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Fabrizio Bottini
Le radici di Milano, e non solo
26 Giugno 2008
Milano
Nel nuovo bel libro di Renzo Riboldazzi su Cesare Chiodi, parecchi nodi ancora irrisolti dell’urbanistica, dei suoi processi, della sua rappresentazione. Ieri e oggi

È passato qualche lustro da quando mi capitò l’onore - un po’ anche l’onere - di partecipare contemporaneamente a due “travagliati parti” di un certo interesse per lo studio della disciplina urbanistica: quello delle biografie degli urbanisti, e quello della formalizzazione dei primi archivi di piani regolatori con una relativa accessibilità pubblica. Dato che, appunto, è passato un po’ di tempo da allora, credo di potermene essere formato un’opinione abbastanza serena. Ebbene: si tratta di due innovazioni potenzialmente dirompenti, soprattutto se usate con senno e padronanza del mestiere. Il quale mestiere è quello del metodo scientifico, ovvero del riuscire a separare (almeno, provarci in buona fede) i propri anche radicati idoli o tabù, dal canto delle carte. Sempre che le carte cantino, naturalmente.

Riboldazzi le carte le conosce bene, e sa come farle cantare. Ci si è cimentato a lungo come ordinatore, conservatore, classificatore. E parallelamente ha familiarizzato con gli strumenti della critica, quelli che consentono di conferire alle carte pesi relativi differenziati, applicando il coefficiente di moltiplicazione degli apporti esterni: di tutto quanto cioè la documentazione centrale dello studio ha a sua volta e a suo tempo acquisito, respinto, forse del tutto ignorato.

L’aveva già ben dimostrata, questa maturità di metodo, nell’antologia Cesare Chiodi: scritti sulla città e il territorio – 1913-1969 che ora, col senno di poi, possiamo considerare una tappa intermedia di avvicinamento all’ultima fatica: Una Città Policentrica. Cesare Chiodi e l’urbanistica milanese nei primi anni del fascismo (Polipress, 2007). In cui le potenzialità dell’approccio biografico e archivistico/urbanistico, così come le ho accennate sopra, emergono in tutta la loro potenziale dirompenza.

Dirompenti perché, forse anche molto oltre le intenzioni dirette dell’Autore, il volume è una fonte inesauribile di spunti, che grazie anche alla singolare personalità del protagonista iniziano a far intravedere con chiarezza qualcosa di sempre sospettato, a volte percepito, puntualmente sfuggito come acquisizione consolidata: gli anni ’20 per l’urbanistica italiana, milanese, romana, ecc., sono un nodo cruciale, le cui conseguenze pesano notevolmente ancora oggi. Un peso equamente distribuito ad esempio fra le modalità di legittimazione pubblica della disciplina, relativi strumenti di visibilità e percezione diffusa, ruolo relativo della pubblica amministrazione, della libera professione, dell’accademia, degli “interessi costituiti”.

Chiodi, come Riboldazzi ben sa e ancor meglio racconta, è un testimone più o meno privilegiato, sempre però ben attento, di tutti questi aspetti, e la sua trasversalità per quanto imperfetta aiuta a mettere in luce ancora meglio i caratteri specifici delle altre componenti. C’è in primo luogo il percorso più tradizionale e mainstream di un ceto tecnico-amministrativo cresciuto all’ombra delle amministrazioni locali almeno dall’unità nazionale in poi. C’è il rampante mondo degli architetti, che con l’affermarsi del fascismo vedranno da un lato aprirsi rapidissimamente nuovi orizzonti di visibilità e legittimazione, dall’altro sapranno gestire molto bene la quasi totale sostituzione, in un arco di tempo assai ridotto, delle figure tradizionali di gestione del territorio. Infine, il permanere più o meno sottotraccia di tutti questi “altri”, che si manifesta in varie forme.

La più vistosa e conosciuta, a Milano, è il ruolo centrale e determinante, almeno nelle scelte di piano, assunto dall’Ufficio Urbanistico municipale guidato con piglio assai personalistico da Cesare Albertini. Il quale, specie se confrontato con la linea più equilibrata (diciamo, meglio documentata) del Chiodi, per una città “policentrica” non solo nell’organizzazione fisica ma anche nella distribuzione dei poteri, dei vantaggi del piano, dei suoi oneri, appare sicuramente una pessima sintesi di decisionismo, arbitrarietà, discrezionale dispotismo nelle scelte spaziali, di massima così come di dettaglio.

