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L’Aquila: una lenta agonia
22 Marzo 2010
Terremoto all'Aquila
A un anno dal sisma emergono i molti, colpevoli errori di una ricostruzione sbagliata e in ritardo. Su l’Unità e la Repubblica, 22 marzo 2010 e l’inchiesta de La Stampa, 21 e 22 marzo 2010 (m.p.g.)

Ritorno a L'Aquila, città fantasma che fatica a trovare il suo domani

Michele Brambilla – La Stampa, 21 marzo 2010

Ci siamo dimenticati dell’Aquila, o almeno abbiamo pensato che da quelle parti le cose andassero, se non bene, molto meglio. Abbiamo visto in tv la consegna delle casette antisismiche, la gente sorridente, abbiamo sentito la canzone che dice domani è già qui, e di nuovo la vita sembra fatta per te. Così ci siamo distratti. Ma L’Aquila è una città fantasma, e il domani chissà quando arriverà.

Il centro – che sono 170 ettari, e che di fatto è tutta L’Aquila: il resto sono 63 frazioni sparse qua e là – è morto. Non c’è una sola casa abitata. Quelle poche rimaste agibili non possono riaprire perché mancano i servizi – l’acqua, il gas – e perché c’è sempre il rischio che crolli qualche edificio accanto. Quattro milioni di tonnellate di macerie attendono di essere portate via. Si lavora, non è che non si lavori: ma gli operai, i vigili del fuoco e l’esercito sono ancora impegnati nella prima emergenza: puntellare, mettere in sicurezza.

Anche i negozi e gli uffici sono tutti chiusi. I commercianti hanno affisso agli ingressi maliconici cartelli. I più fortunati hanno scritto: «Ci siamo trasferiti a»; altri sono fatalisti: «Speriamo di rivederci presto». Dei tanti ristoranti, nessuno è aperto. La sera andiamo fuori città, in un posto che si chiama «La cascina del viaggiatore». Era un bell’edificio antico: deve essere abbattutto e ricostruito da zero. Il proprietario ha messo su, lì a fianco, un capannone prefabbricato per non fermarsi: «Ho speso centomila euro – ci spiega – e quando ricostruirò l’edificio originario avrò al massimo un contributo di ottantamila euro. Non solo: sarò costretto a demolire questo capannone». Anche gli alberghi sono tutti chiusi, eccetto uno che è di nuova costruzione e che è stato ulteriormente messo a posto per il G8. E lì che stiamo, con un gruppo di sfollati.

Scene ordinarie di un post-terremoto, si dirà. Ma non è così. Ci sono stati altri terremoti – il Friuli e l’Irpinia, ad esempio – che hanno fatto dieci volte i morti che ha fatto questo di un anno fa in Abruzzo; ma avevano colpito tanti piccoli o piccolissimi comuni. Questa volta è stato spazzato via un capoluogo di regione, con 70 mila residenti più 28 mila studenti. Per questo la ricostruzione qui sarà molto, molto più lunga e difficile. Questa volta sono stati distrutti perfino i centri del comando, quelli della prima assistenza e della normale amministrazione: la prefettura, la sede della regione e della provincia, le caserme, gli ospedali, le scuole. Una regione intera si è trovata all’improvviso senza testa.

E se i morti sono stati solo 308 – Iddio ci perdoni quel «solo» – è stato anche perché nella tragedia c’è stata una fortuna. Ci dice il prefetto Franco Gabrielli: «Lei pensi se non fosse successo la settimana santa, cioè quando quasi tutti gli studenti se n’erano già andati da L’Aquila per le vacanze. Oppure se fosse successo in quella settimana ma di giorno, con le chiese piene». Anche Stefania Pezzopane, la presidente della Provincia la cui foto con Obama ha fatto il giro del mondo, non riesce a togliersi il pensiero di che cosa sarebbe successo se la scossa, anziché alle 3,32 della notte del 6 aprile, fosse arrivata di giorno: «Penso agli uffici del centro, tutti pieni di gente al lavoro. Penso a mia figlia, che sarebbe stata a lezione alla scuola De Amicis, che è crollata». Di quella notte ha un ricordo che non cancellerà: «Abbiamo viste le crepe aprirsi nelle mura e siamo scesi giù, io mio marito e mia figlia, insieme con altre centomila persone».

