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Andrea Rossi
Le ragioni delle province
3 Gennaio 2009
Scritti ricevuti
Un commento all’articolo di eddyburg per Carta. Con una postilla di integrazione, e di replica a una e-mail critica

Con l’aggravarsi della situazione economica mondiale ed il suo estendersi anche al nostro Paese, ha preso vigore e grinta il partito dei tagli ai “costi della politica”. Ultimamente non si va per sottigliezze e nel frullatore viene messo di tutto. Non c’è trasmissione televisiva in cui Parlamentari del “Popolo delle Libertà”, dell’UDC e dell’”Italia dei valori”, unitamente ai soliti onnipresenti “maître à pensée” della carta stampata, ossia a quei direttori che non hanno mai fatto una piega dinnanzi ai copiosi sussidi pubblici che i loro editori ricevono grazie ad una generosa legge sull’editoria, pongono sul banco della macelleria i costi sostenuti dai Comuni per i Consiglieri comunali (che si vorrebbero ulteriormente ridurre) unitamente a quelli delle Province e delle Comunità montane, già previsti da abolire nei programmi elettorali dei partiti della Casa delle Libertà. Nel gioco al massacro non si fa alcun distinguo tra Comunità montane che operano efficacemente ed altre che di montano hanno solo il nome e non fanno nulla, tra Province che svolgono con efficienza ed efficacia i propri compiti pur tra mille difficoltà spesso imputabili alla legislazione regionale di riferimento ed altre che invece non hanno alcun senso e che devono la loro esistenza solo alle “grazie” politiche del notabile o dell’onorevole di turno. Di recente, mentre il maggior quotidiano nazionale ( Corriere della sera 5 c.m.) gridava allo scandalo titolando in prima pagina; “Costose, inutili, incancellabili: le (false) promesse sulle province” e mettendo in campo uno dei catoni censori della “casta”, Feltri col suo giornale continua la crociata epurativa chiedendo ai lettori di sottoscrivere “l’appello a Silvio: aboliamo le Province!”. Nella mischia si smarcano i ministri e Parlamentari della Lega Nord che, tirati per il bavero da Consiglieri di Comunità montane e dagli Amministratori di alcune Province, si dichiarano apertamente contrari a questi tagli. Il governo dal canto suo, prendendo atto della situazione politica al suo interno, fa dire allo scalciante ministro Brunetta che «Le Province sono enti inutili, che non servono, ma che non riusciremo a cancellare in questa legislatura». Poiché coloro che imbracciano la durlindana evitano di entrare nel merito dei problemi sollevati e preferiscono affidarsi a facili slogan ad effetto, cercherò qui di fornire alcuni dati ed elementi per una discussione.

Veniamo anzitutto ai costi della politica che sono imputati ai Consiglieri Comunali. Essi coincidono con i cosiddetti “gettoni di presenza” che vengono corrisposti ai Consiglieri che presenziano alle Assemblee Consiliari e partecipano ai lavori delle relative Commissioni. Il loro importo é stabilito dalla legge (DM 119/2000 e sue modifiche del 2005) e varia dai 15,34 € per i Comuni fino a 1000 abitanti ai 92,96 € per quelli oltre 500.000. Nel caso di Comuni aventi una popolazione compresa tra 10.001 e 30.000 abitanti, quale ad esempio il Comune di Codogno, l’indennità di presenza, al lordo, è di 19,98 € e su essa viene effettuata la ritenuta d’imposta del 23%. Al netto dunque 15,38 €. Una somma che, è bene dirlo, neppure finisce nelle tasche dei Consiglieri perché molti, tra i quali lo scrivente, versano l’intera somma percepita al proprio partito o gruppo di appartenenza al fine di concorrere a sostenere le spese connesse alla stampa di volantini e manifesti, per pagare i canoni per le affissioni e l’affitto di sale per le assemblee, ecc. Viene così reso ai cittadini, sotto forma di informazione, quanto hanno corrisposto. Per far capire la dimensione economica complessiva del problema agitato, farò riferimento al Comune di Codogno ed alla Provincia di Lodi che nel 2007 hanno speso per l’attività svolta dai relativi Consiglieri rispettivamente la somma di 4.794 € e 103.394 €, ossia circa 0,3 €/anno per ogni cittadino di Codogno e 0,47 €/anno per ogni cittadino della Provincia. Si taglia pure tutto, come vogliono i nostri rigoristi ed avremo risparmiato l’insignificante 0,05% delle spese correnti nel caso di Codogno e lo 0,35 % circa nel caso della Provincia!

