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Roberto Ciccarelli
Lì dove c’era uno Smeraldo oggi c’è Eataly
5 Maggio 2014
Milano
Una manifestazione e un dossier sulle inarrestabili fortune di un complesso post-industriale nato e cresciuto vigorosamente all'ombra della "Larghe intese" e della greeneconomy.

Una manifestazione e un dossier sulle inarrestabili fortune di un complesso post-industriale nato e cresciuto vigorosamente all'ombra della "Larghe intese" e della greeneconomy. Il manifesto online, 5 maggio 2014

Una grande abba­iata per imi­tare il coro di una­nime plauso che acco­glie ogni ini­zia­tiva di Oscar Fari­netti, il patron di Eataly, il pre­sti­gia­tore dell’autentico made in italy. Il flash mob #lagran­deab­ba­iata è stato orga­niz­zato sabato 3 mag­gio dalla rete mila­nese Atti­tu­dine NoExpo: Euro­may­days and The Ned, Macao, Off­to­pic, La terra trema, San pre­ca­rio, Zam, Lam­bretta, Boc­cac­cio, Farro e fuoco, Rimake, Rima­flow, all’ex tea­tro Sme­raldo, oggi Eataly Milano, in Piazza XXV Aprile a un passo da Corso Como.

Sme­raldo, il tea­tro chiuso da un parcheggio

Pro­prio quello inau­gu­rato il 18 marzo scorso, per il momento cono­sciuto per le pole­mi­che sol­le­vate dalla ristrut­tu­ra­zione. Eataly si è affi­data all’impresa “Costru­zioni euro­pee” di Peru­gia che ha subap­pal­tato una parte dei lavori di ristrut­tu­ra­zione dello Sme­raldo a una ditta romena, la Cobe­tra: 25 ope­rai, di cui uno spe­cia­liz­zato in restauri e un solo capo­ma­stro. Secondo la Filca Cisl, gli ope­rai romeni avreb­bero per­ce­pii sti­pendi da fame: 500–800 euro per 40 ore set­ti­ma­nali. Eataly ha soste­nuto di essere all’oscuro di que­sto subap­palto. Sul suo Libro Unico del lavoro lo sti­pen­dio men­sile dei mura­tori era di 2100 euro men­sili, con­tri­buti inclusi. L’importazione del per­so­nale a basso costo dalla roma­nia sarebbe avve­nuto a sua insaputa.

Lo Sme­raldo era un tea­tro che a Milano ha ospi­tato Cats, il Fan­ta­sma dell’opera, Evita, David Bowie, Astor Piaz­zolla e Spring­steen. Oscar Fari­netti, pro­prie­ta­rio di Eataly lo ha rile­vato da Gian­ma­rio Lon­goni che ha cer­cato di sal­vare il tea­tro dal fal­li­mento. Lon­goni ha rice­vuto lo Sme­raldo da un lascito di fami­glia, una di quelle anti­che e nobili della Brianza. L’ex gestore del Ciak di Milano lo rilevò che era un cinema porno, por­tan­dolo ad essere un luogo per una pro­gram­ma­zione più consona.

Una vicenda tor­men­tata, quella che ha por­tato il tea­tro a chiu­dere, e poi ad essere acqui­stato da Fari­netti. Aperto il 28 luglio del 2006, e ter­mi­nato nel luglio 2012, il can­tiere per i box di piazza XXV Aprile ha dimez­zato la clien­tela e gli spet­ta­coli del tea­tro. Ste­fano Boeri lan­ciò dallo Sme­raldo la sua can­di­da­tura, Giu­liano Pisa­pia fece il punto sulla sua giunta pro­prio qui. Lon­goni ha detto di essere stato lasciato solo dall’amministrazione di centro-sinistra. Ha detto anche di essere stato schiac­ciato dalla con­cor­renza sleale degli altri tea­tri che tra l’altro per­ce­pi­vano aiuti pub­blici, men­tre lui ha cer­cato di fare da solo,da impren­di­tore indipendente.

