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Stefano Rodotà
L’Europa dei diritti
12 Dicembre 2007
Articoli del 2007
Una Carta “per chi crede che sia possibile una globalizzazione attraverso i diritti, e non solo attraverso i mercati“. Dala Repubblica del 12 dicembre 2007

Oggi, al Parlamento di Strasburgo, viene "riproclamata" la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. È un atto di grande valore politico e simbolico proprio perché non era formalmente necessario. La Carta, infatti, era già stata proclamata a Nizza nel 2000 e ad essa sarà attribuito domani valore giuridico vincolante con la firma a Lisbona del nuovo Trattato. Qual è, allora, la ragione che ha determinato questa iniziativa delle istituzioni europee?

Si vuole pubblicamente sottolineare che la nuova stagione dell’Unione non è tanto quella di un Trattato del quale la miopia politica di Stati e gruppi ha cercato di spegnere la forza costituzionale (complice una infelice stesura del testo originario). È l’"Europa dei diritti" che si manifesta davanti a se stessa e davanti al mondo, testimonianza della volontà di non rassegnarsi ad una progressiva riduzione a semplice area di libero scambio. È il ritorno dell’Europa come progetto, il recupero di quel suo "spirito originario" del quale ha parlato a Berlino Giorgio Napolitano nella sua lezione alla Università Humboldt. È l’avvio di un cammino, difficilissimo certo, ma che può mobilitare energie in questi anni indebolite.

Due conservatorismi sono stati sconfitti, quello giuridico e quello politico. Siamo di fronte al fallimento di una cultura giuridica, non soltanto italiana, che dal 2000 ad oggi, ricorrendo a vecchi e inadeguati strumenti, si è affannata nel tentativo di dimostrare che quella Carta era proprio carta straccia, un esercizio che non poteva produrre alcun frutto concreto, una dichiarazione senza radici e senza futuro. L’invenzione del nuovo turbava il tranquillo tran tran dei riferimenti abituali: com’era possibile una dichiarazione dei diritti senza Stato (s’era già detto, al tempo dell’euro, che non era possibile una moneta senza Stato)? Si pensava che la sfida dell’inedito potesse essere vinta rifugiandosi nel passato. Pochi videro che la Carta dei diritti era destinata comunque a lasciare subito un segno, che si era di fronte ad un vero Bill of Rights, destinato a cambiare il panorama istituzionale europeo.

Le cose sono andate proprio in questa direzione, e da sette anni molti giudici fondano le loro decisioni sulla Carta. Ora il cambiamento viene formalizzato, la Carta assume lo stesso valore giuridico dei trattati, anche se non ne fa parte. Ma questo non è un limite: negli Stati Uniti il Bill of Rights sta a sé. La Carta dei diritti fondamentali - non isolata, ma autonoma - individua le linee guida dell’azione dell’Unione, non più riducibili alla pura logica economica, ma fondate sui diritti delle persone. Qui è l’innovazione costituzionale. Il futuro dell’integrazione europea deve ora passare attraverso i diritti, non più attraverso un riferimento privilegiato al mercato.

V’è da augurarsi che questa nuova fase sia sostenuta da una adeguata cultura politica e istituzionale. È necessario non solo per poter cogliere in pieno tutte le opportunità offerte dalla Carta, ma per reagire in modo adeguato alle resistenze che si manifesteranno, alla mediocrità di visione evidente nel rifiuto di Gran Bretagna e Polonia di rendere applicabile la Carta nei loro paesi. È un triste segnale che viene soprattutto dagli inglesi, dal paese dell’habeas corpus (dunque della più antica fondazione dei diritti della persona), dell’invenzione del sindacato e del diritto di sciopero: quasi una secessione da se stesso, dalla propria cultura.

I casi inglese e polacco sono la residua testimonianza di un conservatorismo politico che proprio sul terreno dei diritti ha subito uno scacco, dopo aver cercato in questi anni di rallentare o bloccare le dinamiche impresse dalla Carta al processo europeo. Ora i provvedimenti dell’Unione dovranno essere valutati in primo luogo in base alla loro compatibilità con la Carta, che diviene riferimento essenziale e strumento di controllo delle attività delle istituzioni europee.

