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Massimo Giannini
L'assedio al Quirinale
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
B. teme le elezioni anticipate. Ciampi le vuole indire al più presto. B. manda un killer. Da Repubblica, 19 luglio 2005

Chi crede che Marcello Pera, con un attacco che non ha precedenti nella storia repubblicana, abbia voluto colpire l´odiata «lobby» delle toghe, non ha capito nulla. Il Consiglio superiore della magistratura è solo un finto bersaglio. L´obiettivo vero di questa violenta offensiva del presidente del Senato, stavolta sorprendentemente spalleggiato dal presidente della Camera, sta molto più in alto. Si chiama Carlo Azeglio Ciampi. Contestando il diritto costituzionalmente e giuridicamente garantito del Csm ad esprimere un parere «tecnico» sulla riforma dell´ordinamento giudiziario, il più alto rappresentante delle assemblee degli eletti del popolo delegittima il Capo dello Stato. Di fatto, lo accusa di attentare alla Costituzione.

Secondo Pera, il Csm non può valutare e discutere gli effetti dei provvedimenti di legge discussi o approvati dal Parlamento. Se lo fa, si pone fuori dal perimetro della Costituzione. Si trasforma in una «terza Camera». Si eleva, in quanto potere giudiziario, allo stesso livello del potere legislativo. Viceversa, com´è ormai tristemente noto e come dimostra la rovinosa campagna contro le toghe ingaggiata in questi quattro anni dal Polo, la magistratura è poco più che un «ordine professionale» (come pretendono gli azzeccagarbugli della destra) e non certo un «potere dello Stato» (come invece prevede l´ordinamento costituzionale). Dunque, con i pareri negativi emessi sulla riforma Castelli, e da ultimo con la decisione di mettere all´ordine del giorno anche il cosiddetto «emendamento Bobbio» (aggiunto alla riforma solo per impedire a Giancarlo Caselli di concorrere alla nomina di procuratore nazionale anti-mafia) il Consiglio superiore della magistratura ha compiuto un atto sedizioso. Uno strappo eversivo dell´ordine costituzionale.

Il presidente del Senato sbaglia due volte. Sbaglia la prima volta perché, mentre richiama in chiave restrittiva le competenze attribuite al Csm dall´articolo 105 della Costituzione, si guarda bene dal menzionare l´articolo 10 della legge istitutiva dell´organo di autogoverno dei magistrati, che nel 1958 ha conferito allo stesso Consiglio la facoltà di esprimere pareri su leggi e decreti al ministro Guardasigilli. A questa grave e quanto mai singolare «amnesia» ha dovuto porre rimedio, con tanto di nota ufficiale, il vicepresidente del Csm. Ma Pera non si accontenta. E sbaglia la seconda volta perché, accusando le toghe di aver violato la Carta del ´48, fa finta di dimenticare che è stato proprio Ciampi, appena una settimana fa, ad autorizzare con tanto di firma autografa l´inserimento del parere sull´emendamento Bobbio nell´ordine del giorno della riunione del Csm. Anche a questo ennesimo e inquietante svarione ha dovuto rimediare Rognoni, rammentando un paio di questioni dirimenti che il presidente del Senato non poteva certo ignorare. Quell´emendamento rappresenta un «nuovo innesto» nel corpo di una riforma della giustizia che il Capo dello Stato aveva già rinviato alle Camere per quattro, fondati e rilevanti motivi di incostituzionalità. La discussione del Csm su quell´emendamento, proprio per questo, ha ricevuto «l´assenso formale» del Capo dello Stato.

Nella sortita di Pera si nasconde un sillogismo velenosissimo: 1) il parere del Csm viola la Costituzione; 2) Ciampi ha autorizzato il parere del Csm; 3) Ciampi viola la Costituzione. Non serve essere un cultore di Aristotele per seguire la logica devastante di questo ragionamento. Non serve essere un dotto filosofo della scienza per capire la portata destabilizzante di un´accusa del genere. Semmai c´è da chiedersi perché, in un momento così incerto sulle prospettive del Paese e in una fase così complessa per i suoi equilibri politici, il presidente del Senato accetti il rischio di aprire un conflitto istituzionale irreparabile. C´è da chiedersi perché, dopo aver fatto da sponda misurata e responsabile al Quirinale in questi tormentati quattro anni di legislatura, stavolta persino Casini si sia schierato con Pera, lasciando che sul Colle piovano gli schizzi di fango della delegittimazione. C´è da chiedersi perché, dopo aver incarnato anche sulla giustizia l´anima «moderata» in una coalizione di destra radicale, sfascista e populista, adesso anche l´Udc di Marco Follini abbia cominciato a cantare nel coro insieme a Pera. Alla stessa stregua degli sguaiati «professionisti dell´anti-giustizia». Dei Castelli o dei Cicchitto. Degli Schifani o dei Bondi.

Ogni sospetto è legittimo. Non mancano spiegazioni plausibili, se si volesse limitare la posta in gioco al solo tema della giustizia. Sulla riforma dell´ordinamento siamo alla vigilia di un confronto parlamentare durissimo. Il governo Berlusconi ha appena annunciato la richiesta del voto di fiducia sul provvedimento. Ciampi l´ha già bocciato una volta, per palese incostituzionalità. Da qualche tempo sul Colle trapela anche l´eventualità di un secondo rinvio alle Camere, proprio per la dubbia costituzionalità dell´emendamento Bobbio, nel frattempo inserito nel testo dai falchi della Cdl. L´altolà di Pera, condiviso non più solo da Forza Italia An e Lega ma ora anche dai centristi, potrebbe essere un avvertimento lanciato al Capo dello Stato: se rifiuti per la seconda volta di promulgare la legge, stavolta rischi l´impeachment, perché hai attentato alla sovranità del Parlamento.

L´ipotesi ha una sua indubbia consistenza. Ma vi si colgono i segni di una qualche sproporzione. La riforma Castelli, anche dentro il Polo, non interessa più a nessuno. A parte il ministro-ingegnere che ci si è giocato il cognome, nessuno sembra convinto della sua impellente necessità. Se è così, la sensazione è che Pera, e Casini che gli è andato dietro, abbiano sparato con un cannone per colpire un passerotto. Per capire meglio, è forse più utile ampliare l´orizzonte. E valutare la posta in gioco in una prospettiva più lunga. Ciampi, con la sua saggia fermezza e la sua credibile equidistanza, si è rivelato alla fine della legislatura come il più solido argine alle scorrerie politiche e alle forzature istituzionali del Cavaliere e i suoi «bravi». Ha manifestato una ferrea determinazione a tenere duro fino all´ultimo giorno del suo settennato. Ha palesato una convinta intenzione di sciogliere le Camere a febbraio, per portare l´Italia la voto il 9 aprile e dare al Paese un governo nel pieno delle sue funzioni già a giugno del 2006. Berlusconi è un leader in declino. Umanamente annoiato e politicamente azzoppato. Se ha ancora una chance di sopravvivenza, dopo Palazzo Chigi e oltre la Casa delle Libertà, quella chance si chiama Quirinale. Dietro di lui, chi nutre la speranza di succedergli nella leadership è disposto a dargli una mano, per cercare di sfrattare anzitempo il riottoso inquilino del Colle.

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