Ma la vicenda del concorso di piano regolatore per Milano del 1926-27, anche nella lettura tutto sommato a tesi, per quanto inequivocabilmente documentatissima, di Riboldazzi, restituisce almeno abbastanza nitidi i tre grandi filoni riassunti sopra, che in misura e miscela diversa emergono nei tre progetti primi classificati: il prepotente affermarsi degli architetti liberi professionisti anche in campo urbanistico; il ruolo comunque centrale della decisione politico-amministrativa nella distribuzione dei vantaggi del piano; l’enorme potere degli interessi costituiti, anche sul lungo e lunghissimo periodo, nel determinare l’esito concreto di qualunque opzione.

Quella raccontata dal libro, almeno come spina centrale attorno a cui si dipanano i vari possibili spunti di lettura, è la precisa scelta di Cesare Chiodi, di respingere col suo piano Nihil Sine Studio 2000, quella che molti anni più tardi il suo allievo Luigi Dodi chiamerà sulle pagine di Urbanistica “la città mastodontica, fitta, omogenea”, che invece ad esempio la coppia vincente Portaluppi-Semenza nello schema Ciò Per Amor vorrebbe esorcizzare soprattutto con l’ausilio della tecnologia più moderna applicata ai trasporti, a scala di regione metropolitana.

Chiodi, coerente col suo percorso culturale e professionale, nonché con la matrice affatto “rivoluzionaria” del suo approccio ai temi urbani, tenta una interpretazione di alto profilo tecnico internazionale, cauta sul versante delle grandi enunciazioni quanto evidentemente mal collocata nella logica dei concorsi italiani fra le due guerre, di cui quello di Milano costituisce in qualche modo una anticipazione. La città policentrica è una sorta di schema di espansione a sobborghi giardino compatti, organizzati attorno ai nuclei storici dei comuni limitrofi aggregati nel 1923, con un articolato sistema di green wedges a separali, e con la relativa autosufficienza di una spartana polifunzionalità, scandita soprattutto dalla residenza operaia e dalle attività produttive. Siamo, banalizzando molto, dalle parti di una sorta di piccola Social City howardiana, letta da un liberale e declinata sul contesto milanese.

Banalizzando un po’ meno, di ciascuna scelta, di massima e/o dettaglio, Riboldazzi traccia una precisa genesi nella formazione e nei riferimenti culturali del Chiodi, e last but not least in quanto avvenuto nel periodo “istruttorio” delle vicende che portano al concorso, ovvero nella sua esperienza di assessore all’Edilizia nell’ultima amministrazione non fascistizzata della città. Ed emergono, ancora, convergenze e divergenze rispetto a questo o quell’aspetto della cultura internazionale, come il vago “rimprovero” che qui e là chissà perché l’Autore rivolge a Chiodi, quando ignora o contraddice qualcuno dei principi del Movimento Moderno che, non dimentichiamolo, all’epoca in Italia si esprime soprattutto in dichiarazioni di principio e formalismo architettonico, senza il relativo radicamento socio-culturale che invece ne caratterizza la vicenda e l’ampia gamma delle realizzazioni in altri contesti nazionali.

Senza dilungarmi qui troppo sui numerosissimi e assai interessanti passaggi del libro riguardo a fatti e opzioni specifiche sullo spazio e le attrezzature urbane, di Nihil Sine Studio 2000 e/o dei suoi “concorrenti” (rinviando ovviamente in parte all’auspicabile lettura diretta, in parte alla bella recensione di Lodo Meneghetti dal sito della facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, che riporto di seguito), vorrei invece concludere con una piccola critica ad alcuni orientamenti dell’ultimo capitolo, dedicato agli esiti del concorso.

Dove, apparentemente assai attenuato il riferimento costante alla figura del Chiodi, che sinora aveva fatto da solido ormeggio alla pur complessa ma avvincente narrazione, gran parte del racconto inizia a convergere su un personaggio che pare essersi attirato l’antipatia di intere generazioni di studiosi, urbanisti, semplici curiosi. E nemmeno Renzo Riboldazzi sembra insensibile a questa sorta di richiamo della foresta: prendersela con Cesare Albertini.

Il quale, pur potente responsabile dell’Ufficio Urbanistica comunale, forse ancor più libero di muoversi a piacimento grazie proprio a questo inedito ruolo amministrativo-disciplinare, non si avvicina neppur lontanamente, che so, alle grandi figure internazionali di “cattivo in città” alla Robert Moses. Certo i toni di certe affermazioni possono essere discutibili, ma siamo pur sempre di fronte a un funzionario puntualmente costretto a mediare, oltre tutto in assenza di solidi riferimenti normativi, fra quegli stessi interessi costituiti forse un po’ troppo sottovalutati anche dal Chiodi, che pure voleva esserne interprete progressivo.

