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Giuseppe D?Avanzo
Lettere dalla malavita bambina
22 Settembre 2007
Napoli
Storie di bambini dall’inferno che abbiamo fatto qui in terra. Da la Repubblica del 22 settembre 2007

Il canone più prudente prescrive di raccontare la speranza. Sei qui per questo, non per altro. Racconta di casa Jonathan che sta in piedi senza soldi pubblici. Parla del generoso coraggio di Vittorio Merloni e della Fiat di Marchionne che, nel colpevole deserto di politiche pubbliche, offrono ancora un’opportunità ai "piccoli criminali" che abitano quella casa - "piccoli" perché quattordicenni o non ancora diciottenni e "criminali" perché assassini, rapinatori, stupratori, soldatini di latta della cinica camorra dei "grandi", spacciatori di eroina, di cocaina, spesso tossici loro stessi. Merloni e Marchionne li lasciano lavorare nelle loro fabbriche come operai tra gli operai senza chiedere del loro passato accontentandosi soltanto, con fiducia, del loro desiderio di ricominciare da un’altra parte un’altra storia, un’altra vita. Racconta la speranza, mi ripeto, mentre ritorno a Napoli da Scisciano nella piana del Vesuvio, dov’è la casa. E già so che non ci riuscirò perché la sola parola - speranza - mi appare una menzogna, una retorica progressista che non ha più niente a che fare con realtà. Dov’è la speranza? Quali sono le ragioni per averne? Da due giorni la parola che ascolto con più frequenza è morte, ecco la verità. Questi bambini - perché i "piccoli criminali" altro non sono: hanno faccia da bambini; si muovono impacciati come bambini; riescono nonostante le loro storie a essere timidi o entusiasti come bambini quando ti spiegano il loro lavoro nella falegnameria - dicono «morte» con la naturalezza con cui io e voi diciamo pioggia o vento, senza alcun emozione e drammaticità o stupore. Sembra che siano nati e vissuti accanto a quella nera presenza. «Mio padre? È morto, l’hanno ucciso e anche mio fratello hanno ucciso…». «Alberto era il mio migliore amico, gli hanno sparato, poi l’hanno gettato in un pozzo». Dicono di Giovanni. Era «un terremoto». «Nemmeno in carcere lo volevano più». Venne qui e chiese che si avesse per l’ultima volta ancora fiducia. Promise che «nessuno si sarebbe vergognato di lui».

Fu di parola, l’ometto, perché nessuno ebbe a vergognarsi di lui nel periodo che visse a casa Jonathan. Poi quel tempo finì e ritornò da dov’era venuto, nelle stesse strade, tra la stessa gente. Lo ritrovarono in un vicolo, con due proiettili in testa. Ricordano Marcello S. che era felice di vivere nonostante tutto, era forte come un toro, mai prepotente, coraggioso e mai aggressivo. Premuroso con i più piccoli, «dava sempre una mano». Non aveva paura di nulla e sapeva che cos’era giusto e ciò che non lo era. Mai nessuno, dicono, avrebbe potuto sparare a Marcello guardandolo negli occhi. Così gli mandarono sotto un suo amico, Luigi G., un altro ragazzo della casa. Marcello, che gli si era affezionato, lo abbracciò quando lo vide dopo tanto tempo e, quella sera, si accompagnò a lui. Luigi G. gli sparò alla nuca, appena lo vide distratto.