Una brutta sto­ria, e tri­ste, che parla della com­mi­stione tra cul­tura e spet­ta­colo, unico stru­mento per far soprav­vi­vere un tea­tro dove i fondi pub­blici sono sem­pre più esi­gui e sem­pre più nelle mani di pochi.

Apo­lo­gia del tem­pio del gusto

Da quando la cultura-spettacolo-Tv, quella per inten­dersi degli spet­ta­coli di Bri­gnano o Pana­riello a tea­tro, è stata inte­grata e rico­di­fi­cata nel nuovo del made in Italy — Eataly — i tea­tri sono diven­tati i pos­si­bili con­te­ni­tori di una forma di mar­ke­ting aggres­sivo e vin­cente. Come lo Sme­raldo a Milano oggi, o il Tea­tro Valle a Roma. Tre anni fa, prima della sua occu­pa­zione, voci insi­stenti par­la­vano di una sua tra­sfor­ma­zione in un “tem­pio del gusto” Eataly, con dire­zione arti­stica a cura di Ales­san­dro Baricco.

Sulle ceneri dello Sme­raldo, la cul­tura della tra­di­zione gastro­no­mica ita­liana diventa l’alto cibo — hanno spie­gato i pro­mo­tori della pro­te­sta mila­nese — nel cen­tro di uno dei quar­tieri più gen­tri­fi­cati di Milano si pro­clama al con­sumo (di classe!), come se la cul­tura non avesse spa­zio nel pro­getto di una città da Expo. E che con­sumo: la tra­di­zione della terra diventa pro­dotto di élite, stando attenti che il fascino del locale, del tra­di­zio­nale, del pro­dotto buono, sano e giu­sto, rimanga intatta.

Decine di per­sone hanno ulu­lato con­tro la “grande abba­iata” del con­senso verso il “fascino del locale”, una forma per­va­siva del con­senso poli­tico che lavora sull’immaginario di un paese in crisi, che ago­gna un posti­cino nella “com­pe­ti­zione” sui mer­cati glo­bali, ma non sa cosa vendere.

Fari­netti, che è un impren­di­tore poli­tico post­for­di­sta, lavora sul bran­ding, e ha avuto un’idea: biso­gna ven­dere l’immagine del paese-che-ama-il-buon-cibo, un paese otti­mi­sta per­ché la fatica, i sacri­fici, la crisi non aiu­tano a ven­dere. E così ha inter­pre­tato il desi­de­rio di riscatto delle classi domi­nanti (quelle che pen­sano che “la cul­tura è il petro­lio d’Italia” o che l’Italia è un mera­vi­glioso paese dove tutti devono stu­diare da cuo­chi o came­rieri e lavo­rare in un ristorante.

Feno­me­no­lo­gia Eataliana

Acqui­stando tea­tri, ex cen­tri della logi­stica (come il Cen­tro Agro Ali­men­tare Bolo­gnese — CAAB — una sorta di mer­cati gene­rali nella zona nord di Bolo­gna dove sor­gerà “Eataly WORLD”, forse per sot­to­li­neare le ambi­zioni degli inve­sti­tori ceduto dal comune senza con­tro­par­tite per costruire il F.I.C.O.), grandi palazzi o ex sta­zioni abban­do­nate come a Roma, Fari­netti inter­preta la pro­pria impresa al cen­tro di un pro­getto di civi­liz­za­zione urba­ni­stica. Riqua­li­fica i vec­chi immo­bili, ne tra­sforma la sto­ria, la incor­pora nella pro­pria impresa poli­tica e intende nobi­li­tare la città dove lui porta lavoro e il suo iper­mer­cato di cose buone e costose.