Del resto anche un saggio abbastanza recente molto citato da Riboldazzi, quello di Silvano Tintori sull’inerzia di lungo periodo delle convenzioni coi privati, sottolinea come anche e soprattutto a Milano accada quanto il Giovannoni così riassumeva nel decalogo dell’urbanista: “non sono gli ingegneri o gli architetti a dai vita ad un piano regolatore … ma le provvidenze amministrative e le combinazioni finanziarie ne rappresentano il vero elemento dinamico” (1928).

Albertini, come ha notato chi si è dato la pena di soffermarsi un po’ (es. Di Leo, Zucconi, Morandi) sulla sua figura, andando oltre il rancore degli architetti milanesi dell’epoca e quello di seconda mano dei loro allievi, certo ha dei limiti e dei torti. Ma leggerne il ruolo senza tener conto del fatto che si tratta di un funzionario comunale, e non di un accademico, di un libero professionista, ecc., non aiuta certo a comprendere uno dei nodi che citavo sopra, e che nel concorso del piano regolatore di Milano trovano un primo punto di manifestazione. Ovvero la sostanziale “uscita” dell’urbanistica, almeno negli aspetti di riflessione critica e ricerca, dalla culla originaria della pubblica amministrazione, per trasferirsi altrove.

Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia. Distinta, se pur legata a doppio filo, a quella bellissima e ricca di vere e proprie “rivelazioni” che racconta Renzo Riboldazzi nella sua seconda puntata di quella che spero proprio sia una trilogia dedicata a Chiodi.

Per il terzo capitolo, mi permetterei di suggerire tra l’altro, ehm … la messa in rete della relazione e delle tavole di Nihil Sine Studio 2000. Sarebbe un bel colpo, e in fondo una conclusione logica.

p.s. 12 giugno 2008, dopo aver letto la recensione, Renzo Riboldazzi mi ha fatto avere la Relazione di Nihil Sine Studio 2000: lo ringrazio moltissimo per la disponibilità, e naturalmente la metto a disposizione dei lettori (f.b.)

Lodovico Meneghetti,

Una città policentrica. Cesare Chiodi e l’urbanistica milanese nei primi anni del fascismo

Polipress, Milano 2008, di Renzo Riboldazzi

Prosegue la ricostruzione, se così si può dire, della figura di Cesare Chiodi (1885-1969), a lungo dimenticata dopo la morte e ora oggetto di ricerche di sorprendente interesse. Ne spetta il merito soprattutto a Renzo Riboldazzi, attivo nel Politecnico di Milano come coordinatore delle attività dell’Archivio Piero Bottoni (di urbanistica architettura designa e arte) e insegnante a contratto nell’area delle discipline urbanistiche alla Facoltà di architettura.

Nella recensione alla raccolta Cesare Chiodi. Scritti sulla città e il territorio 1913-1969 curata da Riboldazzi per Unicopli nel 2006 (recensione in “Territorio”, nuova serie, n. 41, settembre 2007, pp. 108-109) notavo la sua straordinaria capacità di entrare nei più riposti significati dell’attività pubblicistica dell’ingegnere. Lo mostrano anche le 714 note, scrivevo, non una esibizione di acribia ma un’offerta al lettore di allargare la propria comprensione della storia urbanistica di Milano, e non solo di questa. Ora il talento analitico e critico dell’autore si trasferisce dagli scritti alla molteplice attività di Chiodi in un periodo cruciale della sua vita e della vita della sua amata città.

Anche questa volta la notazione (1062 numeri), lontana da ogni cavillosità o barocchismo, deve essere acquisita per comprendere appieno la funzione di Chiodi in quegli anni come amministratore e progettista, come protagonista della cultura politica e dell’urbanistica non solo milanesi. A questa stregua il titolo del libro, incentrato sul progetto per il concorso del piano regolatore di Milano del 1926-27, sembra restrittivo. La prima parte del saggio, La formazione di una coscienza urbanistica moderna (1903-1926), non è soltanto un’ampia dissertazione di vita e opere, si apre a un affidabile commento critico relativo ai cambiamenti nell’economia e nella politica che si ripercuoteranno fortemente nel corso successivo della storia di Milano e del paese.

Molto avvincente il racconto del periodo in cui l’ingegnere, assessore nella giunta Mangiagalli, esprime la propria vocazione ad affrontare i problemi con grande competenza tecnica e distinzione politica dal punto di vista che un rappresentante della migliore borghesia milanese deve (può) detenere, vale a dire il punto di vista liberale.

