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Stefano Bucci
«Le città sono centri di relazioni Archistar, basta esibizionismi»
30 Luglio 2010
Articoli del 2010
In una intervista alla direttrice della Biennale Architettura, una auspicabile (per ora in teoria) new wave progettuale un po’ meno supina a certe fatue vanità. Corriere della Sera, 30 luglio 2010 (f.b.)

VENEZIA— L’architettura sta cambiando. E Kazuyo Sejima ha le idee molto chiare: «Non dico che Gehry e le altre archistar non siano sempre interessanti. Ma oggi c’è bisogno di idee nuove e più fresche per capire come sarà davvero il futuro. Queste idee fresche non possono arrivare che dai giovani». Nella sezione ufficiale della XII Biennale di Venezia («People meet in architecture» in programma dal 29 agosto al 21 novembre tra i Giardini e l’Arsenale) diretta appunto da Sejima ci saranno così 46 «invitati» (studi, progettisti singoli, professionisti vari, artisti) e la metà di questi potrà contare sulla presenza di almeno un giovane, non più «di bottega» (come accadeva un tempo) ma piuttosto con ruolo «di comando»: sette nati dopo il 1970, 14 tra il 1965 e il 1970 più i due strani casi di Studio Mumbai (fondato nel 2005 da un architetto classe 1965) e di Raumlabor con i suoi professionisti venuti alla luce tra il 1968 e il 1975. Due strani casi che, però, esemplificano un’altra delle mutazioni in corso: quella del «collective practice» o dell’«organic collective» ovvero quella di un progetto che nasce dal lavoro di un gruppo fatto da architetti ma anche da ingegneri, geometri, light designer, paesaggisti ed esperti in rendering.

Kazuyo Sejima è una donna schiva e sfuggente (soprattutto con i giornalisti) ma ben decisa a raccontare le nuove strade dell’ architetture, strade che sembrano volersi allontanare da ogni possibile protagonismo o esibizionismo (quello insomma dei Gehry addicted) per cercare un canale diretto con i giovani: «La crisi ha reso tutto più difficile, ma proprio adesso bisogna puntare sulle indicazioni e sulle suggestioni che ci possono arrivare dalle nuove generazioni». Il suo sembra un addio definitivo alle «archistar persino strano visto che arriva da una professionista che in un solo anno è riuscita a mettere accanto (in compagnia con Ryue Nishizawa, suo socio nello studio Sanaa) il prestigioso Pritzker e il progetto per il nuovo Louvre di Lens (mentre a Parigi sta firmando il rifacimento dei magazzini della Samaritaine, gioiello art nouveau del Primo Arrondissement).

L’architettura di oggi è dunque inquieta e Kazuyo Sejima vuole raccontarci, nella sua Biennale, tutta questa inquietudine. E tanto per comunicare incertezza alla prima intervista «one-to-one» concessa ad un quotidiano italiano arriva con una tattica degna di Greta Garbo: appuntamenti concessi e poi negati, depistaggi, cambi d’orario e altro. Poi, finalmente, eccola davanti all’ingresso del Palazzo delle Esposizioni: gran cappellone di paglia, abito d’antan verde-giallo dell’adorato Comme des Garçons (ma all’occorrenza può scegliere anche Dior), occhiali da vista modello Usl (proprio la vecchia Unità sanitaria locale), molletta fermacapelli d’ordinanza, borsone azzurro di plastica tipo grande magazzino discount, sneakers e calzettoncini in lurex (ma in Laguna tutti già favoleggiano su un paio di zoccoli in legno viola). Come suo solito fumando in continuazione e bevendo caffè. Basta comunque poco per capire che tra lei e i giovani c’è già davvero un feeling speciale: appena seduta al tavolino del Caffè Paradiso, proprio all’ingresso dei Giardini, dai tavoli vicini arrivano le occhiate adoranti dei ragazzi (giapponesi e no) che stanno lavorando all’allestimento (qui è tutto ancora un cantiere nonostante i tre giorni della «vernice», dal 26 al 28 agosto, siano ormai alle porte).