Un mondo bello, curato, pulito, in cui tutto-va-bene — spie­gano ancora i pro­mo­tori del flash mob — ci pro­pon­gono uno stile di vita accat­ti­vante, in cui non c’è spa­zio per il disor­dine, il dis­senso, la cri­tica. Ci ane­ste­tizza. Come una pas­seg­giata in Corso Como, come i grat­ta­cieli di Porta Nuova, ci sug­ge­ri­sce non solo un’idea della città, ma anche un’idea di ciò che noi dob­biamo essere e di come noi dob­biamo vivere. Di ciò a cui, da brave per­sone, dovremmo aspi­rare. Per que­sto, oggi ulu­liamo. Siamo indi­sci­pli­nati nell’affermare quel che vogliamo essere, fare, come vogliamo vivere la città, quale lavoro vogliamo sce­gliere e con chi lo vogliamo fare. Senza mori­ge­ra­tezza, disor­di­na­ta­mente, e con intel­li­genza: ulu­liamo libe­ra­mente con­tro la grande abbaiata.

Un com­plesso indu­striale trasversale

Il flash mob #lagran­deab­ba­iata è stata una nuova azione di pro­te­sta con­tro l’Expo 2015 ad un anno esatto dalla sua inau­gu­ra­zione. Fa parte di un festi­val d’arte per­for­ma­tivo “Folle agire urbano” orga­niz­zato dal primo mag­gio (giorno della May­day) al 5 mag­gio, ricor­renza dell’occupazione della Torre Galfa a Milano nel 2012 (vedi qui e qui).

In un dos­sier su Slow Food, COOP Ita­lia ed Eataly, Nes­suna fac­cia buona, pulita e giu­sta a EXPO 2015, i movi­menti hanno rico­struito anche la sto­ria di Eataly.

Fon­data nel 2004, l’azienda verrà quo­tata in borsa entro il 2017. Dal 2007 al 2014 le aper­ture di iper­mer­cati sono arri­vate a 25, una metà in Ita­lia, l’altra metà nel mondo. Solo a New York pro­duce un fat­tu­rato annuo con entrate per circa 80 milioni di euro. Nei pros­simi due anni è pre­vi­sta un’altra quin­di­cina di nuove aperture.

La fami­glia Fari­netti pos­siede l’80% di Eatin­vest srl, la finan­zia­ria del gruppo, che a sua volta con­trolla Eataly srl, che ha un fat­tu­rato annuo di 400 milioni di euro. Eataly srl a sua volta que­sta con­trolla la società Eataly Distri­bu­zione srl alla quale par­te­ci­pano COOP, COOP Adria­tica, COOP Ligu­ria, NOVA COOP, per un totale del 40%. Tutti gli store della catena Eataly sono for­mal­mente nelle mani di que­sta terza strut­tura socie­ta­ria alla quale COOP dà appog­gio sul know-how e sull’area della for­ma­zione e del per­so­nale. Eataly srl siede negli orga­ni­grammi di diverse società pro­dut­trici –spesso già pre­sidi Slow Food– la cui merce è ven­duta nei negozi Eataly come le bibite Luri­sia o la pasta Alferta, vini e carni.

Eataly ha ria­dat­tato il modello Auto­grill alle città e con cri­teri qua­li­ta­tivi più alti. Auto­grill man­tiene in un angolo dei suoi store i pro­dotti tipici. Fari­netti ha invece creato spazi enormi fatto di pro­dotti tipici. Se sulle auto­strade il “tipico”, il pro­dotto Dop, è un’eccezione in una risto­ra­zione fatta di panini e pizze uni­ver­sali, a Eataly l’eccezione è la norma. E anche il panino e la pizza hanno il loro posto d’onore nella triade ideo­lo­gica che vede nel cibo ita­liano, e nelle sue mol­te­plici ver­sioni dia­let­tali, le idee pla­to­ni­che del Buono, del Pulito e del Giu­sto. Que­sta è la tri­nità che sta alla base della demo­cra­zia del Gusto pagata a prezzi non certo popolari.