Vengo ora al problema che più assilla i nostri esponenti politici nazionali dei partiti sopra richiamati ed i vari “maître à pensée”, ossia la questione riguardante l’abolizione delle Province. Tralascerò qui il problema connesso alla soppressione di alcune di esse a seguito della istituzione delle “Città metropolitane! sul quale c’è l’accordo unanime ed affronterò la questione più generale premettendo che le Province sono previste dalla nostra Costituzione la quale all’art. 114 specifica che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Già questo vincolo comporta, se le si volessero abolire, una riforma della stessa Costituzione. Una cosa non da poco che richiederebbe, come dice Brunetta, tempi che traguardano questa legislatura! Anche coloro che sostengono questa campagna abrogazionista lo sanno benissimo, eppure si continua a battere il chiodo per esercitare pressioni sull’opinione pubblica e sul Parlamento affinché, nell’ambito della revisione del codice delle autonomie si pervenga ad una riforma dell’assetto istituzionale in chiave fortemente “deregolativa” in cui la “governance” venga devoluta in modo spinto verso il basso, ossia verso i Comuni, i quali, in nome della liberalizzazione, della competizione e della sussidiarietà orizzontale dovrebbero lasciare ampio spazio agli interessi privati in campo urbanistico, nella gestione dei servizi sociali e dei beni comuni. Essi inoltre, privati del potere vincolante, una volta consultati, non dovranno ostacolare sul loro territorio le scelte sovraordinate di Stato e Regioni (vedasi ad esempio la legge obiettivo). In presenza di conflitti con gli Enti locali, Stato e Regioni dovranno intervenire esercitando ampi poteri sostitutivi. Una volta svuotate ulteriormente di compiti e poteri le Province, non resterà che abolirle modificando la Costituzione. Si tratta di una visione dello Stato marcatamente neoliberista che non tiene conto di cosa comporti questa divisione dei poteri in termini di conseguimento di obiettivi complessi la cui soluzione non risiede né nel localismo e tanto meno nel centralismo. Si tratta di una interpretazione del federalismo non nuova visto che la nostra Regione la pratica da anni. Fanno testo le varie leggi regionali lombarde che sono state emanate a partire dai primi anni 2000 le quali hanno progressivamente tolto alle Province importanti compiti e impedito loro di esercitare un efficace ruolo di governo del proprio territorio. Nel caso della nostra Provincia ciò ha aggravato problemi pregressi (si pensi al problema della centrale di Bertonico) o reso difficoltoso affrontare quelli emergenti (si pensi alla discarica che la CRE vorrebbe insediare a Senna Lodigiana). Tra le leggi citiamo qui, una per tutte, la LR n° 12/2005 “Legge per il governo del territorio” che assegna alle Province compiti puramente “settoriali” in materia di tutela dell’agricoltura “strategica”, di difesa idrogeologica del territorio e di infrastrutturazioni mentre invece lascia ai singoli Comuni carta bianca nella definizione del proprio assetto territoriale avendo soppresso quasi del tutto vincoli sovraordinati o normativi (abolizione degli standard urbanistici, nessun vincolo provinciale nel determinare le espansioni endogene, ecc). Viene così fatta mancare la possibilità di analizzare ed affrontare in modo “sistemico” e di “governance” problemi complessi, come quelli legati al tema dello sviluppo sostenibile, della tutela dei suoli e delle acque, dell’ambiente e dei rifiuti che solo nella scala adeguata, ossia alla scala di vasta area, possono trovare appropriate risposte. Una “devolution” che, nella versione colta, viene fatta derivare dal principio di “sussidiarietà”, reinterpretato in salsa “lümbarda”. Si tratta di una interpretazione che nulla ha a che fare con quella che l’Unione Europea ne dà al fine di individuare “il livello istituzionale più adeguato a dare le risposte sistemiche più efficaci, efficienti ed economiche ai problemi posti dal paradigma dello sviluppo sostenibile”. Si tratta, come si nota, di un approccio che non individua “aprioristicamente” i livelli a cui affidare poteri, compiti di gestione e quant’altro e che al contrario riconosce il fatto che se un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti e questi invece sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello di governo sovraordinato (o sott’ordinato) è a quest’ultimo che spetta il compito di intervenire. Non è forse stata questa la strada che a partire dalla metà degli anni sessanta venne perseguita dagli Amministratori lodigiani e che portò, nel riconoscimento dell’impossibilità di conseguire importanti obiettivi socio economici operando ognuno per proprio conto, a realizzare prima, sia pur su base volontaristica, il “Consorzio provinciale per il miglioramento delle condizioni economico sociali del Lodigiano”? Non è forse stata questa la strada che in questi anni hanno perseguito con risultati positivi Provincia e Comuni lodigiani, realizzando strutture consortili e altre forme associative, per affrontare temi complessi quali: i servizi assistenziali, la gestione pubblica del servizio idrico integrato, lo smaltimento dei rifiuti, la valorizzazione dell’agricoltura, il turismo, la tutela del territorio, ossia bisogni e problemi che nessuno a scala locale è in grado di garantire anche in termini di economicità?