Ma è stato sconfitta pure la miopia politica di chi in essa aveva visto addirittura un mezzo per ribadire la pura logica liberista. Sfuggiva il fatto nuovo dell’unificazione dei diritti, che poneva i diritti sociali sullo stesso piano di quelli civili e politici. Sfuggiva il riferimento esplicito alla solidarietà come valore fondativo, assente nei trattati. Sfuggivano le parole del Preambolo - l’Unione "pone la persona al centro della sua azione" - e l’apertura affidata al principio di dignità, che hanno realizzato una vera "costituzionalizzazione" della persona. Indicazioni non sfuggite ai giudici che hanno utilizzato la Carta, nella quasi totalità dei casi per tutelare appunto diritti sociali. Ora è possibile abbandonare i pregiudizi, e guardare alla realtà della Carta ed ai valori forti indicati come titoli delle sue parti: dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. Senza trionfalismi, perché le debolezze non mancano, ma facendo una scelta che è, insieme, politica e di civiltà: lavorare per valorizzarne tutta la forza innovativa e non per darne una lettura minimalista.

Poiché nel fluire degli avvenimenti si manifesta pure un’astuzia della storia, la rinnovata proclamazione di oggi cade in un momento che conosce la critica frontale rivolta da Ratzinger alle dichiarazioni dei diritti e la bega suscitata dall’emendamento al decreto sulla sicurezza che punisce le discriminazioni basate sulle tendenze sessuali. Da tempo i vertici della Chiesa hanno intrapreso una campagna assai determinata per sostituire ai valori costituzionali quelli propri della sua dottrina. È avvenuto con alcune prese di posizione della Conferenza episcopale che esplicitamente negavano principi fondamentali della Costituzione italiana. Benedetto XVI ha poi negato la legittimità stessa di norme internazionali a suo avviso espressive di "una concezione del diritto e della politica in cui il consenso tra gli Stati è ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche", con un attacco diretto all’Onu. Ora, sull’onda delle polemiche suscitate dal voto su quell’emendamento, viene rifiutato il Trattato di Amsterdam, giudicato "pericoloso" perchè vieta appunto le discriminazioni basate sulle tendenze sessuali.

Che cosa si dirà della Carta dei diritti fondamentali, che non solo ribadisce all’articolo 21 quel divieto, ma nell’articolo 9 ha fatto cadere il riferimento alla diversità di sesso per quanto riguarda la costituzione di una famiglia? I critici sono privi di memoria e di senso delle istituzioni. Siamo di fronte a documenti internazionali sottoscritti dall’Italia e che, quindi, costituiscono un riferimento obbligato per le sue scelte istituzionali. E bisogna ricordare che Berlusconi, Casini, Buttiglione, Fini, Forza Italia e An, al Parlamento europeo e poi al Parlamento italiano, votarono a favore di quella Carta che contiene il riferimento alle tendenze sessuali, oggi ritenuto inaccettabile.

Proprio sul terreno dei diritti fondamentali, allora, dobbiamo aspettarci conflitti. Ma siamo davvero di fronte a qualcosa che non è negoziabile, al patrimonio rappresentato da un insieme di documenti che muove dall’Onu, passa dall’Unione europea, giunge alla nostra Costituzione. Sono i frutti della democrazia, non di manipolazioni, ai quali non si può sostituire alcun valore che nasca da una pretesa unilaterale, per quanto rispettabile possa essere considerata. L’avvento della Carta dei diritti fondamentali contribuisce così a porre una grande questione democratica, rispetto alla quale saranno giudicati partiti e forze politiche intenti a scrivere i loro nuovi manifesti e programmi.

Vale la pena di aggiungere che alla Carta dei diritti fondamentali si guarda con intensità crescente dai più diversi paesi, dove è stato colto il valore di questo "eccezionalismo" dell’Unione come l’area del mondo dove è più elevata la tutela dei diritti, dunque come un modello per chi crede che sia possibile una globalizzazione attraverso i diritti, e non solo attraverso i mercati. È significativo che persino il ministro degli Esteri inglese, riconoscendo che l’Europa non più aspirare al ruolo di superpotenza, abbia parlato di essa proprio come di una "potenza modello". Ora l’Unione deve tradurre in politiche concrete questa sua nuova, forte legittimazione.

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