Una tri­nità che uni­sce, nell’impresa fari­net­tiana, Coop, Eataly e Slow-food. Nel dicem­bre 2013, que­sta entità una e trina ha fir­mato con l’amministratore unico di Expo 2015 Giu­seppe Sala un accordo per rap­pre­sen­tare il tema della mani­fe­sta­zione mila­nese: “Nutrire il Pia­neta. Ener­gia per la Vita”. Un blocco di imprese spe­cia­liz­zato in “food-branding”, crea­zione com­mer­cia­liz­za­zione e distri­bu­zione del cibo.

Un com­plesso impren­di­to­riale tra­sver­sale e bi-partisan, dalle ban­che all’edilizia all’editoria e all’università (l’ateneo di scienze della gastro­no­mia di Pol­lenzo vicino a Bra in Pie­monte), e con un’aura di auto­re­vo­lezza in mate­ria ali­men­tare si can­dida cre­di­bil­mente a rap­pre­sen­tare il vero con­te­nuto di un Expo sgan­ghe­rato e mul­ti­mi­liar­da­rio dove, si asfal­tano campi di mezza Lom­bar­dia per costruire strade che con­du­cano al sito di EXPO o si costrui­sce la Via d’acqua che stra­volge i par­chi della cer­chia nord-ovest di Milano (Trenno, Bag­gio, Cave, Bosco in città e aree verdi limi­trofe). Senza con­si­de­rare le prime inda­gini della pro­cura di Milano che nel marzo 2014 ha arre­stato Anto­nio Giu­lio Rognoni, diret­tore gene­rale di “Infra­strut­ture Lom­barde”, già can­di­dato al posto di sub­com­mis­sa­rio di Expo 2015 per una sto­ria di appalti truc­cati, insieme ad altre 8 per­sone. Il giro di appalti a Milano per l’Expo è di 11 miliardi di euro.

Nel marzo 2014 Eatin­vest srl ha ven­duto alla società Tam­buri Invest­ment Part­ners (Tip) il 20% delle quote di Eataly per circa 120 milioni di euro, dove un altro 20% era già pos­se­duto da uno dei soci della di Fari­netti, Luca Baf­figo Filan­geri. Alla Tip par­te­ci­pano alcune delle più influenti fami­glie dell’alimentare ita­liano: Lavazza, Lunelli del vino Fer­rari, Fer­rero.

“Sono spe­cia­liz­zati nelle ope­ra­zioni di borsa e ci accom­pa­gne­ranno alla quo­ta­zione di Eataly nel 2016–2017 — ha detto Fari­netti — E poi per­ché è una società ita­liana: abbiamo rice­vuto molte pro­po­ste da stra­nieri, che ci offri­vano anche di più, ma abbiamo scelto Tip per­ché Eataly deve restare al 100% ita­liana. Inve­sti­remo nell’Expo 2015 e nel nuovo pro­getto Fico.

L’evoluzione di Eataly viene spie­gata nel dos­sier nella cor­nice del capi­ta­li­smo basato sulle grandi opere e sui grandi eventi. Grandi opere come il TAV, il MOSE, e grandi eventi come Espo­si­zioni, Olim­piadi, Mon­diali di sport, Fiere sono il frutto della ricerca di visi­bi­lità, con­senso, ren­dita fon­dia­ria e pro­fitto da parte di sog­getti poli­tici e di gruppi di potere legati alle costru­zioni, alle infra­strut­ture, alle coo­pe­ra­tive, al mondo delle società anche mul­ti­na­zio­nali– che oggi vivono di bandi, con­su­lenze, appalti e fondi pubblici.