Senza tetto sono rimasti in 67 mila. Per ridare loro rapidamente una casa – e una casa dignitosa, non un container – è stato fatto uno sforzo obiettivamente senza precedenti. Nelle C.A.S.E., che vuol dire Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili, e che sono più note come «le case di Berlusconi», abitano oggi 13.408 persone. Nei M.A.P. (Moduli abitativi provvisori: sono le casette di legno donate dalla Croce Rossa e montate dalla protezione civile di Trento) ce ne stanno altre 4.295. Negli alberghi sulla costa e in altre strutture (caserme) ci sono tuttora 7.332 persone. Poi ce ne sono 15 mila che hanno trovato ospitalità da parenti o amici, in casa o in roulotte. Fate un po’ di conti e vedete che, su 67 mila, solo 27 mila sono già tornati nelle loro case. E’ diventata familiare una nuova classifica: edificio A vuol dire piccoli danni; B e C danni seri con inagibilità temporanea; le case segnate con la E hanno danni strutturali e devono essere abbattute; le case F hanno una «inagibilità indotta»: vuol dire che potrebbero essere abitate ma stanno vicino ad altri edifici a rischio crollo (come dicevamo, è un caso frequente nel centro storico). C’era anche la D, ma segnava i giudizi sospesi: non ce ne sono più.

Nel centro storico è scoppiata la protesta. Prima quella del popolo delle chiavi, che voleva la riapertura della zona rossa. Poi quella del popolo delle carriole, che ha cominciato sua sponte a rimuovere le macerie. Ci si lamenta perché la ricostruzione è ferma. E’ un disagio profondo e reale: ma quanto diffuso? «Siamo passati da qualche migliaio ai 700 rilevati l’ultima volta dalla questura», dice il prefetto Gabrielli. Ma non è questione di numeri: «E’ che come al solito l’Italia si divide in due curve di ultras, c’è chi dice che è stato fatto tutto e chi dice che non è stato fatto niente. Io rivendico il diritto a una via di mezzo e dico: molto è stato fatto, moltissimo resta da fare». Non bisogna snobbare la protesta, dice il prefetto, ma bisogna anche riconoscere che «è stato fatto uno sforzo eccezionale per sistemare al più presto i senza casa». Ma non solo quelli: «E i 1600 ragazzi che sono stati rimessi a scuola entro il 5 ottobre, con la realizzazione di 32 strutture prefabbricate e la messa in sicurezza di 59 edifici lesionati? I signori delle carriole non dicono nulla su questo? Oggi le scuole dell’Aquilano sono fra le più a norma d’Italia: lo sa che prima del terremoto molte non avevano neanche l’impianto elettrico in regola? Anzi, lo sa che molte scuole non risultavano neppure al Catasto? Si vuol far credere che qui, prima del 6 aprile 2009, fosse tutto un paradiso. La verità è che questa zona non deve ri-partire: deve partire, perché per molte cose era già ferma».

Per Gabrielli ci vorranno cinque anni per avere «un ritorno significativo di vita nel centro». Il problema delle macerie è di difficile soluzione perché «non è materiale che si possa tirare su con il caterpillar: c’è di tutto, amianto compreso». Ci sono anche pietre che non possono essere buttate: «L’Aquila è, con Arezzo, la città più vincolata d’Italia; e il quinto centro d’arte del Paese». La ricostruzione deve far marciare insieme il rispetto di questa storia con le norme antisismiche. Ma c’è un’altra ricostruzione ancora più urgente. Il terremoto ha ammazzato un’economia che già aveva qualche problema. Un dato: nel bimestre maggio-giugno del 2008 in provincia dell’Aquila le ore di cassa integrazione furono 800 mila. Nello stesso bimestre maggio-giugno del 2009, cioè subito dopo il terremoto, sono diventate sette milioni e mezzo. E i commercianti, gli artigiani, le partite Iva non hanno neppure la cassa integrazione. Anche per questo, non solo per le macerie, L’Aquila è in ginocchio.

