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Legge di governo del territorio: che fare ?
25 Gennaio 2006
Lettere e Interventi
Franco Girardi, con ampia risposta

Roma, 23 gennaio 2006 - A tutt’oggi non sappiamo se la legge Lupi decadrà con la legislatura o se all’ultimo momento sarà portata in aula e approvata Possiamo però sapere cosa dovremmo fare nell’uno o nell’altro caso. Nel primo caso fortunato non ci dobbiamo illudere: il tema di una nuova legge sarà solo rinviato, e ci dobbiamo preparare ad affrontarlo con il nuovo parlamento. Il compito sarà diverso se avremo una maggioranza di sinistra, come si spera e come è ragionevole attendersi, o di destra, nel qual caso ci dobbiamo aspettare la riproposizione della legge decaduta, e anche peggio.

Nel secondo caso non dobbiamo stracciarci le vesti. Avremo una pessima legge, che non aiuterà certo a risolvere i gravi problemi che tuttora pesano sul destino delle nostre città e del nostro territorio (inefficienza, disfunzione, inquinamento delle grandi città, degrado e rovina del paesaggio naturale ed agrario). E’ illusione credere che il regime di stampo liberista, instaurato dalla nuova legge consenta di risolvere i problemi; anzi li aggraverà, e prima o poi questi dovranno essere affrontati caso per caso e settorialmente, in assenza di un adeguato provvedimento legislativo generale. Sarà allora l’occasione per riprendere e sostenere le antiche e vere ragioni della nostra dottrina, quale sensata e stabile risposta ai reali problemi sofferti dalla gente.

In ogni caso, sia di formazione di una nuova legge, che di azione pratica per risolvere problemi concreti, quelle ragioni si ripresenteranno e dovranno essere tenute in conto Ma, è mia opinione che quelle ragioni, fermi restando i classici principi dell’urbanistica, a distanza di oltre mezzo secolo, richiedano un apparato dottrinale aggiornato e più affinato di quello sotteso alla vecchia 1150/42 e alle applicazioni che ne sono state fatte. Come si spiegherebbe che a suo tempo si sia parlato di fallimenti dell’urbanistica, e si sia giunti alla situazione presente? La malafede degli avversari non spiega tutto, e soprattutto non spiega il disinteresse della pubblica opinione (politici e gente comune) per le questioni urbanistiche. Su questo disinteresse hanno fato leva gli avversari, da sempre, dell’urbanistica. Pensiamo alla famosa sentenza della C.C.55/68. Siamo sicuri delle risposte che si sono date? Pensiamo al metodo e alle tecniche di pianificazione (lo “zoning” distributore di rendite, gli “standard” schematicamente applicati, la carenza di serie analisi conoscitive, etc.). Pensiamo all’esito deludente di tanti nostri quartieri. Il problema torna ad essere quello di un approfondimento dottrinale, e questo postula un serio e critico dibattito. Su questo ho fin troppe volte insistito. Anche perché lo ritengo un passaggio obbligato a promuovere e sostenere le nostre ragioni presso la pubblica opinione.

D’accordo con te. Solo che “approfondire l’apparato dottrinario” dovrebbe significare in primo luogo approfondire l’esame delle esperienze di pianificazione che si sono condotte negli ultimi anni (un decennio o due) in Italia, verificare le innovazioni che si sono tentate, misurarne gli esiti. Chi lha fatto? Con quale circolazione dei risultati? Con quale dibattito sulle pubblicazioni accademiche? Per esempio: la famosa “articolazione del piano urbanistico e territoriale in due componenti, una strutturale e una programmatica”. Qualcuno di noi ha cominciato a studiarla e a praticarla all’inizio degli anni Ottanta. Poi l’INU la riprese nel congresso di Bologna, nel 1995. Qualche legge regionale l’ha introdotta nelle pratiche correnti (per esempio, la Toscana). Dalle informazioni che ho le applicazioni sono estremamente differenziate: le potenzialità si sono rivelate eccellenti, ma nella maggior parte dei casi i risultati sono deludenti. Quanto se ne è discusso? E qualto - per passare a un altro argomento - si è elaborato sulle applicazioni della perequazione, e sul rapporto tra pratiche di perequazione e dimensionamento dei piani? Ecco terreni dai quali la riflessione teorica (se per teoria intendiamo solo la riflessione sulle pratiche) dovrebbe svilupparsi.

A mio parere però non è affato detto che una legge nazionale debba ccuparsi di questi argomenti. Dovrebbe limitarsi a stabilire principi (per esempio, aumentare le aree urbanizzate solo là dove è strettamente dindispensabile e ciò è dimostrato al di lè di ogi ragionevole dubbio). C’è un terreno sul quale, invece, forse la riflessione teorica sull’urbanistica dovrebbe, connettendosi con il dibattito di altre discipline, incidere sul lavoro legislativo. Mi riferisco al tema del rapporto pubblico-privato nelle trasformazioni del territorio, e in particolare la questione della rendita: come incidere sulla sua formazione, trasformazione, distribuzione. E’ la questione che tenacemente ripropone da decenni il nostro collega torinese Raffaele Radicioni. So che una coraggiosa nuova casa editrice sta ripubblicando l’antico testo di Hans Bernoulli, La città e il suolo urbano . Magari è da là che bisognerebbere riprendere la discussione, e il lavoro, teorico e pratico, culturale e politico.

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