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Curzio Maltese
Le guerre del Cavaliere
13 Aprile 2004
I tempi del cavalier B.
In quest’articolo di Curzio Maltese, pubblicato su Repubblica il 2 febbraio 2003, tutta la tragedia dell’Italia di oggi. Una domanda sgorga: come si fa a combattere con le armi della politica (e della politica democratica) contro un governante siffatto?

BERLUSCONI ha deciso davvero di andare "fino in fondo" o al fondo, trascinando con sé il Paese in guerre che la stragrande maggioranza degli italiani non capisce e non vuole combattere. La prima è quella con l'America di Bush, contro Saddam e anche contro l'opinione pubblica europea, in una posizione di vassallaggio che dovrebbe compensare, secondo lo stratega di Arcore, lo scarso prestigio di cui gode il governo italiano in Europa alla vigilia del semestre di presidenza.

L'altra è la solita, estenuante, eterna guerra alla magistratura indipendente, colpevole di aver confermato a Milano il processo Previti. Berlusconi (o chi gli scrive i discorsi) trova intollerabile che in una "democrazia liberale" la legge sia uguale anche per il primo ministro e da questa delirante premessa fa discendere una serie di conseguenze eversive.

In una democrazia liberale i problemi giudiziari del primo ministro sono affari suoi e non emergenze nazionali. Helmuth Kohl, uno statista che ha unificato la Germania, si è dimesso per il semplice sospetto di aver preso una tangente. Berlusconi, che ha unificato soltanto le reti televisive, non accetta invece che la magistratura indaghi sul perché dai suoi conti partissero centinaia di milioni verso i conti esteri di Squillante e compagnia. E' tutta qui la differenza fra una democrazia e un mezzo regime.

Ma Berlusconi non sente ragione, alla lettera. Neppure la ragione banale, né di destra né di sinistra, che la Cassazione non poteva accogliere una richiesta di trasferimento fondata sulla presenza di un cantastorie "ostile" in piazza del Duomo o sulle presunte pressioni di questo giornale (in edicola a Milano come a Brescia, Perugia e Roma) e altre sciocchezze buone per il popolo bue e per il salotto di Vespa ma non per i seri professionisti delle sezioni unite. Questo processo non s'ha comunque da fare e Berlusconi andrà "fino in fondo".

Da padrone della maggioranza ha deciso che il Parlamento, già paralizzato per mesi sull'inutile Cirami, si bloccherà per un altro anno intorno a una riforma della giustizia che è in sostanza l'abolizione della giustizia stessa. Non si tratta infatti soltanto di separare le carriere dei magistrati ma, come spiega l'avvocato Pecorella, presidente della commissione giustizia, di "spaccare il fronte dei magistrati" sottoponendo la magistratura al controllo della politica.

Fallita la Cirami, che nel frattempo serve però a mafiosi e terroristi, siamo dunque alla soluzione finale: la morte della magistratura indipendente. Berlusconi (e Previti) accetta insomma di essere giudicato soltanto da una magistratura nominata da lui. Se l'avesse proposto Prodi, che nel '96 aveva preso gli stessi voti e qualcosa in più, sarebbe stato ricoverato. Ma si vede che nella logica della nuova destra anche il voto, oltre alla legge, non è uguale per tutti.

Il nuovo pronunciamento sudamericano di Berlusconi ha riscosso uno sconcerto unanime nel mondo della magistratura e rende naturalmente vano l'appello al dialogo lanciato da Marcello Pera. Ma soprattutto azzera anni di chiacchiere e litigi nell'Ulivo sulla possibilità di un dialogo istituzionale con Berlusconi. Anche gli ultimi nostalgici della Bicamerale si saranno convinti che questa possibilità oggi non esiste ed è Berlusconi, con i fatti, a negarla.

Si apre una nuova stagione della politica italiana, nella quale tutti i poteri di controllo, dal Quirinale all'opposizione, sono chiamati a difendere le basi della democrazia da pesanti minacce. Per troppo tempo timidezze e subalternità culturali hanno contribuito a rendere "senso comune" una visione cesarista ed eversiva del potere.

Il risultato è questo delirio d'onnipotenza per cui un premier eletto dal 45 per cento degli italiani si è convinto di essere per questo unto dal signore, al di sopra delle leggi, autorizzato a muovere guerra alle istituzioni o a criminalizzare chi scende in piazza, perfino a sciogliere le Camere, nel totale disprezzo della Costituzione. In nome di che cosa? Non certo della volontà popolare che lo ha eletto per risolvere una crisi economica nel frattempo assai peggiorata. Piuttosto nel nome di una visione padronale e autoritaria che si è fatta strada negli anni grazie allo strapotere mediatico, fino a logorare le istituzioni e a instaurare un clima da guerra civile. Il gioco finora ha funzionato.

Ma la famosa gente comincia ad averne piene le tasche e a separare i problemi di Berlusconi e Previti con la giustizia dai problemi di tutti: l'inflazione, la recessione, la sanità, la scuola, i trasporti, il territorio. Tutto quello che il governo sta lasciando andare a rotoli per fare le guerre di Silvio.

(2 febbraio 2003)

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