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Ulrich Beck
L'Europa e le chimere del nuovo liberismo
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Grazie allo choc provocato dall'esito dei referendum, l'Europa comincia a riflettere su se stessa. Da la Repubblica dell'8 giugno 2005

Molte delle critiche all´Europa – sia da destra che da sinistra – si basano sull´assunto che in una società e in una politica europeizzate possa avvenire un ritorno all´idillio nazional-statale. Ovunque risuona la lamentazione secondo cui l´Europa è una burocrazia senza volto; l´Europa distrugge la democrazia; l´Europa seppellisce la pluralità delle nazioni. In questa critica, per quanto sommariamente formulata, c´è qualcosa di giusto; essa però diventa problematica in quanto parte da presupposti erronei e si impiglia in una falsa alternativa. Ovviamente, si può e si deve criticare la politica dell´Unione Europea e il suo deficit di democrazia. Ma questa critica è insidiosa se muove dal principio dell´ontologia nazionale: senza nazione, niente democrazia.

Il tarlo si nasconde nella logica nazional-statale (e non nella realtà dell´Europa), poiché in base ad essa un´Europa post-nazionale non può che essere – in termini di pura logica dei concetti – un´Europa post-democratica, secondo il motto: "Quanta più Europa, tanto meno democrazia" (Ralf Dahrendorf).

Questa argomentazione è sbagliata per tutta una serie di motivi – e in essa si possono anche evidenziare le limitatezze dello sguardo nazionale. In primo luogo, i suoi sostenitori disconoscono il fatto che la via dell´Europa alla democrazia non è e non può essere identica al concetto e alla modalità nazional-statali della democrazia, che invece esso applica come criterio all´Unione Europea. In termini storici, l´europeizzazione è qualcosa di concettualmente diverso e questo emerge già dal fatto che l´Unione Europea è costituita da stati democratici, ma a sua volta non è uno stato nel senso tradizionale del termine. Così, in secondo luogo, sorge la questione se i modelli di democrazia sviluppati per lo stato moderno si possano applicare all´Unione Europea o se per la legittimazione democratica della politica europea non vadano applicati altri modelli di democrazia, ossia modelli post-nazionali.

Entrambe le cose, vale a dire l´assolutizzazione del modello nazional-statale di democrazia e il fatto che venga disconosciuta la particolare via storica verso una – certo, ancora del tutto insufficiente – democratizzazione dell´Europa si fondano sulla chimera nostalgica, che assolutizza la dimensione nazionale. Corrispondentemente, questa illusione di un ritorno al buon, vecchio stato nazionale non domina affatto soltanto le menti limitate dei reazionari. Anche gli spiriti più colti e raffinati, così come i teorici politici più riflessivi, si aggrappano a questa fede nazional-statale. Mentre l´Europa e i suoi ex stati nazionali si intrecciano, si mescolano, si compenetrano, cioè mentre nelle società degli ex stati nazionali non c´è più nemmeno un angolo libero dall´Europa, nelle teste regna più che mai l´immaginazione nostalgica della sovranità nazional-statale. Essa diventa uno spettro sentimentale, un´abitudine retorica, nella quale cercano rifugio gli impauriti e i disorientati. Ma non è possibile alcun ritorno allo stato nazionale in Europa, poiché tutti gli attori sono inseriti in un sistema di dipendenze al quale potrebbero sottrarsi solo a costi estremamente elevati. Ormai, dopo cinquant´anni di europeizzazione, i singoli stati e le singole società sono capaci di agire soltanto nella sintesi europea.

