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Liberate la pace
13 Aprile 2010
Articoli del 2010
Un articolo di Valentino Parlarto e un’intervista di Tommaso Di Francesco al generale Minio sul sequestro dei medici di Emergency. Il manifesto, 13 aprile 2010

Liberate la pace

di Valentino Parlato

L'arresto dei tre medici di Emergency a Lashkar-gah e la sua eco in Italia sono molto istruttivi sulla situazione internazionale e sullo stato del governo italiano e della sua stampa. Tutti sanno, in Italia e all'estero, quel che fa Emergency in varie parti del mondo e non solo in Afghanistan, dove sono stato e ho potuto visitare i suoi ospedali, quasi tutti, e non solo quello, splendido, di Kabul, che ha sede in un asilo d'infanzia, costruito a suo tempo dai sovietici.

L'attacco a Emergency è la prima conseguenza dell'«Operazione Moshtarak», iniziata dalla Nato in febbraio. Anche questa è un'operazione assurda: l'Afghanistan non può essere conquistato militarmente come ci aveva spiegato Federico Engels e hanno appreso gli inglesi prima e i sovietici dopo.

L'inizio di una guerra chiede barbarie e l'eliminazione di tutte le testimonianze scomode. Gli ospedali di Emergency curano tutti coloro che ne hanno bisogno, sono aperti, ma proprio per questo sono anche luoghi di osservazione assolutamente fastidiosa per chi bombarda e ammazza. È di qualche settimana fa il documentario che prova che i bombardieri Usa hanno massacrato, a Kunduz (in Afghanistan) 140 civili, donne e bambini del tutto disarmati. Kunduz non è un caso isolato - ieri a Kandahar sono stati uccisi quattro civili e 18 feriti da truppe atlantiche - e non va bene che un ospedale di Emergency veda, curi i sopravvissuti e magari ne parli. Liberarsi di osservatori scomodi è preoccupazione condivisa dalla Nato. L'attacco a Emergency in Afghanistan ci illumina sulla feroce assurda guerra nuovamente scatenata.

Poi c'è l'Italia - il suo governo, la sua maggioranza, la sua stampa. Prova del patriottismo e italianità del nostro attuale governo sono le prime dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, che senza alcuna informazione, prende subito le distanze dai tre medici italiani arrestati (di Emergency, ma anche italiani) dichiarando che «non sono riconducibili né direttamente, né indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana». Patriottico e umanitario il nostro ministro. Poi c'è la stampa governativa. «Gli amici di Strada: confessione choc» è il titolo che campeggia in testa alla prima pagina de Il Giornale. Tuttavia nell'articolo sottostante, firmato da Fausto Biloslavo, si legge: «Peccato che il portavoce del governatore, contattato telefonicamente da Il Giornale abbia smentito i virgolettati del Times. "Non ho mai accusato gli italiani di Emergency di essere in combutta con Al Quaeda"», ha detto il governatore. Ma c'è di più: a pagina 11 dello stesso giornale e sempre in testata il titolo grande recita: «Gli uomini di Strada confessano. Anzi, no». Un bell'esempio di stampa d'informazione; non dico altro.

Ma come si fa a non citare l'ineffabile Maurizio Gasparri che si affretta a dichiarare che il governo italiano deve intervenire contro Emergency che danneggia la reputazione dell'Italia (lui, invece, la esalta?). In ogni modo, noi che stiamo a Roma e chi vuole venire da fuori, incontriamoci sabato alle 15:00 in piazza Navona. Noi stiamo con Emergency.

Ps. per meglio capire leggetevi l'intervista al generale Fabio Mini, sempre su questo giornale.

FABIO MINI Atto inedito di estrema gravità

«Testimoni scomodi, a Kabul come in Italia»

di Tommaso Di Francesco

Al generale Fabio Mini abbiamo rivolto alcune domande sull'ormai vero e proprio sequestro degli operatori sanitari di Emergency in Afghanistan. Come giudica la vicenda che ancora una volta mostra il conflitto tra civile e militare in un teatro di guerra?

Mi sembra che una perquisizione ed un arresto di personale delle organizzazioni umanitarie sia una novità in assoluto anche per l'Afghanistan. Mi sembra anche unico il fatto che i servizi segreti afgani si facciano accompagnare da membri dell'esercito e della polizia e perfino da personale di Isaf. È vero che questo supporto reciproco è abbastanza normale in operazioni contro ribelli e insorti in armi. Ma in quel caso sono gli afgani a fare da supporto. Qui in teoria si trattava di un accertamento di polizia e nessuno stava sparando su bambini innocenti o si era barricato. La messa in scena è stata evidente e quindi è lecito chiedersi cosa sia cambiato sia fra gli afgani sia all'interno di Isaf. Nell'ambito di Isaf non contiamo più niente, non come individui o come unità militari, ma come paese. Inoltre le autorità locali afgane cominciano ad accusare la stanchezza e non sono abituate al controllo democratico. Emergency dà fastidio a molti non tanto e non solo perché cura tutti, ma soprattutto perché denuncia tutti. Parla, fa attivismo sociale e riesce a mobilitare molte coscienze. Per le autorità afghane l'ospedale è un pericoloso esempio di sostegno ai ribelli, diretto e indiretto, medico e sociale, umanitario e politico. Per le autorità militari internazionali Emergency è un punto di riferimento per i ribelli e quindi va smantellato o almeno delegittimato. Ma soprattutto è un occhio vigile e ipercritico nei riguardi del loro operato. È un testimone non tanto nel senso che va in giro raccogliendo informazioni o curiosando, ma nel senso che raccoglie in primissima battuta la realtà delle operazioni. Non c'è nulla di più credibile di un corpo straziato per raccontare la verità. Emergency ha fatto di questa possibilità di accesso alla verità uno strumento politico e perciò dà fastidio a tutti quelli che hanno qualcosa da nascondere e quelli che da nove anni inventano una formula al giorno per giustificare le morti di civili. In questo senso si può dire che si stia tornando alla guerra ai civili cominciando da quelli che hanno qualcosa da recriminare, da testimoniare e da denunciare.

