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Francesco Erbani
L’architetto della decrescita: “Ecco come rimpicciolire le città”
1 Ottobre 2014
Città quale futuro
Alcune parzialmente condivisibili riflessioni sullo spazio urbano auspicabile del futuro, che però affrontano il problema a valle di nodi del tutto irrisolti.

Alcune parzialmente condivisibili riflessioni sullo spazio urbano auspicabile del futuro, che però affrontano il problema a valle di nodi del tutto irrisolti. La Repubblica, 1 ottobre 2014, postilla (f.b.)

La città che smette di crescere. E che addirittura si contrae. Ne dibattono architetti e urbanisti che da tempo si misurano con l’espressione inglese shrinking city. La discussione fa tappa a Tokyo, quindici milioni di abitanti, trentaquattro considerando l’intero agglomerato: Hidetoshi Ohno, professore all’università della capitale giapponese, ha messo a punto uno studio che prefigura per il 2050 una Tokyo ridimensionata, con un terzo degli abitanti che ha oggi. Ohno è oggi a un convegno al Maxxi di Roma (organizzato dal Formedil) e domani alla Triennale di Milano. Il suo programma — «uno studio accademico», precisa, «non un piano urbanistico » — si chiama FiberCity: la città come un tessuto, un insieme di fibre, più compatta di come l’espansione tumultuosa degli ultimi decenni l’ha dispersa. Una città che riutilizza i suoi spazi, che porta il verde dove il cemento non serve più. «La città che cresce fa pensare a una macchina », spiega Ohno, «se si rompe un pezzo, la macchina non cammina. La città che non cresce è simile a un fazzoletto di stoffa: se una fibra si buca la si può riparare, ma intanto l’insieme continua a essere utilizzabile».

Il tema riguarda Tokyo, ma la musica si diffonde da Oriente a Occidente, sfiorando appena le immani megalopoli africane, sudamericane e asiatiche, dove l’urbanesimo non ha sosta. Prima negli Stati Uniti, poi in Europa e anche in Italia si è imposto nei decenni il modello della città diffusa: dispersione abitativa, consumo di suolo, trasporto privato, costi ambientali. Contemporaneamente la crisi industriale, prima di quella finanziaria, ha svuotato zone delle città. I dati nei quali si imbatte Ohno valgono per il Giappone, ma non solo: la riduzione di abitanti, dai centoventisette milioni di oggi agli ottanta previsti per il 2050, l’invecchiamento, i redditi bassi soprattutto del ceto medio. «La città compatta risponde alle esigenze della società cui andiamo incontro», insiste Ohno, «le strutture pubbliche, i servizi funzionano se concentrati in aree ristrette». La Tokyo del 2050 dovrebbe essere strutturata per agglomerati densi, intorno ai quali si distende una maglia di aree verdi ( green finger) e di reti del trasporto su rotaia. Le abitazioni di ogni agglomerato non possono distare più di ottocentometri da una stazione metropolitana. Inoltre al trasporto pesante deve affiancarsi una struttura molto piccola e leggera. Aggiunge Ohno: «Una società democratica deve assicurare accessibilità a tutti e dovunque ».

L’incubo che turba Ohno e molti suoi colleghi è l’aumento delle parti di città dismesse. Un tempo erano le fabbriche ad abbandonare aree periferiche esterne ai centri storici. Grandi stabilimenti venivano lasciati vuoti. La riconversione di questi luoghi, negli Stati Uniti e in Europa, è proceduta negli ultimi decenni scontando spesso la pressione di interessi speculativi che li trasformavano assecondando la rendita piuttosto che i bisogni della città. Ma con la crisi finanziaria, generata dall’esplosione di bolle immobiliari, sono stati svuotati anche quartieri residenziali. A Detroit prima la crisi dell’auto poi quella dei mercati finanziari hanno trasformato zone della città in luoghi morti, con le finestre sbarrate da assi di legno. E le case, tornate in mano alle banche, si vendevano a poche centinaia di dollari. A Baltimora il sindaco ha chiamato in giudizio la Wells Fargo, grande società erogatrice di mutui, perché con la sua politica di prestiti facili ha incentivato acquisti di case che i proprietari, a causa dei tassi divenuti insopportabili, hanno lasciato facendo degradare i quartieri.

La crisi consegna un altro insegnamento, conclude Ohno: non si possono affidare al solo mercato le trasformazioni nella città, la rigenerazione complessiva dell’organismo urbano. Devono intervenire sempre un’amministrazione pubblica efficiente e le comunità di cittadini. «Il rischio, altrimenti, è che aumentino i buchi, le sacche di degrado, come un pezzo di formaggio aggredito dai vermi».

postilla


Se non fosse che, ovviamente, quel modo di dire evoca inutili e vetusti sofismi da pianerottolo, qui sarebbe quasi spontaneo commentare: “ma il problema è un altro”. Ovvero che se non si supera l'idea della produzione di spazi privati come finalità economica a sé, della città merce le cui forme sono totalmente slegate da qualsiasi funzione, della stessa funzione ridotta a feticcio, ideologicamente contorta per cercare di darle un senso qualsivoglia, poi risulta esercizio accademico ragionare con tanto ampio respiro sulle specificità progettuali. La città ex industriale classica, e conseguentemente anche post-terziario-amministrativa, diventa “shrinking city” proprio anche grazie al fatto di escludere teoricamente dal campo le megalopoli africane e asiatiche marginalmente citate dall'articolo. E in questa città che si ritira, salvo pur vistosi esempi come la sempre stracitata Detroit, gli spazi dismessi non sono affatto tali, se non da una prospettiva funzionalista un pochino datata: lì dentro si concentrano comunque interessi, speculazioni, attese, indipendentemente dal riuso materiale o no. Che dire ad esempio della proliferazione incredibile di spazi a uffici, o delle chilometri che fasce produttivo-commerciali lungo le grandi arterie, la cui effimera vitalità, sempre che si manifesti prima o poi, corrisponde semplicemente alla strumentale dismissione di altre non lontanissime superfici e contenitori? Insomma, giusto timore, quello che lo spazio urbano, nella sua marcia trionfale alla conquista del pianeta, si sleghi da un rapporto lineare con le funzioni, ma forse la questione va affrontata a monte, ad esempio, come in parte si sta già facendo, attraverso varie riflessioni su tendenze demografiche, stili di vita, consumi, mobilità (f.b.)

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