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Serena Righini
L’area metropolitane milanese e la Tangenziale Esterna
13 Marzo 2011
Scritti ricevuti
È possibile, con gli strumenti della pianificazione metabolizzare una Grande Opera nata fuori dall’ambito locale? Bisogna almeno provarci

A seguito della presentazione ufficiale del progetto definitivo della nuova Tangenziale Est Esterna di Milano, fatta dalla società concessionaria lo scorso mese di febbraio, si susseguono, nei territori interessati, assemblee pubbliche organizzate dagli enti locali che hanno lo scopo di illustrare ai cittadini la nuova opera e raccogliere eventuali osservazioni, che le Amministrazioni Comunali possono poi fare proprie nei pareri di competenza da trasmettere alla società.

Avendo partecipato a più di una di queste serate vi ho notato alcuni aspetti ricorrenti piuttosto rilevanti: sale affollatissime di professionisti, tecnici, amministratori, mamme, insegnanti, pensionati, addirittura giovani…insomma, di cittadini. Seduti uno a fianco dell’altro, su spesso scomode sedie (a volte addirittura in piedi) ad ascoltare dati sulle pendenza delle rampe d’accesso, sulle distanze dall’abitato, sulle barriere antirumore, percentuali e stime di traffico presunto, eccetera: un dato di partecipazione, quanto meno numerico, notevole, a testimonianza che i temi territoriali interessano ancora molto quando qualcuno si prende la briga di parlarne.

Un altro elemento ricorrente è il tentativo, da parte degli amministratori locali, di circoscrivere la questione TEM alla dimensione strettamente comunale, per cui le serate molte volte si svolgono all’insegna dei peggiori esempi di partecipazione di tradizione italica: si tenta di consolare il grande proprietario terriero che si vede un proprio campo di 200 mq tagliato dalla nuova strada, la giovane coppia che ha appena acquistato uno “splendido appartamento vista campagna” che tra qualche anno si trasformerà in “affaccio sulla rampa d’accesso”, e altre questioni populiste di queste genere come annunciare con trionfo l’aver fatto spostare una rotonda di accesso alla TEM oltre i confini comunali (sull’onda del motto: abbiamo scacciato gli oppressori!); fa niente se lo spostamento fisico è di esattamente 75 metri.

Ed infine, l’ultimo tema è l’assoluta evidenza che la nuova autostrada, che a detta di molti dovrebbe garantire lo sviluppo lombardo finora frenato dalla mancanza di infrastrutture, è stata progettata con criteri e tecniche costruttive vecchie, obsolete, altrove superate. Impatti ambientali fortissimi e, sembrerebbe, scelte progettuali che sottovalutano e sottostimano il problema della deviazione delle numerose acque superficiali e del drenaggio di quelle provenienti dalla falda che, come tutti sanno, in questa zona è piuttosto superficiale.

Ma a parte queste osservazioni io credo che ci siano due differenti aspetti per valutare la vicenda della realizzazione della nuova Tangenziale Esterna milanese: uno di tipo politico e uno più strettamente urbanistico.

Dal punto di vista politico credo che lo scandalo stia nel fatto che i risultati ottenuti dall’Associazione dei Comuni insieme alla Giunta provinciale presieduta da Penati, che sono stati ufficializzati nella stipula dell’Accordo di Programma del 2007 rischiano fortemente di rimanere solo sulla carta.

Val la pena ricordare che il progetto originario dell'infrastruttura, che risale all’anno 2003 e fu presentato dalla giunta provinciale presieduta da Ombretta Colli, prevedeva la costruzione di una nuova arteria autostradale che avrebbe raccordato i flussi veicolari provenienti dall’autostrada A4 (Milano-Venezia) e dalla nuova Direttissima Bre.Be.Mi. con l’autostrada A1 (Milano-Bologna). Solo grazie al lavoro della nuova giunta provinciale di Penati e dell’associazione dei Comuni, si sono svolti incontri e mediazioni che hanno consentito di raggiungere un’intesa per la modifica del progetto. Tale modifica ha portato alla sottoscrizione dell’Accordo di programma (2007) che ha come oggetto “la realizzazione della tangenziale est esterna e il potenziamento del sistema di mobilità dell’est milanese e del nord lodigiano” e che comprende, oltre al progetto della nuova tangenziale, importanti opere di riqualificazione e di integrazione delle strade esistenti, dove si riverseranno i nuovi flussi di traffico, (la strada Rivoltana, la Cassanese, la Paullese, la Cerca) ma anche l’impegno a potenziare le reti di trasporto pubblico su gomma e su ferro.