Il tema della riforma federale dello Stato non lo si può affrontare schematicamente quasi si trattasse di un referendum: Provincia sì o Provincia no. Nessuno mette in discussione che anche le Province dovrebbero essere oggetto di riforme, visti i cambiamenti che sono intervenuti ed i nuovi complessi problemi che si dovrebbero affrontare, ma una cosa è aprire una seria discussione su tutto questo, altro è assumere un approccio di marca qualunquista per liquidare un livello di governo che ha dato e può dare appropriate ed efficaci risposte. Perché nessuno dei nostri catoni censori vede che è proprio nella gestione localistica dei problemi e dei bisogni che si nascondono gli sprechi, che si depauperano risorse pregiate e scarse quali ad esempio il territorio e l’ambiente? Perché nessuno di loro, ma anche dei due grandi schieramenti politici, si pongono il problema del superamento dell’attuale frantumazione localistica, che, questa sì, la “custa un sacc de danè”? Infine, visto che siamo vicini alle scadenze amministrative, sarebbe auspicabile che le forze politiche provinciali che non ritengono inutili le Province, prendano apertamente e pubblicamente posizione indicando altresì le azioni che intendono intraprendere presso le proprie segreterie nazionali. Suonerebbe infatti assai stucchevole pensare che mentre anche questi partiti si preparano ad affrontare la prossima campagna elettorale per le Province, elaborando programmi che ne presumono l’utilità, non facciano nulla per impedire che a livello nazionale si ridisegni un assetto dello Stato che le cancella.

Postilla

L’articolo per Carta ha provocato due reazioni: l’articolo di Andrea Rossi, Capogruppo in Provincia di Lodi del partito della Rifondazione comunista, e una breve nota e-mail di Gianni Zampieri, Collemincio di Valfabbrica (Pg). Colgo l’occasione per integrare l’articolo di Rossi e completare in tal modo le ragioni della provincia, che già emergono dal suo scritto. Ma anzitutto ecco la nota di Zampieri.