Non si può cancellare l’esistenza di questo orrore. Soltanto liberandosi dall’illusione che ci sia una speranza, dall’alibi che rappresenta quest’idea confortevole, si può misurare il vuoto assoluto, immune da ogni possibile scelta tra bene e male, dove esplode una ferocia che lascia increduli. «Bene» e «male» sono qualifiche insensate in questo mondo che non prevede conflitti interiori, domande, via di fuga. Marco M. dice che «accade e basta». «Vuoi fare la buona vita e l’unica opportunità che hai per averla è la mala vita. Tutto qui. Così è stato per me, così è per tutti. Non hai niente e vuoi avere tutto. Vuoi l’auto più grande, il rolex più prezioso, una camicia elegante, le scarpe più lussuose, le ragazze più belle e andare al mare e alzarti all’ora del pranzo come fanno quelli - tutti, dal più "grosso" al più fesso - che sono nel giro della droga a Scampia. Epperò tu non hai dieci euro in tasca e pensi che sei un niente, che non meriti nemmeno il saluto di chi ti incontra e vuoi tutta quella roba per essere rispettabile, per sentirti vivo perché se la vita non è buona che vita è? Cominci a rubare un’auto, a rapinare un supermercato. Quegli altri, i capi, i "grossi", ti stanno a guardare da lontano e apprezzano la decisione con cui fai il tuo lavoro e il rispetto che hai per la loro autorità. Se rivogliono l’auto rubata indietro perché non possono fare brutta figura nella loro zona, gliela restituisci. Se ti chiedono di rubarne una per un lavoretto, tu gliela "regali", se sei furbo. Un giorno, il tuo miglior amico ti chiede se sapevi che, sparando al cervello di un cristiano, senti uno sfiato come in un pallone bucato e ti dici che, tranquillo, tutto è a posto, che è così che va la vita. I "grossi" ti chiedono di fare allora qualche pezzo - sì, qualche morto - e tu gliene fai anche cinque, sei e non pensi mai che più ti dai da fare più ti metti nei guai perché quelli, i "grossi", a un certo punto, non si fideranno più di te perché ormai hai imparato a sparare bene e ti possono venire in testa anche manie di grandezza e, una notte, ti manderanno sotto casa uno come te, magari al suo primo pezzo e la giostra continuerà a girare e tu sarai solo uno che, come altri prima e dopo di te, è caduto con la faccia a terra e non si è più rialzato».

«Guarda», dice Marco e mostra una medaglia che ha al collo con una piccola foto: «Questo era Pasquale». «Guarda», dice e mostra un tatuaggio sul braccio e su un fianco con quel nome. «Non posso pensare a Pasquale senza farmi venire le lacrime agli occhi. Eravamo tre amici, io, Pasquale e Nino. Siamo cresciuti insieme da sempre, eravamo alti così. Ci siamo divisi il pane, quando c’era, e una risata, quando non c’era. I "grossi" hanno messo contro Nino e Pasquale e, una notte, Nino ha aspettato Pasquale e gli ha sparato. Io allora ho capito e mi sono tirato da parte, per quel che ho potuto. Dovevo scegliere: o diventare Pasquale, stecchito, o Nino, assassino del mio sangue. Preferisco essere quel che sono e sapere che la malavita è soltanto mala vita e che la buona vita che ti promettono è una bolla d’aria. Finora mi è andata bene. Ho una mia attività commerciale e mi lasciano tranquillo, ma fino a quando durerà? Il marito di mia sorella, il padre di mio nipote è, come tutta la sua famiglia, dentro la camorra. Possono ammazzarmi solo per questo e io posso ammazzare se facessero orfano mio nipote o se venissero a pretendere i soldi per quel lavoro che mi sono costruito con fatica. Non posso dire di essere salvo. Posso soltanto sperare di esserlo un giorno dopo l’altro».