[ 1-continua]

Ritornare a casa: Il fragile sogno degli eterni sfollati

Michele Brambilla – La Stampa, 22 marzo 2010

Mentre stiamo per suonare ai campanelli delle casette antisismiche dove vivono gli sfollati, ci viene in mente una battuta di Eugenio Montale: «Sarei contento se istituissero l’undicesimo comandamento: non seccare il prossimo». Con quale faccia andiamo a chiedere a un terremotato come sta? Eppure gli aquilani confermano nei fatti ciò che si dice di loro: gente fiera e gentile, sa soffrire con dignità e non mette alla porta nessuno.

La signora Marilena Ascaride vive con il marito e i due figli di 13 e 9 anni nell’appartamento numero 7 di Coppito 2. Racconta la sua storia: «Abitavamo qui vicino, nel complesso il Moro delle case Ater, che sono le case popolari dell’Aquila. Era una bella casa, pagavo 500 euro al mese di affitto. Adesso è catalogata con la lettera E: vuol dire che è una delle più danneggiate. Ci hanno mandati in albergo a Tortoreto, i miei genitori sono ancora lì. Noi dal 29 gennaio siamo qui. Com’è? La tv fa vedere che è tutto a posto e tutto bello, ma qui non è bello niente».

Come quasi tutti gli aquilani passa subito al tu: «Che cosa ti devo dire? Qui non pago nulla, ma non si sa fino a quando. Ci sono ancora scosse, quasi tutti i giorni: si sentono tanto perché la casa è fatta apposta per oscillare e non crollare. Per carità di Dio: ho due bagni, gli arredi sono più che dignitosi, c’è perfino il videocitofono. Ma non sono a casa mia. Vedi, il governo e la tv hanno dato un’immagine di efficienza e di rapidità. Ma la gente non la percepisce così. Forse hanno voluto fare troppo in fretta, forse era meglio darci una sistemazione più economica e provvisoria e cominciare a ricostruire le case danneggiate. Chi abitava in centro dovrà restare qui almeno dieci anni». Le chiediamo come campa: «I miei figli vanno a scuola all’Aquila. Io faccio la parrucchiera e avevo un negozio in centro: distrutto. Adesso ho riaperto a Pettino. La gente viene a rifarsi i capelli? Sì, un po’ di vita sta riprendendo. Ma la sicurezza dello stipendio non te la dà più nessuno».

Coppito è una frazione dell’Aquila. C’è un piccolo centro storico. A un paio di chilometri il governo ha realizzato Coppito 2 e Coppito 3, e subito si è ironizzato: «Berlusconi torna agli inizi, quando fece Milano 2 e Milano 3». Siccome in Italia ormai su ogni questione si ragiona per schieramenti, c’è chi ha esaltato queste C.A.S.E. (complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) come un miracolo di san Silvio e chi l’ha buttata in burletta, parlando di casette di Biancaneve e di piazzata propagandistica. A vederle, dentro e fuori, a noi vien da dire semplicemente questo: sono case certamente fatte in fretta e di incerta resistenza nel tempo, ma sicuramente sono infinitamente meglio dei container, delle casette di legno e di tutte le altre sistemazioni solitamente adottate per un dopo terremoto. Sono palazzine di due piani, costruite su piastre sorrette da piloni, diciamo così, «elastici»: come palaffitte insomma, e gli esperti assicurano che resisteranno a qualsiasi scossa. Costruite in diciannove aree diverse, hanno garantito a 13.408 persone di passare un inverno al caldo e senza paure.