Eataly a Sharm-el-Sheik


“Godo quando assumo un gio­vane” ha detto Fari­netti. Molte di que­ste assun­zioni sono a ter­mine. Non solo per­ché Fari­netti è un impren­di­tore ren­ziano che applica alla let­tera la ricetta “moder­niz­za­trice” del suo sodale poli­tico, ma per­ché inter­preta lo spi­rito dell’impresa nel paese dove l’ex capo dell’Alleanza delle Coo­pe­ra­tive, rosse e bian­che, Giu­liano Poletti rico­pre il ruolo mini­stro del Lavoro. Fari­netti ne applica il Decreto lavoro e assume i suoi dipen­denti tra­mite agen­zia inte­ri­nale, con con­tratti a pro­getto o a tempo deter­mi­nato. Molti rice­vono circa 8 euro lordi all’ora, che equi­val­gono a 800 euro netti al mese nel caso di 40 ore set­ti­ma­nali, 500 per il part-time. Poco più, o poco meno, degli ope­rai rumeni che hanno ristrut­tu­rato lo Sme­raldo. Un lavoro all’italiana, un eata­lyan job.
Un eata­lyan job ini­zia sca­te­nando la potenza di fuoco del mar­chio. Gli enti locali fanno di tutto per inca­sto­nare il brand nel loro ter­ri­to­rio. Que­sta è la forza dell’impresa made in Italy: ven­dere il mar­chio affin­ché il ter­ri­to­rio, la città, quell’immobile riac­qui­stino valore nell’immaginario. Si dichiara uno stato di emer­genza e le pro­ce­dure diven­tano veloci. E’ già suc­cesso a Torino nel 2007 dove l’allora sin­daco Chiam­pa­rino con­cesse gra­tui­ta­mente a Fari­netti l’ex fab­brica della Car­pano per 60 anni, in cam­bio la com­pleta ristrut­tu­ra­zione dell’edificio.
E’ acca­duto a Bari, primo pre­si­dio a sud dell’azienda, nella Fiera del Levante. Un fiera ago­niz­zante, che cerca ogni stru­mento per mone­tiz­zare e pri­va­tiz­zare un’area di 280 mila metri qua­dri a ridosso del porto. Fari­netti è piom­bato sulla città, ha vinto un bando con i suoi soci baresi (tra cui c’è Fabri­zio Lom­bardo Pijola al cen­tro del caso dell’emittente tv Antenna Sud in crisi e con gior­na­li­sti licen­ziati), per una “mostra tem­po­ra­nea” del suo Eataly per sei mesi. Per sei mesi Fari­netti avrebbe stan­ziato 15 milioni di euro? Poco cre­di­bile. Si può invece pen­sare che la for­mula “mostra tem­po­ra­nea” per un immo­bile di migliaia di metri qua­drati è stato lo stru­mento per sospen­dere tutta la “buro­cra­zia” e far aprire le porte al “tempo del gusto”.
L’apertura è stata a tempo di record, le auto­rità locali hanno fatto “mira­coli”, e l’azienda non aveva fatto a tempo a creare un orga­nico defi­ni­tivo. In realtà, Eataly Bari (inve­sti­mento: 15 milioni di euro) aveva un per­messo tem­po­ra­neo di aper­tura di sei mesi, come “mostra-mercato”. E per que­sto non poteva assu­mere a tempo inde­ter­mi­nato. Fari­netti è aggres­sivo. La sua potenza è attual­mente legata ad una buona liqui­dità, ma si regge fon­da­men­tal­mente sulla spe­ranza di creare occu­pa­zione, non importa quale, l’importante è che sia lavoro. Que­sta è la for­mula usata da Renzi e Poletti per far pas­sare il decreto che pre­ca­rizza tutti i con­tratti a ter­mine. Uno stru­mento spac­ciato come la solu­zione con­tro la disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale e di lunga durata.
E poi c’è la debo­lezza dei poten­tati locali stroz­zati dai debiti e dalla crisi. A Bari il blitz di Fari­netti deve avere creato qual­che pro­blema con i ver­tici di una Fiera del Levante. Al punto che ci hanno ripen­sato: “Mai più un caso Eataly” ha detto il 4 feb­braio 2014 al Cor­riere del Mez­zo­giorno il pre­si­dente Ugo Patroni-Griffi. Da domani si pro­ce­derà con il clas­sico bando per fare gestire ai pri­vati 75 mila metri qua­dri per 30 anni. Non è escluso che Fari­netti par­te­cipi anche a que­sti. Lui a Sharm-el-Sheikh porta lavoro in un paese di came­rieri e risto­ranti ad uso turistico.

