostate, almeno non pare, ed è (forse) un eccesso di ottimismo da parte dei berluscones pensare che il centrosinistra possa inciampare sempre sulla stessa pietra.

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