Non tutti hanno condiviso: c’è chi pensa che la costruzione di queste case, e la loro consegna-lampo, abbiano portato via troppo tempo e troppe risorse, così da rinviare una ricostruzione che poteva essere già avviata: «Forse si potevano consegnare alloggi più provvisori, forse con più casette di legno e meno case in muratura si poteva velocizzare l’intervento nei centri storici. Ma penso che non si potesse fare altrimenti: dare un tetto è stata considerata un’emergenza prioritaria rispetto alla rimozione delle macerie. E poi queste C.A.S.E. resteranno nel patrimonio del territorio», dice la presidente della provincia Stefania Pezzopane, del Pd. Il disagio non è dovuto alla qualità delle case, che è più che buona, ma ad altro: «L’Aquilano – dice ancora Stefania Pezzopane – ha la caratteristica di essere una terra antica con un forte radicamento della popolazione. Nel momento in cui il terremoto espelle la gente dal territorio in cui vive, si creano problemi di identità. La gente vive accanto a persone che non conosce, si sente sradicata».

«Ringraziando Iddio non ci possiamo lamentare»: è la frase ricorrente fra gli abitanti delle C.A.S.E. Distinguono il dolore dalla lamentela. Soffrono per essere sradicati, ma sono consapevoli che ad altri è andata peggio. «Io sono di centro sinistra – ci dice un pensionato che chiede di non pubblicare il nome – ma devo riconoscere che il governo ha agito meglio di quanto sia stato fatto in passato, con altri terremoti. Poi però ha rallentato. L’impressione è che Berlusconi abbia agito da imprenditore: ha fatto tanto e subito, poi ha un po’ tralasciato».

La nuova casa di Maddalena Colaianni, a Coppito 2, dentro è ancora più bella della prima che abbiamo visto. Per dire: parquet e soffitto in legno. Due stanze: ci vivono quattro persone. Lei, suo fratello e i suoi genitori. Papà è molto malato: «E tremo al pensiero di dover chiamare un’ambulanza di notte: qua attorno non hanno ancora asfaltato. Ringraziando Iddio stiamo bene, però… Per carità, noi ringraziamo il governo. Ma vogliamo tornare a casa. Abbiamo l’impressione che i lavori siano fermi». Sono arrivati qui in un giorno speciale: era il 25 dicembre.

Non ci hanno detto quanto dobbiamo restare. Sappiamo che almeno per diciotto mesi non dobbiamo pagare l’affitto. Le bollette invece sì, ed è giusto». Racconta che nemmeno una tragedia collettiva come un terremoto ferma i disonesti e gli approfittatori: «C’è gente che si è fatta dare la casa e ha cercato di subaffittarla perché aveva un’altra sistemazione propria. Per fortuna li hanno beccati». Brutte storie di una guerra fra poveri. «E’ stato – ci dice Maddalena – un periodo triste».

A poche decine di metri ci sono, ricostruiti a tempo di record, due edifici importanti. Uno è la Curia: la notte del 6 aprile anche il vescovo era rimasto senza tetto. L’altro è un edificio diventato simbolo non solo della tragedia, ma anche dello scandalo delle costruzioni sciagurate: la casa dello studente. L’hanno ricostruita in novanta giorni. Si chiama Residenza Universitaria San Carlo Borromeo perché viene dalla regione Lombardia. Ha 120 posti letto, stanze doppie con bagno, sale studio, pannelli solari e ovviamente è antisismica. Sembra un residence di montagna, in legno chiaro. «E’ stato fatto davvero un lavoro eccellente», dice la signora che gestisce, Roberta Carvelli. E ci pare vero. Questa resterà: non è una soluzione provvisoria. Come invece lo sono le «case di Berlusconi», che probabilmente rimarranno alla storia come il miglior intervento di un governo italiano per far fronte a un’emergenza. Ma la gente che ci vive ha un solo pensiero: tornare a casa. Ci vorrà, crediamo, molto tempo.