“Ma cos'è sta novità? Stai a difendere le Provincie? Cioè quella riserva di poltrone e poltroncine che ci costa un occhio e serve a pochissimo? Tutte le funzioni delle Provincie possono serenamente essere attribuite alle Regioni, abolendo tutta la schiera di poltrone e poltroncine dei piani alti. Non si rinuncerebbe ad un bel niente. Semplicemente andrebbero a casa (con laute e immeritate liquidazioni e/o pensioni) alcune centinaia di inutili e spesso incapaci funzionari di partito. Ti prego di riconsiderare la tua posizione in merito, con serietà e onestà. Grazie e buon lavoro”.

Molti di noi (i più vecchi, e quelli che si sono sempre occupati del territorio) ricordano gli eventi e le discussioni attraverso cui si è passati all’attribuzione alle provincie di nuovi ruoli accanto a quelli, più deboli, che storia e costituzione avevano consolidato. Il fatto è ch in una società che voglia utilizzare la pianificazione per governare l’uso e le trasformazioni del territorio, la dimensione comunale non è affatto sufficiente e non lo è, per le ragioni opposte, quella regionale; esiste un livello di pianificazione utile, che ha una scala intermedia tra le due. Questioni come i pendolarismo casa-lavoro-servizi, le localizzazioni di attrezzature e di sedi per le attività produttive e commerciali a raggio d’azione superiore a quello del piccolo o medio comune, il governo delle acque e dei rifiuti (per non citare che alcuni elementi) richiedono na visione sovracomunale ma un’ottica più ravvicinata di quella regionale. Questa è la ragione per cui in tutte le democrazie moderne esiste una forma di pianificazione d’area vasta. In Italia la prima sperimentazione fu il vero e proprio piano territoriale che venne fatto, all’inizio degli anni 30, per la bonifica e urbanizzazione della Pianura pontina (la cui dimensione, non a caso, coincide proprio con quella di una provincia).

Naturalmente la dimensione territoriale dell’ambito può dar luogo a una pianificazione che fa capo a diverse autorità: può far capo all’associazione dei comuni che ne fanno parte, oppure può avere come protagonista la regione, o addirittura lo Stato (quest’ultimo fu proprio il caso dell’area pontina): In Italia, negli anni dell’istituzione delle regioni, si tentarono tutte le strade. La premessa era che dovesse esserci una corrispondenza tra il livello di pianificazione e il livello di governo: titolare della pianificazione doveva essere un istituto democratico elettivo. Si tentò con degli enti elettivi di secondo grado (i “comprensori”); ma ogni membro del consiglio di comprensorio rappresentava il comune che lo aveva eletto, non si pervenne mai a decisioni efficaci (come del resto nei tentativi di pianificazione intercomunale). Si pensò di istituire i comprensori al posto delle province, ma sarebbe stato necessaria una modifica della Costituzione. L’uovo di Colombo fu il seguente ragionamento: le province sono previste dalla Costituzione, ma hanno poteri, competenze, ruoli molto deboli: riformiamole, utilizziamole per la pianificazione territoriale, così recuperiamo una istituzione esistente, le sue tradizioni, il suo personale, le sue strutture. Certo, i confini delle province furono tracciati in età napoleonica, andrebbero rivisti: ma è più facile rivedere confini e rafforzare competenze che cancellare enti divenuti poco utili e costruirne di nuovi. La conclusione del dibattito portò alle competenze delle province stabilite nella legge 142 del 1980.

Da allora avrebbe dovuto cominciare un lavoro molto serio per recuperare le province. Sarebbe stato necessario un ceto politico capace di comprendere che la pianificazione del territorio è un metodo e un insieme di strumenti necessario per assicurare un assetto ragionevole del territorio: convinto quindi a investire nelle nuove province. Così non è stato. Perciò solo in un numero limitato di casi (ma ve ne sono, e non sono pochissimi) le province hanno lavorato e lavorano. Ha ragione Andrea Rossi: parlare oggi di abolire le province significa soltanto voler dare un’ulteriore spallata al deperimento del potere pubblico democratico.

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