Sulle orme di Sejima anche la Biennale ha scelto stavolta la via dell’effetto giovani per cercare di superare il record di visitatori dell’ultima edizione (curata da Aaron Betsky) con i suoi 129.323 visitatori: ai giovani (italiani) è ad esempio votata la sezione «AilatI» (Italia alla rovescia) curata da Luca Molinari come ai giovani e alle università sono dedicati gli accordi stipulati con vari atenei italiani (da Valle Giulia di Roma al Politecnico di Milano) e stranieri (dall’ Architectural Association School di Londra alla Bme di Bucarest) dal presidente Paolo Baratta: «L’idea è quella di trasformare l’esperienza di visita in crediti formativi, perché vogliamo che la Biennale diventi un luogo di pellegrinaggio per docenti e studenti» (non a caso nel programma fanno per la prima volta la loro comparsa «I Sabati dell’Architettura»: incontri con i direttori delle precedenti edizioni, da Vittorio Gregotti a Richard Burdett). E principalmente ai giovani sembra essere destinato anche l’ultimo gadget in arrivo (un omaggio per i visitatori): un braccialetto in plastica, rosso, con il logo della Biennale e la scritta «I love architecture» (già destinato a diventare un must come il chiacchieratissimo Power Balance).

Questa XII Biennale non sarà però solo una cosa da ragazzi. Perché tra le tante novità in corso d’opera ci sarà anche una stanza dedicata a una star come Renzo Piano raccontato attraverso quattro grandi fotografie (in bianco e nero) dei suoi progetti per il Beaubourg, per la Chiesa di Padre Pio, per la Morgan Library, per il Museo Klee. E se tra gli invitati c’è il «veterano» Andrea Branzi (con un progetto però molto giovane che sposa «civiltà merceologica» e «biodiversità cosmiche»), un’altra stella come Rem Koolhaas (premiato con il Leone alla carriera 2010) sarà protagonista del Padiglione della «sua» Danimarca ma anche di una lectio sulla Russia in programma per il giorno dell’inaugurazione ufficiale. Ed ecco che tra una sigaretta e l’altra, la silenziosa Sejima (anche lei porterà in mostra alcuni dei suoi progetti più recenti) racconta le altre news: la bolla dei Raumlabor che servirà da spazio multifunzionale; il Giardino delle Vergini ridisegnato da Piet Oudolf, l’autore dell’High Line di New York; un progetto a 3D (con tanto di occhialini) del regista Wim Wenders; le interviste dal vivo di H. U. Obrist (autore del volume Interview edito in Italia da Charta; in arrivo il secondo volume) che interrogherà partecipanti, protagonisti, semplici passanti (le interviste verranno trasmesse attraverso una serie di grandi schermi).

Sejima (che non ama fare nomi «perché anch’io sono un architetto» tanto da non sbilanciarsi neppure su Palladio e Brunelleschi) ama molto anche l’arte, soprattutto quando è in funzione dell’architettura (durante l’intervista farà un rapido passaggio, forse non casuale, anche la prossima curatrice dell’arte Bice Curinger): «Per questo— dice — ho invitato artisti come Olaf Eliasson, quello del grande sole della Tate Modern. Volevo che evocassero l’idea di spazio attraverso le emozioni, perché anche questo è progetto». Così l’architetto giapponese (che lavora in un grande capannone industriale suddiviso da tavole di legno pressato, pieno delle sue sedie «Rabbitt» e di piante grasse ma senza parapetti sul terrazzo « perché non li amo») ne ha portati ben nove nella sezione ufficiale: da Janet Cardiff (una delle 12 presenze ufficiali femminili compreso l’omaggio a Lina Bo Bardi) «che giocherà con i suoni» a Matthias Schuler del gruppo Transsolar «con la sua nuvola che cambierà di colore e densità a seconda delle persone presenti». Il suo obiettivo? «Voglio che la Biennale, così come le città, non sia più un luogo di esibizionismi ma un luogo dove scambiare sensazioni e idee. Magari alla fine ci saranno meno progetti e meno maquettes, ma ci sarà sicuramente più feeling tra progettisti e visitatori».

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