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Ida Dominijanni
L'eccedenza degli stranieri
19 Gennaio 2010
Articoli del 2010
Nella città globale due categorie di migranti, agli estremi della scala sociale. Il manifesto, 19 gennaio 2010

Forse per scelta forse per caso, il numero in edicola di Internazionale fornisce una specie di sintesi delle due opposte modalità in cui si può dare e vivere la condizione di migrante nel mondo globale: la scelta di vivere da stranieri in un paese diverso dal proprio in condizioni di signoria, e la costrizione a vivere da marginali in un paese diverso dal proprio in condizioni di semischiavitù. La prima viene raccontata da un articolo di Stéphane Remael tratto dall'Economist, che si interroga sul fenomeno crescente degli «esuli volontari» che caratterizza la vita delle grandi metropoli globali: «Per la prima volta nella storia - scrive Remael - essere stranieri è diventata una condizione del tutto normale in ogni parte del mondo», non solo negli Stati uniti dove «nessuno può essere straniero perché tutti sono stranieri» o nelle capitali europee, ma anche in paesi come la Corea del Sud, in cui quasi la metà della popolazione dichiara di non aver mai parlato con uno straniero ma il numero degli stranieri residenti è raddoppiato negli ultimi anni. Complessivamente, «nel mondo industrializzato la media dei nati all'estero da genitori stranieri è più dell'8 per cento», una cifra impensabile fino a pochi decenni fa, e al suo interno una percentuale rilevante è costituita da quanti e quante decidono di sradicarsi: per insofferenza verso il proprio paese, per disfarsi dei vincoli e dei condizionamenti in cui sono nati, per reinventarsi in una terra e in una lingua straniera tornando in un certo senso alla felicità della scoperta e dell'esplorazione del mondo propria dell'infanzia. È la condizione classicamente rappresentata dalla figura dell'artista cosmopolita, ma oggi estesa a una élite globale più vasta e composita.

Al polo opposto ci sono i nuovi schiavi di Rosarno e di tutte le periferie, a partire da quelle metropolitane, della «economia-mondo» di cui parlava Wallerstein, i luoghi destinati dal turbocapitalismo alla produzione e riproduzione di una gerarchia sociale incardinata sulla doppia discriminazione di classe e di razza, che esplode saltuariamente ma puntualmente in forme violente e irrapresentabili secondo i parametri classici del conflitto. Sui fatti di Rosarno, «Internazionale» riporta alcune corrispondenze di inviati stranieri (del Nyt, di Le Monde, del Paìs e del quotidiano Le Pays del Burkina Faso), che si interrogano, come gli italiani ma col vantaggio di uno sguardo sgombro dagli stereotipi italiani sul Sud, sulla miscela esplosiva di schiavitù, razzismo e criminalità organizzata che ha innescato la miccia della rivolta, della «caccia al negro» e della «pulizia di Stato»; Le Pays, in particolare, scrive che se questo è il prezzo da pagare per un soggiorno clandestino in Europa gli africani farebbero meglio a desistere, e tutti sottolineano l'inerzia delle istituzioni italiane nel prevenire e la solerzia di Maroni nel dare la colpa alla tolleranza dell'immigrazione clandestina invece che a quella dell'illegalità diffusa.

I due fenomeni tuttavia, quello della scelta di espatriare e quello della costrizione a emigrare, per quanto apparentemente opposti sarebbero da considerare più unitariamente, non solo per l'ovvia ragione che entrambi si collocano nel quadro degli «sconfinamenti» del mondo globale, né solo perché a ben guardare nel primo filtrano elementi e sentimenti - il senso di perdita della lingua materna, la nostalgia dell'origine - che siamo abituati ad attribuire al secondo, e viceversa nel secondo sono riconoscibili, a fianco alla costrizione, spinte di libertà analoghe a quelle che muovono il primo. In un saggio davvero notevole per ricchezza e precisione d'analisi scritto a commento della rivolta delle banlieu del 2005 (su «Potere destituente» de «La Rose de Personne», Mimesis 2008), Etienne Balibar li associa dal punto di vista della produzione, nelle democrazie contemporanee, di un'area di «doppia esclusione» e di eccedenza dalla rappresentanza, che destabilizza la politica «aprendo un vuoto nel suo seno, o esponendola a mutazioni catastrofiche, a meno di rifondare le istituzioni del conflitto su base allargata». Sia i «troppo poveri» costretti a vivere da stranieri in terra altrui (l'under class degli immigrati, dei precari, degli esclusi), sia i «troppo ricchi» che scelgono di farlo (l'upper classs di proprietari, intellettuali, quadri del capitalismo multinazionale), si collocano di fatto oltre lo statuto della cittadinanza nazionale, i primi perché ne vengono tenuti fuori, i secondi perché non hanno interesse ad accettarne i vincoli (a partire da quello fiscale). Priva di rappresentanza politica, questa doppia eccedenza si espone alla potenza di una rappresentazione mediatica che ha buon gioco a tralasciare i «troppo ricchi» e a ingabbiare i «troppo poveri» nella figura dei nuovi paria, del corpo estraneo alla comunità, dello straniero pericoloso e minaccioso, del «negro» virtualmente criminale, lasciato nell'invisibilità quotidianamente e portato a visibilità solo quando e in quanto si ribella violentemente prestandosi così, volente o nolente, alla spettacolarizzazione. A Rosarno come nelle banlieu, infatti, «spettacolare» è l'insorgenza violenta, e pertanto ambivalente: soggetta alla criminalizzazione del discorso mediatico, ma anche capace, come tutti i fenomeni mediatici, di «incarnare il fantasma» di una minaccia che l'ordine politico costruisce ai suoi bordi con la violenza dell'esclusione, e che dai suoi bordi lo disgrega.

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