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Maria Pia Guermandi
L’Aquila, 5 maggio 2013
8 Maggio 2013
Maria Pia Guermandi
Domenica scorsa, centinaia di storici dell’arte, architetti, archeologi, operatori a vario titolo dei beni culturali si sono ritrovati a L’Aquila >>>
Domenica scorsa, centinaia di storici dell’arte, architetti, archeologi, operatori a vario titolo dei beni culturali si sono ritrovati a L’Aquila >>>
Domenica scorsa, centinaia di storici dell’arte, architetti, archeologi, operatori a vario titolo dei beni culturali si sono ritrovati a L’Aquila per testimoniare attraverso un percorso lungo le strade abbandonate del centro storico e un incontro nella chiesa di San Giuseppe artigiano, una delle poche agibili in centro, che il problema della ricostruzione della città abruzzese è un problema di tutto il paese. L’iniziativa, nata da un’idea di Tomaso Montanari e da lui organizzata con appassionata tenacia, assieme soprattutto a Santa Nastro, ha conosciuto molti momenti di grande intensità e si è conclusa con l’orazione civile di Salvatore Settis che, rileggendo le vicende aquilane, a partire dalla costruzione delle new towns, vera e propria antitesi del concetto di città, ancora una volta ha additato nella nostra Costituzione il baluardo della cultura della tutela, fattore essenziale di aggregazione civile.

E’ un percorso, quello nel centro storico, che dovrebbe essere reso obbligatorio a tutti i nostri rappresentanti politici e ai giornalisti: a quattro anni dal sisma, L’Aquila è una città deserta e abbandonata. Le migliaia di impalcature che la rivestono, ossessivamente, implacabilmente, sono ancora là, più che a proteggere, a congelare in un abbraccio che si è fatto mortale. I timidi segnali di ripresa che consistono in qualche cantiere di restauro attivato negli ultimi mesi, sono ancora ben lontani dall’aver raggiunto una massa critica tale da innescare un processo virtuoso di rinascita.

D’altronde lo stesso sindaco Cialente, il giorno seguente, restituendo la fascia tricolore, ha scritto, al Capo dello Stato: «Ieri, 5 maggio, mille storici dell’arte italiani, si sono incontrati a L’Aquila per denunciare lo stato di abbandono del centro storico ed il fallimento della ricostruzione. Mi sono sentito mortificato come Sindaco, mortificato di dover mostrare ancora le nostre piaghe».

Al primo cittadino, come a tutta la classe politica locale, possono, in realtà, essere imputate molte responsabilità, ma è soprattutto sulle cause di questo fallimento che è opportuno interrogarsi.
Per quanto riguarda la ricostruzione del centro storico, certamente, uno dei problemi principali è quello dei soldi, che mancano, per i restauri e le ricostruzioni.
Ma forse ancora più grave è l’incapacità dimostrata sino a questo momento dagli organi di tutela di imporre politicamente la ricostruzione del centro storico – uno dei più importanti, dal punto di vista monumentale, in Italia - come l’elemento guida per la rinascita della città.

Così si è lasciato spazio e risorse all’esperimento delle new towns, prima, e recentemente si sono sostenute le avventurose affermazioni del documento OCSE che in sostanza ammette, con qualche restrizione di facciata (in senso anche letterale), ogni genere di trasformazione per il tessuto edilizio non monumentale.

E’ il ribaltamento di quanto la Carta di Gubbio, nel 1960, aveva affermato, ovvero sia il “carattere unitariamente monumentale dei centri storici”, all’interno del quale non esistono trasformazioni fra monumenti di pregio ed edilizia minore e per questo l’unica modalità d’intervento consentita è il restauro. Il centro storico non può essere perciò il luogo dove si realizzano nuove architetture (come si è fatto invece con l’Auditorium di Renzo Piano). Le nuove architetture sono destinate, come ci aveva insegnato Cederna fin da I vandali in casa, a riqualificare la periferia, anche a L’Aquila di pessima qualità edilizia ed architettonica.

Leonardo Benevolo ha recentemente definito la pratica del restauro conservativo nei centri storici come il più importante contributo della scuola italiana all’urbanistica del Novecento: questa lezione ha fatto scuola in Europa, ed è ormai un’acquisizione consolidata.

Non in Italia, dove, al contrario, viene continuamente rimessa in discussione in nome della “modernità”. E’ di queste ultime settimane lo slogan “dov’era, ma non com’era” che in sostanza oppone alla pratica del restauro filologico il 'progetto' del nuovo, come soluzione per la ricostruzione posterremoto di centri storici e monumenti in Emilia.

Quest’ossimoro della ricostruzione senza restauro è purtroppo appoggiato dalla stessa Direzione Regionale dell’Emilia Romagna, l’organo del Mibac che coordina le operazioni per quanto riguarda l’insieme del patrimonio culturale, che pare favorevole a consentire che molti dei monumenti danneggiati dal sisma di un anno fa, soprattutto se gravemente danneggiati, possano essere ricostruiti con forme e tecniche del tutto differenti da quelle precedenti.

Il caso emiliano rischia di non essere isolato: ancora qualche anno, forse qualche mese e gran parte degli edifici del centro storico aquilano non potranno più essere recuperati se non con operazioni di consolidamento e restauro costosissime, troppo costose per non far riemergere la tentazione del “dov’era, ma non com’era”.

La ricostruzione e rinascita del centro storico aquilano, non è solo una questione culturale nel senso settoriale del termine; come è stato ribadito da Vezio De Lucia nel convegno del 5 aprile, il centro storico deve tornare ad essere il perno territoriale per contrastare la tendenza dell’Aquila allo sparpagliamento e alla dissipazione del territorio, tendenza esplosa con le new towns e che rischia di trasformare L’Aquila in una sterminata periferia, per di più priva di servizi.

Anche per questo, come hanno scritto sui loro cartelli i tantissimi studenti di storia dell’arte presenti alla manifestazione del 5 maggio “non c’è più tempo per aspettare domani”.

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