Come va la guerra della Nato-Isaf nel frattempo?

La guerra non va bene sotto il profilo operativo e malissimo sotto quello strategico e politico. Le operazioni sono sempre meno incisive, ma non sono integrate da una chiara strategia civile. Le forze stanno aumentando ma si ha la sensazione che l'Afghanistan non sia più lo scopo delle azioni militari. Molte zone dell'Afghanistan hanno meno presenze internazionali di alcuni mesi fa mentre altre vedono concentrarsi forze militari. Tutto il settore al confine con l'Iran pullula di soldati di Isaf e americani. Ad Herat e Farah, nei settori teoricamente sotto il comando italiano e dove i talebani sono assenti fin dal 2001, le forze americane sono triplicate. Molti segnali indicano un possibile cambiamento di obiettivo strategico da parte americana: dall'Afghanistan ed i suoi problemi interni si è passati prima al Pakistan, poi al complesso Pakistan e Afghanistan e ora all'Iran sempre rimanendo in Afghanistan. Mi sembra che un ampliamento strategico di questo tipo comporti innanzitutto una preponderanza americana e del comando di Centcom rispetto alla Nato e poi la completa indifferenza per ciò che può succedere al popolo afgano. La stabilità dell'Afganistan come «stato finale» delle operazioni non ha funzionato, di guerra al terrore internazionale da condurre in Afghanistan non si parla quasi più e allora si cerca di far diventare questo paese una base di partenza per una nuova avventura politico-militare con il rischio di far saltare tutta l'Asia Centrale e oltre. Spero tanto di sbagliarmi.

Cosa pensa delle reazioni del governo italiano, impegnato più a prendere le distanze dagli italiani arrestati che non a difenderli?

In queste ore si assiste ad un progressivo disgelo da parte della Farnesina, ma quello che è successo nei giorni passati non è consolante. Abbiamo visto mobilitazioni e prese di posizione ufficiali molto decise per eventi e cause molto meno importanti di questa. Abbiamo pagato riscatti di milioni di dollari a dei terroristi per stabilire il punto che i cittadini italiani vanno salvaguardati soprattutto se si dedicano a cause umanitarie. Non abbiamo mai chiesto perché fossero nei guai e come ci fossero finiti. Non abbiamo neppure applicato la regola che normalmente si applica ai soldati: sono volontari e se la sono cercata. Abbiamo pagato e ci siamo anche fatti ammazzare per portarli a casa. In questa circostanza è sembrato quasi che si sperasse che i nostri connazionali fossero veramente colpevoli. Non è neppure stato applicato il beneficio del dubbio o la presunzione d'innocenza che merita chiunque ma che che Emergency si è guadagnata facendo un mestiere che non fa nessun altro in Afghanistan: salvare la vita di tutti senza chiedere a quale parte o fede appartengono. Si sono usate figure retoriche per dire una cosa e farne capire un'altra e questa è la prova che Emergency dà fastidio anche a qualcuno del nostro governo. Da dove venga questa avversione non è chiaro. Che si tratti soltanto di diverso schieramento politico mi sembra un insulto alla democrazia e una dimostrazione di meschinità. Su Giuliana Sgrena si disse di tutto, ma mentre certa stampa la faceva a pezzi, il governo, di tutt'altro segno della giornalista, stava trattando la sua liberazione. Poi partì uno dei più alti funzionari dei servizi segreti per tirarla fuori. Rimettendoci la pelle. È vero che il clima da allora è cambiato, ma non credo si tratti solo di faziosità. Può trattarsi di imbarazzo nei riguardi degli americani, degli inglesi e della Nato. Essi sanno essere molto persuasivi quando si mettono in testa di eliminare un ostacolo. Ma non necessariamente dicono sempre la verità. Non è escluso che qualcuno abbia convinto le nostre autorità che Emergency sia veramente collusa con il terrorismo. Tuttavia anche in questo caso dovrebbe prevalere la forza della sovranità nazionale a salvaguardia dei nostri cittadini. Chiunque si trovi in quelle condizioni e in paesi che non danno alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani e di quelli legali deve prima essere tirato fuori e poi processato. Ma sembra che noi ci vergogniamo di essere italiani e piuttosto che fare le cose che gli altri invece fanno normalmente preferiamo alludere alle collusioni o accreditare una presunta legalità afghana.

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