(2 – continua)

Paradosso l’Aquila: «Puntellati anche edifici che saranno demoliti»

Jolanda Bufalini – l’Unità, 22 marzo 2010

Il presidente commissario Chiodi alla testa delle carriole è sembrato veramente troppo ai cariolanti che hanno dato vita alla protesta delle macerie, «Non ci piace essere strumentalizzati», dice Giusi Pittari, docente universitaria. L’Aquila, ore 9 e 30, quarta domenica di protesta e di lavoro. Quinta, se si conta la mattina in cui gli sfollati hanno appeso le chiavi delle loro case alle transenne che delimitano la zona rossa. Scope, pale e carriole ma a piazza Duomo sono ancora pochi i “lillipuziani” che hanno deciso di riappropiarsi della città con i loro mezzi antichi e poveri. È presto e, soprattutto, nella confusione del movimento spontaneo, molti erano al Castello, all’altro limite del centro storico: anche dal Castello gli aquilano sono entrati nella zona rossa, per portare nelle loro piazze, insieme ai bambini, fiori e palloncini colorati. Gianni Chiodi invita ad andare nella prima piazza liberata con l’aiuto di esercito e vigili del fuoco. Si forma il corteo ma decide di svoltare a destra, nel cuore più devastato della città: piazza dei nove martiri. È in condizioni disperanti, non ci sono solo macerie, da spalare c’è tanta immondizia e plastica abbandonata. Pranzo in piazza e “spazi aperti”: circa 400 persone si sono divise in dieci gruppi di lavoro.

È la tecnica della “Semi open space technology” per cercare di garantire al movimento partecipazione e capacità di decisione. Non si passa nei vicoli ingombrati dai puntelli e non si entra nei palazzi puntellati fitti fitti. Dentro, imprigionati, rimangono gli oggetti da recuperare, le macerie lasciate lì dalle ditte di demolizione o quelle causate dai crolli. Ci ha fatto i conti Claudio Persio, funzionario dell’università al patrimonio, che da mesi recupera al rettorato, nella facoltà di lettere, in quella di medicina interna a San Sisto, archivi e libri, computer e oggetti. «La vita delle persone è nelle carte», pensa Persio. E con le carte recuperate, per esempio, si è potuta ricostruire la carriera del personale docente e non docente che doveva andare in pensione. Però ci sono posti dove non si riesce a passare «e io, che sono un montanaro del soccorso alpino, ti assicuro che mi muovo bene». Ci ha fatto i conti anche Giuseppe Sordini, restauratore, quando è entrato a palazzo Dragonetti per cercare di recuperare dei mobili su incarico della famiglia.

Quelle prigioni di ferro sono molto costose: il prezzo si calcola a 28-30 euro a nodo e i nodi sono moltissimi, lungo le facciate dei grandi edifici. Ma non sempre sono utili, perché, spiega Antonio Gasbarrini, «hanno puntellato pure edifici da demolire» e possono anche essere «pericolosi- ragiona Alberto Aleandri, imprenditore - perché possono rovinare lo stabile, se sono messi senza criterio». Ci sono paesi, racconta Mauro Zaffiri, «dove si puntellano anche le baracche, perché i sindaci non si assumono la responsabilità di demolire. Ma arrivi al paradosso di puntellare una stalla che vale 5000 euro mentre la puntellatura ne costa 20.000» «Hanno fatto - spiega l’architetto Antonio Perrotti - grandi operazioni specifiche settorializzate: il progetto CASE, le demolizioni, i puntellamenti. Invece, nella ricostruzione si dovrebbe operare in modo congiunto, come è stato fatto in Umbria: liberi il fabbricato dalle macerie all’esterno poi puntelli per poter entrare, valuti la situazione..». E invece? «Invece tutti i sindaci prendono ditte a chiamata diretta, pagano a consuntivo, i controlli sono superficiali, manca il coordinamento tecnico e il progetto lo fa la ditta». Il risultato? «Ci sono troppi nodi e troppi tubi, sono puntellamenti sovradimensionati e, alla fine, temo che costeranno più del progetto CASE».

