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"L'autorità della Regione: il 51%"
13 Aprile 2004
Lettere e Interventi
Stefano Fatarella (Udine), 13.04.2004

Il tema a cui fai cenno nell’Eddytoriale 41, del chi detiene il potere ultimo di decidere, nel caso non si trovi un accordo tra diverse istituzioni - cosa assai diffusa, forse più di quanto non appaia -, è un tema che abbiamo spesso posto al centro dei ragionamenti tra noi in ufficio. Personalmente credo, proprio per la responsabilità "alta" - non va più di moda dire "sovraordinata" - che deve avere la Regione, che essa debba mantenersi il 51% delle azioni da giocare, sia per sbloccare un impasse altrimenti insuperabile, sia per poter dire di no quando è necessario dirlo in nome dell'interesse pubblico. Troppo semplicistico e/o dirigistico ? Forse, ma qualcuno, in fine dei conti, le mani deve pur metterle in pasta e giocarsi la sua "alta" responsabilità che, peraltro, svolge verso l'intera comunità. Il consenso si deve ricercare: ma il consenso non significa deresponsabilizzarsi. Ci devono essere le definizione delle responsabilità. Forse i principi ed i modi per declinare la condivisione interistituzionale.

Un esempio, banale. Udine, la Provincia e altri quattro comuni della cintura urbana, hanno predisposto un PRUSST che è stato valutato e approvato dal Ministero. I finanziamenti sono imponenti. Tra gli interventi programmati è prevista la riconversione di una vasta area industriale dismessa a nord di Udine, verso funzioni residenziali, terziarie, commerciali e parzialmente anche per attività artigianali di produzione. L'area è la porta nord di Udine, essendo posta in fregio alla Strada Statale 13, principale arteria viaria di accesso da nord alla città. Si prevedono 12 torri alte 36 metri, qualcosa come 30.000 mq di superficie commerciale, ecc. La selva di torri è perfettamente in linea con il colle di Udine sovrastato da Castello di Udine (si, proprio quello della canzone popolare "O che bel cistiel a Udin, ..."). Quella selva di torri impedirà, molto probabilmente, la piena percezione, dalla direttrice nord di ingresso alla città, del Colle e del Castello, che costituiscono l'indelebile segno di riconoscimento fisico della città e, soprattutto, l'emblema storico e culturale dell'intera comunità friulana. Oltre a ciò verrà mutato in modo radicale lo sky-line della città, che non è certo caratterizzato da fabbricati elevati, salvo casi episodici, e verranno create le condizioni per introdurre un carico urbanistico rilevante che trasformerà l'intera zona nord della città, caratterizzata da ben altre più basse densità e tipologie insediative. Ebbene: se per una mega trasformazione e riconversione urbanistica ed edilizia (progetto del piano attuativo di Gregotti) la Regione, nei fatti, sostiene che a lei non può riguardare un evento urbanistico "locale" (tutto l'insediamento grava sulla principale asta viaria che penetra da nord nella città ed è tutto da dimostrare che quell'arteria possa sopportare ulteriori carichi urbanistici, ai quali si aggiungono continue addizioni di insediamenti commerciali), il Colle e il Castello di Udine non possono essere relegati a un fatto di cultura locale. I simboli di città e di comunità sono parte sostanziale e integrante dei valori storico-culturali di una intera comunità, anche regionale. Quindi la Regione, a mio avviso, dovrebbe avere titolo per dire la sua. In questo senso asserisco, invece, che ci deve essere uno ("superpartes ?") che ha un voto in più: il 51 % del potere decisorio e lo deve usare.

NB: sulla vicenda la locale Sovrintendenza non ha detto alcunchè, gli ambientalisti idem, l'Inu si è distinta per il silenzio tombale. Le opposizioni hanno appena sibilato qualche frasetta di rito.

Sono d’accordo con l’esigenza che sottolinei. Dobbiamo però ragionare sul metodo che l’ente sovraordinato (continuo ad adoperare questo termine) adopera per esprimere l’interesse generale di cui è depositario. A mio parere il metodo è quello della pianificazione. La Regione deve dire ciò che vuole, deve definire le regole che ritiene necessarie per esercitare la sua competenza sugli oggetti e aspetti per cui è competente, mediante un “piano”: un atto amministrativo, precisamente riferito al territorio, formato con procedure trasparenti che consentano il contraddittorio (e la partecipazione), valido erga omnes. La Regione vuole che le visuali verso determinati luoghi eccellenti siano protette? Individui tali luoghi, definisca le visuali da rispettare. Poi sia rigidissima nel pretendere il rispetto della regola. Ma sono contrario al controllo caso per caso, a lume di naso, alla discrezionalità.

Naturalmente si apre il problema di quali siano gli “oggetti e aspetti” in relazione ai quali la Regione è competente. Aiuta a stabilirlo il principio di sussidiarietà, più nell’accezione europea (trattato di Mastrich) che in quella italiana. Applicandolo all’assetto istituzionale italiano, la regola europea direbbe: “Nei campi che non ricadono nella sua esclusiva competenza la Regione interviene, in accordo con il principio di sussidiarietà, solo se, e fino a dove, gli obiettivi delle azioni proposte non possono essere sufficientemente raggiunti dalle province e dai comuni e, a causa della loro scala o dei loro effetti, possono essere raggiunti meglio dalla Regione”. Discuterei a partire da questo.

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