The Eata­lyan Job

All’inizio di ago­sto 2013, poco dopo il varo della sede barese di Eataly alla Fiera del Levante, la prima in quel Sud che dovrebbe essere come Sharm-el-Skeikh, Cgil-Csil e Uil ave­vano denun­ciato Fari­netti per 160 “assun­zioni fuo­ri­legge”, arri­vate a 180 durante la Fiera a set­tem­bre. Troppi inte­ri­nali e pochi a tempo inde­ter­mi­nato. Era stata vio­lata la legge Biagi che per­mette di assu­mere l’8% di inte­ri­nali con un minimo di 3 e non 160. Poi c’erano 10 con­tratti a tempo deter­mi­nato e 3 indeterminati.

La rego­la­riz­za­zione poi è avve­nuta, i sin­da­cati si sono pla­cati, Fari­netti ha otte­nuto che la sua mostra tem­po­ra­nea diven­tasse permanente.i, anche per­ché il can can è stato intenso e tutti hanno fatto capire a Fari­netti (“quello del Nord”) che la sua atti­tu­dine da colonizzatore-che-porta-il-lavoro-a-Sud doveva con­fron­tarsi con la richie­sta di un lavoro rego­lare. Atten­zione alle pro­por­zioni: 63 a tempo inde­ter­mi­nato, 66 appren­di­sti, 34 a tempo deter­mi­nato, 1 som­mi­ni­strato): 100 su 163 sono lavo­ra­tori a ter­mine. Ma il ter­mine quanto dura?Le assun­zioni sono state fatte secondo le regole del decreto “Letta-Giovannini” per gli under 29, a due con­di­zioni: i “gio­vani” dove­vano essere disoc­cu­pati o avere una fami­glia a carico. Quando entrerà in vigore, il “Decreto Poletti” sta­bi­li­sce che que­sti 100 potranno essere rin­no­vati a ter­mine fino al 2017. Nel mezzo potranno esserci più rin­novi e più pro­ro­ghe. Poi potreb­bero essere assunti.

Sem­pre che Eataly Bari non chiuda prima. Le pro­ie­zioni a 12 mesi par­lano di 10 milioni sui 20 pro­gram­mati. A luglio si faranno i conti. Tra mille distin­guo in città si è ini­ziato a dire che sarà dif­fi­cile man­te­nere l’occupazione. Nes­suno di que­sti lavo­ra­tori è iscritto ai sin­da­cati con­fe­de­rali, nono­stante abbiano vinto una ver­tenza in due mesi. Non è il primo caso di lavo­ra­tori a ter­mine, non sin­da­ca­liz­zati, nelle grandi colo­nie indu­striali create nel sud-senza-lavoro. Può darsi che il clima azien­dale abbia influito. Fari­netti tiene molto a dire che la sua azienda è “una grande fami­glia”. E una fami­glia si gesti­sce da sola i con­flitti e soprat­tutto le com­pa­ti­bi­lità con i suoi “figli”, i lavo­ra­tori. Del resto, “i sin­da­cati sono medioe­vali” ha detto il patron.

Basta con lacci e lac­ciuoli per chi crea lavoro. Piut­to­sto creare “zone spe­ciali”, come in Cina, a sud come nelle metro­poli del Nord, dove il diritto del lavoro viene ridotto alla misura dei con­tratti a ter­mine senza cau­sale. L’obiettivo è col­ti­vare un indi­vi­duo come con­su­ma­tore, utente, visi­ta­tore. O come turi­sta, come sug­ge­rito in que­sti anni dagli stessi ver­tici di Expo 2015 e dai poli­tici ita­liani.

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