E anche spuntellare sarà difficoltoso e questa «è un’arma di ricatto che hanno le ditte verso le amministrazioni, poiché la ditta che li ha messi sarà l’unica a sapere dove metter le mani». Le tirantaure, spiega Perotti, «sono messe spesso in modo opinabile e non definitivo, perché è chiaro che se una catena passa attraverso porte e finestre dovrà essere tolta, mentre poteva essere sistemata lungo i muri di spina in modo da poterla lasciare anche dopo». Perotti ha lavorato a San Demetrio nella commissione allargata sulle demolizioni: «Facevamo una valutazione dello stato di consistenza e poi si procedeva a una demolizione mirata. Ora non c’è nessuna valutazione, si appalta tutto a esterni, non c’è una verifica di costi- benefici». Un anno è andato perso per il centro storico dell’Aquila. e anche per gli altri piccoli centri, dalla storia millenaria che fanno da corolla al nucleo principale, da Paganica a Tempera, a Camarda, Pile e tanti altri. Solo dalprimo febbraio si è costituita l’unità di missione che dovrebbe guidare la ricostruzione. Costituita però, solo formalmente, perché dovrebbe essere composta di trenta persone e ce ne sono solo otto, compreso l’autista. È ospite degli uffici della Regione Abruzzo a Roma in un paio di stanze e, già gli otto reclutati, ci stanno stretti. Gaetano Fontana, che guida l’unità di missione, ha presentato le linee guida per la ricostruzione, non ancora ufficializzate. Ma obiettano dal collettivo 99, formato da architetti, ingegneri, sociologi antropologi, «non c’è un’idea se non quella di riparare ciò che è andato distrutto, mentre abbiamo bisogno di progetti che facciano tornare a vivere la città».

Collettivo 99: «Senza un’idea di città i giovani andranno via»

Intervista di Jolanda Bufalini a Marco Morando – l’Unità, 22 marzo 2010

Incontriamo Marco Morante vicino all’Agip, poco distante dallo svincolo autostradale. È così che ci si trova nella città terremotata, non ai portici, come si faceva una volta, nel cuore antico ed elegante del centro. Di fronte c’è ancora un grande spazio verde. Ma per poco perché è già cominciata la costruzione della mensa dei poveri e di una chiesa. Ultimo «gesto muscolare» di Bertolaso in favore della curia. Marco Morante è uno degli animatori del Collettivo 99, giovani architetti, ingegneri, antropologi, sociologi che si sono riuniti subito dopo il terremoto per elaborare proposte che abbiano la forza di dare una prospettiva alla città. «La scelta di costruire qui - dice - è un brutto segno. Non per quello che si costruisce, la mensa dei Celestini, ma perché questo è un punto strategico della città. Di questo era convinto anche il sindaco, qui doveva venire verde pubblico e altri servizi».

C’è un elemento esistenziale importante nell’impegno di questi giovani professionisti: «Abbiamo elaborato delle proposte e le abbiamo inviate al sindaco Cialente, all’architetto Fontana, anche perché o si lavora intorno a delle idee, a un progetto che tutti possano seguire e controllare anno per anno, oppure che senso ha restare a l’Aquila». Resterà, pensa Marco, «solo chi non può far altro». Loro, intanto, del Collettivo 99, hanno messo in piedi collaborazioni con le università e le facoltà di architettura di Parigi, Venezia, Firenze, Cesena, il Politecnico di Milano, Pescara. L’idea è quella di una«riconversione sostenibile, sul piano ambientale, energetico, sociale». L’Aquila, spiega Marco Morante, era, urbanisticamente, un unicum. Il nucleo intorno al Castello era il punto di riferimento per la corana dei piccoli centri. Con il progetto CASE hanno negato questo suo ruolo. Ora si vende a Fintecna e la prospettiva è una Disneyland.