I risultati dell’Accordo di Programma 2007 sono a forte rischio di attuazione in quanto la società Tangenziale Esterna spa, per motivi economici, sembra avere dei problemi a rispettare gli accordi e quindi ecco saltare alcune opere di mitigazione ambientale (alcuni sottopassi saranno sostituiti da cavalcavia) e di compensazione ambientale (riqualificazione strade esistenti, potenziamento trasporto pubblico, ecc).

C’è anche da dire che erano state previste delle opere compensative che avevano poco senso: ad esempio alcuni comuni del Lodigiano toccati solo marginalmente dalla nuova infrastruttura avevano ottenuto come contro parte chi la costruzione della nuova palestra comunale (in paesi di 800 anime), chi la costruzione di un’altra opera pubblica. Insomma, forse nella fase preliminare, quando serviva soprattutto il benestare delle amministrazioni locali e nessuno doveva badare ai conti, le “opere compensative” sono state concesse con eccessiva leggerezza.

Per portare comunque avanti l’infrastruttura la società concessionaria non si interfaccia più con l’Associazione firmataria dell’Accordo di Programma ma contratta con le singole Amministrazioni Comunali proponendo dei veri e propri baratti, (voci di corridoio parlano addirittura di manciate di milioni di euro messe metaforicamente sulla scrivania di qualche primo cittadino in cambio dell’accettazione della mancata realizzazione di opere di mitigazione; soldi che per molti consentirebbero l’apertura di qualche cantiere per soddisfare qualche promessa per proprio programma elettorale). E il dramma è che molte Amministrazioni Locali si prestano a questo giochetto, chi per ragioni di appartenenza politica e chi per dare un po’ di sollievo ai propri bilanci comunali.

Il tema/dilemma di molti, a mio avviso, potrebbe essere: se io -Amministrazione Comunale- rifiuto a priori qualsiasi tavolo di discussione esco dalla trattativa e non posso che subire scelte fatte da altri senza ottenere nulla oltre alla colata di asfalto oramai inevitabile; se invece accetto di valutare le proposte e di avanzare richieste forse c’è qualche possibilità di riuscire ad ottenere qualcosa per il mio territorio. Fare i duri e puri o sporcarsi le mani? Forse è su questa scelta che si dovrebbero costruire i dibattiti pubblici e spiegare ai cittadini che si è deciso di sedere al tavolo e perché….senza essere necessariamente tacciati per essere pro-TEM o connivente con il sistema di potere lombardo.

L’associazione dei Comuni potrebbe impugnare l’Accordo di Programma ma questa scelta presupporrebbe un gioco di squadra e un fronte unico da parte dei Sindaci che al momento appare quantomeno indebolito.

Dal punto di vista urbanistico credo che nessuno può negare che la TEM sarà il nuovo confine di Milano e, se mai si giungerà alla sua istituzione, sarà il limite est della città metropolitana. Se non viene adottata nessuna politica territoriale di scala vasta lo “scenario tendenziale” dell’est Milano vedrà un processo di densificazione con ben pochi controlli e privo di funzioni qualificanti nel margine interno in parallelo a uno sprawl diffuso e massacrante (peraltro già in atto) nel margine esterno.

Se esistesse un livello di governance sovra locale si potrebbe pensare a un’accorta strategia di “perequazione territoriale” che guiderebbe un processo di densificazione cui però starebbero dietro delle logiche localizzative per alcune funzioni di qualità da “strappare” a Milano città, mentre per la parte esterna si potrebbero valorizzare le funzioni agricole che si stanno perdendo a causa delle spinte speculative e di rendita fondiaria, secondo il modello dell’agricoltura a km 0, dell’agricoltura periurbana, dello sviluppo sostenibile, ecc.

Dato che questo livello non esiste e la Provincia è assolutamente contraria a coprire questo ruolo, si può solo sperare nella “buona volontà” delle Giunte locali. Che introducano nei propri Piani di Governo del Territorio criteri per impedire l’effetto “capannoni lungo l’autostrada A4”, che utilizzino i soldi che TEM concederà loro per attuare progetti e misure di compensazione ambientale…insomma, davvero poco, considerando che questi temi non sono un patrimonio comune consolidato e che con il cambiare dei colori di alcune casacche politiche fiorirebbero le varianti e i capannoni.

Le cave sono un ulteriore problema che si porta dietro la TEM ma perché non osare e controproporre, in cambio della concessione all’esercizio della cava:

1. procedure trasparenti per chi vi avrà accesso e quindi rendere controllabile il settore del movimento terra che risulta essere il più appetitoso per le mire della criminalità organizzata;

2. la trasformazione dell’area, alla fine dei lavori, in una zona di pregio ambientale, di un parco attrezzato.

Forse un azzardo ma il giocare in attacco, o quantomeno provarci, a volte, può far trovare nuove vie.

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