Mi limito a due citazioni. La prima: il problema della casa non può essere risolto affidandosi all’ente pubblico, agli istituti autonomi, ai Comuni e così via; deve essere l’imprenditoria privata a provvedervi, anche riguardo alle case popolari, grazie alle convenienze economiche assicurate da specifici provvedimenti dell’amministrazione: in primo luogo agendo con la leva fiscale, poi rinunciando alla politica della proprietà indivisibile inalienabile e rivendicando la funzione civile della proprietà privata e dell’assegnazione di alloggi a riscatto. La seconda: la costruzione o ricostruzione della città deve contare in ogni modo sulla buona pianificazione urbanistica, su piani particolareggiati conformi. L’intervento delle imprese edili potrà esprimersi al meglio, anche in questo caso, garantendo la convenienza degli investimenti. Di qui la propensione di Chiodi a condividere (né potrebbe essere diversamente in quegl’anni e in quella situazione politico amministrativa) la realizzazione di nuove parti della città secondo progetti che vorremmo giudicare pesantemente distruttivi di begli spazi milanesi retaggio della storia, essendo incontestabile il ruolo della rendita fondiaria, se non sapessimo che senza la presenza dell’assessore Chiodi, sensibile al richiamo dei paesaggi naturali e del paesaggio urbano delle strade e piazze, lo sfondamento della città sarebbe stato assai più rovinoso.

Il Policentrismo. I due capitoli sul progetto di Chiodi, Merlo e Brazzola per il concorso del 1926-27 e i suoi esiti, 1927-38, entrano vorrei dire a vele spiegate nella storia del pensiero e della critica moderni sulla città metropoli.

Il policentrismo per Chiodi è un modello necessario, la sua cultura in questo senso procede da Ebenzer Howard e dalla città giardino, risale fors’anche a William Morris la cui semi-utopia era però vissuta nella prospettiva socialista. Diciamo modello ma noi milanesi e lombardi sappiamo che il territorio foggiato da città e centri urbani grandi e piccoli spaziati da larghe fasce di campagna lo rappresenta nella realtà territoriale storica della rivoluzione economica e della modernità fino a oltre la metà del Novecento, come costituzione concreta magnificamente funzionale in ogni senso e benefica per gli abitanti.

Il disegno dei tre progettisti (terzo premio), non potendo che riferirsi al territorio milanese, non riesce ad affrontare il problema alla scala dell’area metropolitana vasta ma evita giustamente di inventare poli nuovi secondo un howardiano schema geometrico astratto e sceglie come cardini i piccoli borghi esterni alla città compatta.

Semmai sembrano troppo ampie le aree di espansione previste sia per questi che per le zone di connessione con la periferia interna.

Il disegno della città, all’interno di uno studio generale di pianificazione migliore di quelli destinatari del primo premio (Portaluppi e Semenza) e del secondo (Club degli urbanisti) non appare molto diverso riguardo al principio dell’urbanesimo come rappresentazione degli interessi privati, fondiari per primi. Ma è molto meno “piano di tracciati stradali” di quanto non lo siano i progetti dei vincitori e dei secondi premiati, caratterizzati da una spropositata (per noi e non per proprietari e costruttori) tela di ragno che pare voler già definire in dettaglio la distribuzione della rendita fra gli isolati e i lotti.

Un’ultima osservazione in merito ai trasporti in relazione al sistema insediativo. Chiodi è un convinto assertore del decentramento industriale per quanto possibile in una Milano che conserva comunque fior di industrie nel suo corpo. Se si decentra la produzione è bene decentrare anche la riproduzione, ossia è bene dislocare il lavoro e l’abitazione operaia. Se poi la complessità del sistema generale organizzativo di entrambi, nonché del movimento delle merci, rende impossibile garantire immediata vicinanza fra l’uno e l’altra, sarà un razionale, coerente sistema di trasporto radiale centro periferia, periferia centro, e circolare di connessione di tutti i poli a garantire la produttività degli investimenti e delle persone stesse. Tutto questo è necessario e doveroso anche per salvaguardare la città dell’habitat privato di alto e medio livello, delle belle strade e piazze, dei monumenti e delle case di buona architettura.

Non è scandaloso, è l’epoca. La borghesia italiana meno gretta, quella milanese, liberale in economia, equamente antisocialista nel pensiero politico e sociale, non vien giù dall’illuminismo francese.

Del resto deve fare i conti col fascismo: non liberalismo conservatore, ma puro autoritarismo reazionario.

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