La seconda chimera ampiamente diffusa in Europa, ossia la chimera neoliberista, in sostanza muove, come la chimera neonazionale, dall´assunto secondo cui sarebbe possibile e sufficiente integrare l´Europa sul terreno economico. Una progressiva integrazione sociale e politica sarebbe non solo inutile, ma anche dannosa. In base a questa idea l´Europa non dovrebbe essere nient´altro che un grande supermercato che ubbidisce esclusivamente alla logica del capitale. In questo modo, però, si disconosce il fatto che tra la neoliberalizzazione e la neonazionalizzazione dell´Europa sussiste un nesso sotterraneo: la creazione di un mercato europeo, di un´unione monetaria europea e i primi passi verso la costruzione di un comune ordinamento giuridico fanno venir meno proprio quella prospettiva di sussidiarietà che ha legittimato questo progetto europeo, suscitando in molti riflessi difensivi neonazionalistici. Infatti, la retorica della competitività globale ha pervaso la modernizzazione europea. All´insegna dell´ "integrazione dei mercati" si è scatenato il processo di una modernizzazione che cancella confini e fondamenti; esso ha tolto validità alle premesse nazional-statali della democrazia parlamentare, dello stato sociale e del compromesso di classe. Il discorso sulle "riforme" si immiserisce a una progressiva deregulation dei mercati.

Per lungo tempo lo sviluppo neoliberista dell´Europa è stato sostenuto da un consenso delle élites europee, ma fin dall´inizio la cooperazione tra i mercati regolata a livello sovrastatale è stata intesa e praticata come fattore di conciliazione. L´unità realizzata su questo minimo denominatore comune economico e il superamento dei confini nazionali con la "forza dell´economia", generalizzati a soluzione ideale neoliberista, hanno fatto sì che i fondamenti sociali e politici del progetto europeo rimanessero sottosviluppati. Certo, le sinistre europee hanno richiamato i capitoli sociali del trattato di Maastricht, che difendono la giustizia sociale contro il potere dell´economia. Tuttavia, i principi della razionalità economica generano una dinamica esattamente opposta: le possibilità statali di controllo e di organizzazione vengono minimizzate e gli stati membri vengono vincolati a una politica finanziaria, economica e fiscale che lega loro le mani. La cosa più dolorosa è forse la mancanza di mezzi efficaci per contrastare la disoccupazione – anche attraverso la destatalizzazione neoliberista, decantata come miracolosa. Nell´Europa neoliberista l´eliminazione dei deficit di bilancio e il principio della stabilità dei prezzi sono diventati i veri criteri in base ai quali commisurare la crescita o il declino.

Questa Europa minimale neoliberista non ha economicamente senso e non è politicamente realistica. I mercati non vengono soltanto costituiti politicamente, ma necessitano anche di una continua correzione politica per poter funzionare effettivamente. Se queste politiche di correzione dei mercati a livello europeo non sono possibili o non sono volute, a lungo andare ne risentirà non soltanto l´economia europea, ma il progetto europeo nel suo insieme. Infatti, le contraddizioni e le inadeguatezze dell´Europa minimale neoliberista non possono essere neutralizzate politicamente; al contrario, verranno messe allo scoperto e strumentalizzate politicamente in particolare dal risorgente populismo di destra. Esso trae forza, non ultimo, dalla chimera neoliberista, secondo la quale l´Europa potrebbe essere realizzata come un´Europa impolitica dei mercati, che lascia intatti i vecchi contenitori sociali nazional-statali. Con l´allargamento ad Est e con la votazione sulla Costituzione si affaccia la chimera degli Europei, poiché la scelta di campo per una sempre maggiore integrazione comporterà una pesante concorrenza per una Germania e una Francia economicamente indebolite e i veri problemi si porranno ai margini dell´Unione Europea, nei rapporti con i Balcani, con l´Europa post-sovietica e con il mondo arabo e musulmano.

Senza dubbio l´Europa necessita della critica, ma non di una critica cieca dinnanzi alla realtà, nostalgica, basata su chimere. Abbiamo bisogno di una teoria critica dell´europeizzazione, che sia radicalmente nuova ma nello stesso tempo si ponga in continuità con il pensiero e la politica europei. Essa sviluppa a fondo la semplice convinzione che le soluzioni comuni sono più fruttuose dei percorsi solitari nazionali. L´Europa della differenza non minaccia, ma rinnova e trasforma le nazioni e gli stati europei, aprendoli all´era globale. Questa Europa può perfino diventare una speranza per la libertà in un mondo turbolento.

(Traduzione di Carlo Sandrelli)

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