La camorra, in queste parole, non è un’organizzazione criminale, non è un ricco affare illegale, non è un "nemico" che si affronta con l’eroismo dei coraggiosi. È un pensiero. Un pensiero di affermazione di sé che rende - necessario - il dominio sugli altri e - tassativo - il possesso di quei luccicanti oggetti superflui che rendono poi superflua anche la vita. È un’idea distruttiva del corpo comunitario. Immagina che esista soltanto un codice che regola i rapporti con il mondo: il potere che hai su chi ti vive accanto; un potere da ribadire ogni giorno, pena perdere tutto, con una presenza violenta e magnificamente abbigliata. In questo mondo insensato si uccide per invidia. «Giacomino - raccontano - fu ucciso alla Sanità perché era troppo bello, piaceva a tutti e tutti gli sorridevano e lo salutavano contenti. Giulio se ne fece un’ossessione, a lui nessuno lo salutava, manco lo vedevano, era come trasparente e così, per liberarsi da quel cattivo pensiero che gli faceva veleno nel sangue, si liberò di Giulio. Gli sparò». Si fa un pezzo per pagarsi la macchina nuova e più potente. Si fa un’estorsione per comprarsi un "dolcegabbana" o un altro paio di "hogan". Si fa una rapina per comprarsi "o rolex" che costa di più. Soltanto un corpo senza vita in una pozza di sangue è realtà nella totale irrealtà che governa la vita di questi adolescenti vittime e innocenti come agnelli il giorno di Pasqua, feroci e avidi e stupidi come borghesi piccoli piccoli. C’è uno scarto incommensurabile tra la concretezza delle vite spezzate e la "bolla d’aria" in cui vivono decine di migliaia di adolescenti armati di coltello o, se vogliono, di pistola. L’atroce è l’esito dell’assoluta irrealtà di un desiderio di oggetti che solo, a parer loro, concede valore. Al possesso di quegli oggetti è appesa la loro vita, il dolcegabbana, la mercedes, la smart, il rolex, la catena d’oro, il sogno di diventare come i guaglioni che lavorano a Scampia nella droga, «loro sì che fanno i soldi e, se stai appena più su nel controllo della "piazza" di spaccio, facile ti metti tre, quattro milioni da parte in poco tempo…».

Quale nome dare a questo scarto tra un destino di morte e un’irrealtà scandalosa? Ci si aggrappa di solito alla sociologia per spiegare questa catastrofe umana; si invocano i deficit dell’economia, la debolezza del mercato del lavoro, l’impotenza di una politica fatta di parole e cucita con gli interessi privati o di consorteria. Bisogna forse avere il coraggio di parlare di antropologia. Bisogna prendere molto sul serio finalmente, e con indignazione, l’ipotesi che si è consumato in questo angolo della Penisola un «mutamento antropologico» che, a guardarlo da vicino, toglie il fiato. Anche qui, che cosa c’è di nuovo? Soltanto i poeti sono capaci di profezie e il vaticinio di Pier Paolo Pasolini ha ormai più di 35 anni. La «tribù dei napoletani» che «irripetibile, irriducibile, incorruttibile» vive nel ventre di una grande città di mare ha deciso di estinguersi, scrisse. Quelli che verranno dopo non saranno «napoletani trasformati». Saranno «altri», predisse. Sono altri napoletani, ma nessuno si illuda di poter volgere lo sguardo da un’altra parte. Quel che accade qui è affare di tutti perché - ha ragione Giorgio Bocca - «Napoli siamo noi»: questi altri napoletani annunciano altri italiani; le patologie napoletane dicono dei morbi che affliggono gli italiani.

