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Clara Sereni
Lezioni Bolognesi
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
La legalità, quale, a quali condizioni va difesa: un altro contributo alla discussione di un tema difficile. Da l’Unità del 7 novembre 2005

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La legalità, quale, a quali condizioni va difesa: un altro contributo alla discussione di un tema difficile. Da l’Unità del 7 novembre 2005

C’è un tale polverone, mediatico e di bombe, attorno a Bologna, che rintracciare i fili di un ragionamento si è fatto molto difficile. Ma Bologna e il suo sindaco sono così importanti, per il centrosinistra e per tutto il Paese, che non arrendersi ai polveroni è urgente e necessario: senza lasciarsi invischiare dai «cui prodest?», ma anche senza alzare i toni di una riflessione che può affermare le proprie ragioni solo pacatamente. E magari sollevando lo sguardo un po’ sopra le beghe quotidiane per tentare di rivolgerlo alla politica, nella sua accezione più ampia. Nessuno, in nessuna sinistra, pensa o sostiene che l’illegalità sia un valore in sé, e dunque le affermazioni sull’obbligo di applicare le leggi trovano una indiscussa concordia.

Ma molti hanno in testa l’idea che compito della politica - cioè di tutti e di ciascuno - sia forzare l’esistente e le sue leggi in una direzione di progresso. Ricordano, per esempio, che sono stati necessari decenni di scioperi «illegali» perché lo sciopero diventasse un diritto. Per esempio, è grazie a quattro scapestrati radicali, che cominciando a praticare aborti medicalmente assistiti e sicuri si posero al di fuori delle norme allora vigenti, che l’interruzione volontaria della gravidanza ha trovato accoglienza in una legge dello Stato, la 194. Per esempio, è grazie al gesto semplice ed eversivo di una donna che si mise a sedere in una zona dell’autobus che le era interdetta, che il movimento dei neri d’America ebbe impulso, e provocò modificazioni anche legislative dell’assetto esistente. E, dando spazio ai ricordi e alle storie, si potrebbe parlare di occupazione delle terre, di rifiuto delle cartoline-precetto, di una miriade di episodi che hanno mutato le leggi e il costume. Quando ancora non esistevano i «disobbedienti», abbiamo chiamato tutto questo «disobbedienza civile»: e l’aggettivo faceva largamente aggio sul sostantivo, definendo una qualità e un valore. E se è vero che oggi tutto è più confuso, anche il linguaggio, e che molte parole d’ordine di un tempo non funzionano più, bisognerà pur fare uno sforzo per non fermarsi al primo e più piatto significato della parola «legalità».

Una dozzina d’anni fa (sembra un secolo), nacque un Coordinamento delle città per la lotta all’esclusione sociale, che aveva come primo obiettivo lo scambio di esperienze innovative in un settore che stava crescendo in progressione geometrica, e stava diventando esplosivo. Quel Coordinamento fu poi incongruamente accantonato dai governi di centrosinistra, ma forse sarebbe utile tornare ad individuare uno strumento analogo di informazione e conoscenza: perché ancora un esempio il problema oggi scottante a Bologna delle convenzioni fra Enti locali e centri sociali, cioè gruppi informali che rifiutano di assumere una qualsiasi personalità giuridica, fu oggetto di un percorso lunghissimo e difficile già ai tempi della giunta Rutelli, risolto infine con una famosa «delibbera» che ancora oggi, credo, potrebbe fornire indicazioni utili per analoghi problemi. Anche, eventualmente, per evitare scontri e manganellate sulla soglia delle sedi comunali.

Insomma nessun disaccordo sul bisogno di legalità, ma avendo ben chiaro che i percorsi di applicazione delle leggi possono essere diversi. In una metropoli come Roma, che pure ha problemi di sicurezza non certo inferiori a quelli di Bologna, sono stati fatti sgomberi e sono state bonificate baraccopoli senza che cronisti fotografi e teleoperatori trovassero materia di arrembaggio: perché il percorso faticoso e articolato che ha portato a quelle iniziative le ha poste in un ambito di normalità, di condivisione, di consenso. E a proposito di consenso: se è indubbio che, per governare, la politica ne ha bisogno, credo debba essere altrettanto indubbio che non possa essere il consenso l’unità di misura delle scelte. Altrimenti

- per dire - la Democrazia Cristiana dei tempi d’oro non ne avrebbe sbagliata una, e ogni dittatore populista avrebbe diritto al proprio altare. Si può ottenere consenso vellicando gli istinti più oscuri e consolidati dell’elettorato, o si può costruirlo rischiando ogni giorno, costruendo il futuro, immaginando il nuovo, forzando l’opinione pubblica verso obiettivi più alti, di maggior respiro, e per questo sempre scomodi.

Quanto più la situazione complessiva peggiora, tanto più appare chiaro che al centrosinistra, come ad ogni coalizione di progresso, spetta necessariamente il compito degli obiettivi più alti, di maggior respiro, scomodi, diversi: senza di che, si dà spazio inevitabilmente al qualunquismo di chi dice «destra o sinistra, non c’è differenza». È uno spazio ancora inopinatamente ampio, pur in presenza degli errori macroscopici, della diversità davvero antropologica di chi ci governa: sta a tutti noi, e anche al sindaco di Bologna, fare in modo che non cresca ancora

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