L’Aquila, scontro dopo le accuse del vescovo

Giuseppe Caporale – la Repubblica, 22 marzo 2010

«L’Aquila muore se continua ad essere lasciata sola...». Il grido d’allarme (lanciato ieri dalle colonne di Repubblica) del vescovo ausiliare dell’arcidiocesi dell’Aquila, Giovanni D’Ercole, irrompe nel dibattito sulla ricostruzione post-sisma, proprio nella quinta domenica di protesta del popolo della carriole, e a due settimane dall’anniversario della tragedia del 6 aprile. «Le macerie sono ancora a terra - aveva detto il presule nell’intervista - la gente costretta a vivere lontana dalle loro case è giustamente esasperata: non si può far più finta di niente».

E, ieri, a fargli da eco sono arrivate le dichiarazioni del sindaco delll’Aquila, Massimo Cialente: «Siamo sull’orlo della bancarotta, il governo deve intervenire. La sospensione delle tasse che abbiamo avuto dal primo gennaio al 30 giugno attualmente non ha copertura finanziaria per 463 milioni di euro». Per il deputato abruzzese del Pd Giovanni Lolli «la ricostruzione del centro storico de L’Aquila e degli altri paesi non può essere lasciata nelle mani delle amministrazioni comunali: è un problema dello Stato». Lolli ha ricordato, poi, che il ministro Bondi, rispondendo a una sua interrogazione, ha fatto sapere che «solo per 12 monumenti sono stati raccolti pochi spiccioli, mentre i beni monumentali sono 1.700 nelle zone terremotate. Solo scelte forti da parte dello Stato possono rispondere a problemi come quelli che abbiamo a L’Aquila. In mancanza di queste, continueremo a sentirci abbandonati e a protestare».

Sulle parole di D´Ercole (l’uomo che il Vaticano ha inviato a L’Aquila per affiancare il vescovo locale nella ricostruzione delle chiese distrutte dal sisma) è intervenuto anche il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri. Spostando però l’oggetto della polemica: «Ha ragione il vescovo quando sottolinea la gravità dei ritardi delle amministrazioni locali a L’Aquila. L’ho sentito telefonicamente e ho raccolto il grido di dolore perché, mentre l’intervento nazionale è stato tempestivo ed efficace, le amministrazioni locali appaiono inerti». Per Gasparri, «l’azione dell’esecutivo ha dovuto colmare anche in questi giorni le inefficienze di chi, sul posto, organizza manifestazioni invece di dare un contributo fattivo all’opera di ricostruzione». Dichiarazioni «gravissime, scorrette e ingiuste» le ha subito bollate il sindaco Cialente.

Per il senatore Stefano Pedica, Idv, «il grido lanciato da monsignor D’Ercole coinvolge tutta la società civile italiana, e non può essere ignorato dal mondo politico italiano senza distinzione di colore». A smorzare la polemica è intervenuta la Curia dell’Aquila: «Dispiace - si legge in una nota - che un’intervista rilasciata per mettere in luce l’impegno dei cittadini aquilani, desiderosi di ricostruire la propria città, sia stata presentata come un atto di protesta. Le difficoltà ci sono ma per un pastore quale è monsignor D’Ercole è chiaro come sia prioritario non arrabbiarsi ma promuovere il dialogo e far sì che tutte le forze (cittadini e istituzioni) siano coinvolte per il bene di tutti».

Intanto, piazza Palazzo, zona simbolo del centro storico dell’Aquila, dopo due giorni di lavoro da parte dell’esercito, è stata completamente liberata dalle macerie. Le carriole ieri hanno lavorato in piazza Nove Martiri. Per tutta la giornata i manifestanti hanno lavorato alla rimozione dei detriti, ma non solo. Per festeggiare il primo giorno di primavera migliaia di persone hanno affollato le vie principali della città, colorando strade e piazze con fiori e palloncini.

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