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Franco Cordero
Le nuove mosse del cavaliere
15 Gennaio 2010
I tempi del cavalier B.
Questi giuristi ce l’hanno proprio con lui. La Repubblica, 15 gennaio 2009

Habemus dominum dall’ugola d’oro. Ogni sillaba luccica: lunedì 11 gennaio, a proposito delle leggi con cui vuol salvarsi dai tribunali, le chiama «ad libertatem», indovinando la desinenza; manca solo un gerundio, «libertas delinquendi». Suona meno bene l’italiano, se "Repubblica" lo cita esattamente: «Mi indigna soltanto a sentirle certe cose»; lo stile è suo. Resta nella memoria acustica una frase storica scandita mercoledì sera 7 ottobre 2009; era furente contro la Consulta, avendo appena perso l’immunità: «Queste cose a me mi caricano, agli Italiani li caricano ...». Qui apostrofa la Cassazione: annulli la condanna inflitta all’avvocato Mills da Tribunale e Corte d’appello milanesi; se no, va su tutte le reti televisive a dire che «la magistratura è molto peggio della mafia» (ivi). In quarantott’ore dà sicuro un forte alleviamento fiscale (due sole aliquote Irpef) e se lo rimangia. Alla rentrée romana esegue una delle sue frequenti mosse da joker: gliele studiano maghi insonni, fallendo ogni volta l’obiettivo, ma bene o male sinora hanno scongiurato probabili condanne; e l’effetto riesce devastante. Ormai l’abbiamo nel codice genetico. Stavolta prendono le mosse da Corte costituzionale 14 dicembre 2009 n. 333: invalidamente l’art. 517 c.p.p. ignorava l’eventuale giudizio abbreviato quando l’accusa fosse accresciuta nel dibattimento; «urge» quindi sospendere i relativi processi affinché gl’imputati optino in quel senso, se vogliono; li iberna un decreto. I beneficiari sono Mister Mills e chi lo pagava: è il ventesimo abito cucito addosso; era decreto urgente anche il favore resogli da Craxi venticinque anni fa (dl 16 ottobre 1984), ripristinando l’etere selvatico dove fondava un piratesco impero televisivo.

Poche frasi congelano i dibattimenti pericolosi finché sia votata l’invereconda legge-spegnitoio che estingue i processi alla scadenza d’un termine. Follie simili avvengono nel mondo d’Alice in forma lieve e giocosa, mentre da noi è farsa sinistra. Actum est, annunciano i quotidiani mercoledì 12 gennaio: l’interessato voleva una sospensione lunga tre mesi; il Quirinale gliene accorda uno e mezzo; combineranno tutto stamattina. Ore 9, la conferma viene dal TG1, voce del padrone, ma abitiamo un mondo fluido e poco dopo, quel decreto svanisce: era superfluo, spiega il guardasigilli; siccome l’accertamento d’incostituzionalità non richiede complementi normativi, l’art. 517 vale nei termini stabiliti dalla Corte; i dibattimenti quindi saranno sospesi affinché l’imputato scelga un nuovo giudizio, se vuole. Discorsi analoghi risuonavano sulla nave dei matti col berretto a sonagli, un tema ricorrente nella pittura didascalica quattro-cinquecentesca (vi mette il bulino anche Dürer). Il giudizio abbreviato conta ventun anni: con l’assenso del pubblico ministero l’imputato chiede d’essere giudicato nell’udienza preliminare, sulle carte del fascicolo, escluso ogni nuovo atto istruttorio; hanno ingresso solo dei documenti; l’eventuale pena scende d’un terzo. L’idea nasceva da calcoli d’economia: tagliare i dibattimenti con un giudizio monocratico, rigorosamente cartolare, in camera di consiglio, mediante l’accordo tra le parti; lo promuove l’imputato con poche chances perché se fosse sicuro del fatto suo, sceglierebbe un contraddittorio pieno. La metamorfosi, suggerita dalla Consulta, sopravviene nella l. 16 novembre 1999: cade il veto istruttorio; l’instante può subordinare la richiesta all’acquisizione delle prove che offre o indica; l’udienza preliminare diventa dibattimento a porte chiuse, lungo e complesso; ogni imputato dal destino dubbio vi salta dentro assicurandosi lo sconto, se fosse condannato, a costo zero, visto che gioca quante mosse istruttorie vuole.

Resta da vedere come l’art. 517 nuovo sia applicabile nei procedimenti in corso, supponendo che pendano in cassazione: è il caso Mills; sarà discusso giovedì 25 febbraio, davanti alle Sezioni unite. L’imputato ha il diritto riconosciutogli da Corte cost. 14 dicembre 1999 n. 333: chiedere l’abbreviato; ma cosa significa? Escludiamo, ipotesi assurda persino nella sfrenata cabalistica berlusconiana, l’annullamento della condanna e regressione ad ovum, ossia all’udienza preliminare, dove il reato morrebbe estinto dal tempo (tale il teorema difensivo, l’unico prospettabile, parrebbe, visto quanto pesano le prove d’accusa): le misure rescindenti presuppongono invalide sequele d’atti, mentre qui l’iter appare impeccabile (la Consulta ha interloquito post eventa), né il ricorrente può dolersi d’uno svolgimento meno garantito; era l’optimum; giostrava davanti a tribunale e corte d’appello spendendo ogni risorsa disponibile. Concedergli congrua stasi perché mediti se chiedere o no «un nuovo giudizio?». Sono parole del guardasigilli e quanto poco valgano, lo vedono studenti alle prime armi. Non esistono "nuovi giudizi". Mister Mills risulta giudicato nell’unica forma possibile e c’è poco da meditare: sono lontani i tempi in cui l’imputato soppesava profitti e rischi, dovendo optare tra decisione sulle carte e contraddittorio perfetto; les jeux sont faits: a occhi chiusi, quindi, chieda l’abbreviato lucrando lo sconto sulla pena, se esce perdente. Affare suo, nonché dei difensori, come lo sarebbe stato nell’udienza preliminare: se ha gusti meditabondi, il tempo non gli manca; quando sia chiamata la sua causa, saranno passati settantatre giorni dalla decisione «additiva» (così le chiamano gl’intenditori). La Corte vaglia i motivi del ricorso: ritenendoli fondati, annulla con o senza rinvio; altrimenti riduce la pena d’un terzo e lì finisce il processo, superfluo essendo rinviare, perché gli ermellini sanno l’aritmetica (art.620, lett. l).

La procedura penale era materia dal passato equivoco, misconosciuta, quindi distorcibile, ma ancora vent’anni fa nessuno immaginava il guignol quotidiano sub divo Berluscone: tre leggi sul telaio (processo breve, legittimo impedimento, terzo lodo d’immunità) offrono materia d’estremo interesse al giuspatologo; l’analisi politica ispira profonda tristezza.

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