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Jolanda Bufalini
La verità dell’Aquila «Corteo pacifico Manganellate sulle persone inermi»
15 Luglio 2010
Terremoto all'Aquila
Documentatamente smentite le menzogne del regime sulla manifestazione bastonata. L’Unità, 15 luglio 2010

«Non permettiamo a nessuno di dire che siamo strumentalizzati». Conferenza stampa a Roma dei comitati cittadini aquilani: «La nostra città sta morendo e questo vale per tutti, a destra, a sinistra, al centro».

Nei filmati si vedono i sindaci, il sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente, altri sindaci con la fascia tricolore, i vigili urbani con i gonfaloni, schiacciati, strattonati. Si vedono persone anziane, in particolare uno, con la paglietta sulla testa, che batte le mani ironicamente. Si vedono tanti ragazzi e ragazze giovanissimi con gli zainetti sulle spalle. Tutti a viso scoperto, tutti con le mani nude alzate. Poi la sorpresa, quando arrivano le manganellate: «Che c.. fate?». Si vedono i due ragazzi inermi a cui le manganellate hanno spaccato la testa e i giornalisti a cui viene impedito di lavorare. Sono centinaia i filmati prodotti dai comitati, da giornalisti e dalla Digos. Nessuno dei manifestanti del 7 luglio a Roma ha compiuto atti aggressivi. È una cosa dimostrata indirettamente dai nomi degli stessi denunciati: un romano, reo di aver prestato ai manifestanti aquilani il furgoncino su cui sono stati piazzati i megafoni, un aquilano che è quello che ha firmato la richiesta di autorizzazione.

Nella sala del mappamondo della Camera dei Deutati sono tre donne, dalle storie diverse, a raccontare ai giornalisti e ai deputati presenti, da Bruno Tabacci a Paola Concia, da Giovanni Lolli a Mantini, la «verità dei fatti». Sara Vegni, portavoce del centro sociale 3 e 32, Anna Lucia Bonanni, insegnante, Giusi Pitari, prorettore dell’università dell’Aquila.

SCORTATI

«I nostri 43 pullman, a cui si sono aggiunti gli aquilani in macchina e quelli che hanno utilizzato i mezzi pubblici, sono stati scortati dai mezzi della Questura de l’Aquila fino alla barriera di Roma est. A quel punto siamo stati accompagnati dai mezzi della questura di Roma, facendo un itinerario lunghissimo. Così siamo approdati a Roma, a piazza Venezia, dove abbiamo trovato polizia e carabinieri in assetto antisommossa». Comincia così il racconto collettivo che prosegue: «I non aquilani che sono venuti alla manifestazione sono persone che conosciamo, che sono stati con noi, per solidarietà, fin dal 6 aprile 2009. Non permettiamo a nessuno di dire che siamo stati strumentalizzati». Strumentale è, invece, fare di tutto per oscurare le nostre ragioni: «Il miracolo a l’Aquila non c’è stato. L’unico miracolo aquilano siamo noi che resistiamo in una città che non c’è più. Non c’è più nella zona rossa del centro storico ma non c’è più nemmeno nelle periferie, dove i pochi che resistono vivono senza servizi e senza negozi».

Una città che non esiste più né «per la destra, né per il centro, né per la sinistra», è per questo «che il nostro corteo voleva raggiungere il Senato e palazzo Chigi». I palazzi del potere, non la «residenza privata di palazzo Grazioli. Via del Plebiscito era per noi, in un corteo dove c’erano anziani, la via più breve per raggiungere il Senato».

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