Vincenzo Morgera e Silvia Ricciardi, che hanno costruito casa Jonathan, non hanno bisogno di lezioni di disincanto. Sono disincantati per esperienza e non si sono mai illusi di aver trovato la soluzione definitiva di quel che si definisce «reinserimento e inclusione di ragazzi a rischio penale». In un cesto raccolgono le lettere - centinaia - scritte da chi non ce l’ha fatta, e sono i più. Fino a quando sono in casa, i ragazzi sembrano poter cambiare la loro vita, aver compreso la necessità di farlo. Poi Rocco scrive: «Mi trovo in carcere perché ho fatto un’altra rapina di gioielleria e mi hanno anche sparato e ringraziando a Dio, non è molto grave…». Giuseppe si vergogna: «Scusatemi, Vincenzo, avevo dato la parola a voi che non sarei tornato dentro, non l’ho mantenuta, spero mi perdonerete… Ho solo diciotto anni e non ho mai capito niente che mi volevate bene e mi viene da piangere a pensare quel che ho gettato via. Qui non mi viene a trovare nessuno e i miei problemi in questo carcere sono molto gravi e non mi dite niente che sono finito ancora qui, sono un uomo di merda…». Eugenio non cerca scuse: «Mi brucia aver perso la vostra fiducia, ma chi fa cose brutte, si deve prendere le conseguenze anche se qui ci sono tanti pezzi grandi e io non mi trovo tanto bene…». Dice Vincenzo Morgera che soltanto il lavoro e una comunità che possa restituire identità e appartenenza, alternative all’ambiente d’origine, alla famiglia, all’identità virtuale che inseguono, può offrire ai ragazzi dannati l’opportunità di cambiarsi la vita. «Vittorio Merloni, che da queste parti ha due stabilimenti Indesit, è il primo che ha creduto al nostro progetto. Io credo che la fabbrica, il lavoro comune possa offrire un esempio credibile». Dice Vincenzo che non vuole convincere nessuno. Dice che troppe sono le cose che dovrebbe aggiustarsi, sparire o apparire dal nulla, per avere speranza. Ma la sua non è speranza, dice, è soltanto una piccola ostinata disperazione che gli impedisce di credere che non si possa almeno tentare, ragazzo dopo ragazzo, vita dopo vita. Silvia dice che Angela T, che ce l’ha fatta, forse può spiegare quanto quell’ostinata disperazione possa, in qualche caso, aver successo.

Angela è a Fabriano, al lavoro alla catena di montaggio della Indesit, 1500 euro al mese, lei che duemila euro li spendeva in un giorno nella più bella piazza di Napoli, tra Dolce&Gabbana e Vuitton e Ferragamo. Chiamo Angela. Ha una voce allegra anche se quel che racconta non lo è. «La mia famiglia, mia madre, i miei cinque fratelli, le mie sette sorelle, tutti hanno sempre spacciato eroina, a chili, a San Gregorio Armeno per conto del clan Giuliano. Ricordo che andavo ancora alle elementari e la mattina quando bevevo la mia tazza di latte prima di andare a scuola, in cucina c’era tutta una frenesia per preparare le bustine della giornata. Era il mio mondo, ci sono cresciuta dentro, non ci ho fatto mai caso, era normale. Come era normale per me, diventata più grande, spacciarla e anche farmela con un mio fratello che è poi morto di Aids. Solo quando mi hanno tolto la libertà - e, con me, alle mie sorelle, ai miei fratelli, a mia madre - ho capito che quella vita non l’avevo scelta io. Apparteneva agli altri e, senza farmi una domanda, l’avevo accettata. La domanda sarebbe stata: vuoi davvero essere così? Ci ho messo anni per farmela venire in mente così netta e affilata. Quando ci sono riuscita mi sono sentita come soffocata dalla spazzatura. Il tempo, da allora, è passato a rimuovere dalla mia testa rifiuto dopo rifiuto per fare spazio a nuovi pensieri. Modesti, ma puliti. Lavorare in fabbrica è duro, ma mi dà ordine e mi piace perché quel che mi è mancato nella mia vita precedente sono le regole, accettare che soltanto con le regole si può vivere con gli altri, sapere che gli altri possono renderti felice. I soldi sono importanti, ma i miei 1500 euro mi fanno più soddisfatta delle migliaia di euro che spendevo. Ne ho la conferma quando vado a trovare, qualche volta, mia madre. Vive di pensione, non ha più i suoi ori e i suoi gioielli e si vergogna. Povera donna, ha 73 anni e non sa né saprà mai che cos’è la vita e la libertà. Io, a volte, ora credo di saperlo».

Mi chiedo, allora: è Angela, la speranza? Può solo una piccola, giovane donna tenersi sulle spalle il peso di quella parola?

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