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Luigi Bobbio
La svolta di Castelfalfi
14 Febbraio 2008
Toscana
Prosegue, con questo intervento dell’autore di La democrazia non abita a Gordio, il dibattito sulla partecipazione a Castelfalfi e altrove

Provo anch’io a intervenire nell’importante discussione che Eddyburg sta ospitando a proposito di Calstelfalfi. Qui si è verificata la prima applicazione di un metodo – il “dibattito pubblico” sui grandi interventi – che è stato poi esplicitamente previsto dalla legge toscana sulla partecipazione, approvata un mese fa. Ciò significa, che dopo questa esperienza pionieristica, ce ne saranno altre, probabilmente molte altre. E’ quindi importante capire che cosa possiamo aspettarci da un approccio di questo genere. Se pensiamo di poterlo migliorare, correggendo alcuni dei limiti che sono stati denunciati. O se è meglio buttarlo via e impegnarci a lavorare su altri fronti.

I critici del dibattito pubblico di Castelfafi dovrebbero riconoscere (e qualcuno di loro, a dire il vero, lo ha fatto) che si tratta di un’innovazione per lo meno inconsueta nel modo di procedere delle amministrazioni pubbliche italiane. Di solito, in casi simili, i progetti vengono tenuti segreti, la negoziazione tra amministrazione e l’impresa promotrice si svolge dietro le quinte. Si cerca di mettere l’opinione pubblica di fronte al fatto compiuto. Poi magari qualche intellettuale (con o senza villa) se ne accorge, denuncia il fatto sui giornali e chiede a gran voce un intervento dall’alto, che qualche volta arriva e spesso no. La polemica si svolge in alte sfere, molto distanti dal contesto locale.

A Montaione si è proceduto in tutt’altro modo. Le carte sono state messe a disposizione dei cittadini. Si è aperto uno spazio pubblico strutturato in cui è stato possibile affrontare tutti gli aspetti fondamentali della questione. I promotori immobiliari sono usciti dall’ombra in cui solitamente si rifugiano e sono stati costretti a interloquire con i partecipanti. L’equilibrio dell’informazione e la parità nell’accesso sono state garantite da un soggetto super partes. Gli incontri sono stati straordinariamente ricchi e affollati. Per capire la portata della svolta basterebbe leggere attentamente – ho l’impressione che non tutti i critici l’abbiano fatto – il documento conclusivo del garante. E’ raro che un confronto pubblico venga registrato con tale completezza, trasparenza e chiarezza. Anche sul piano linguistico, il rapporto non si nasconde dietro il gergo burocratico-ufficiale che affatica i documenti istituzionali e purtroppo spesso anche quelli degli oppositori. E’ un modo – prezioso e inusuale – di restituire con onestà (e anche con un pizzico di passione) i variegati termini della questione così come sono emersi dai partecipanti con un profondo rispetto per le loro posizioni e senza quella supponenza intellettuale che spesso appesantisce i nostri scritti.

Quello che i critici obiettano è, però, che il dibattito di Castelfafi ha finito per avallare lo “sfregio”, ossia l’intervento della Tui sull’antico borgo, limitandosi a porre qualche paletto. E, se l’esito è stato deludente, ci deve essere qualcosa che non va nel metodo. Mi pare che le critiche fondamentali siano tre. Innanzi tutto, Sandro Roggio nota che l’avvio del dibattito non è stato equilibrato: nella prima assemblea si è dato tutto lo spazio ai promotori e nessuno ai loro critici. Se questo è accaduto, si tratta di un difetto rimediabile. I débats publics francesi, a cui l’esperienza di Castelfafi si è ispirata, sono preceduti da un accurata individuazione di tutti i possibili stakeholders (associazioni, comitati, istituzioni, singoli cittadini ecc.) a cui viene chiesto di esprimere il proprio punto di vista che viene diffuso dagli organizzatori, con la medesima veste tipografica, in appositi cahiers d’acteurs. Tanto per fare un esempio, nel dibattito sulla linea del TGV Marsiglia-Nizza ne sono stati pubblicati una trentina, che affrontavano il problema sotto le più diverse angolature. E, ovviamente, gli stessi attori sono stati anche i protagonisti (non gli unici) della successiva discussione. A Castelfafi questo non è stato fatto, ma si potrebbe fare nei prossimi dibattiti. Chiedo a Roggio: lo considererebbe un passo avanti?

La seconda critica, più radicale, è quella di Alberto Magnaghi. Egli obietta che il dibattito di Castelfafi si è limitato a riflettere il livello di coscienza attuale degli abitanti di Montaione. Ma – egli osserva - le popolazioni locali sono formate da “individui la cui cittadinanza implode nella loro figura di consumatori”. Sono “bombardati dalle pubblicità televisive”. Coltivano “immaginari eterodiretti”. E si chiede pertanto: “sono questi [immaginari] che dobbiamo ‘ascoltare’ o abbiamo la responsabilità di fornire agli abitanti di un luogo strumenti che li aiutino a cambiare la loro posizione di sudditanza culturale e alienazione?” Probabilmente anche l’amministratore delegato della Tui pensa, specularmene, la stessa cosa degli abitanti di Montatone e si chiede: “ma perché questi cittadini invece di badare ai loro concreti interessi immediati, si lasciano trascinare da immaginari utopici e ci mettono i bastoni fra le ruote?”. Quali sono i veri interessi degli abitanti di Montatone? quelli di lungo periodo e comunitari che immagina Magnaghi o quelli di breve periodo ed economici che immagina la Tui? O quelli – diciamo così intermedi – che molti abitanti in carne ed ossa cercano faticosamente di definire a partire dalle loro culture, delle loro esperienze e delle loro sensibilità? Questo è l’oggetto del contendere. E mi pare che l’apertura di uno spazio pubblico trasparente sia la cornice migliore perché la contesa possa svolgersi alla luce del sole e ad armi pari (o per lo meno non troppo dispari). In un quadro siffatto chi ha più filo, tesserà (di solito invece tesse chi ha più relazioni occulte e più potere). Non capisco insomma perché Magnaghi, nella sua veste di advocacy planner, non consideri questo contesto come il più favorevole alla sua battaglia pedagogica. Preferirebbe forse affrontare i cittadini senza contraddittorio? E, comunque, non si troverebbe anche lui di fronte a persone che hanno idee, speranze, visioni e immaginari diversi da quelli da lui auspicati?

La terza critica, sollevata da Edoardo Salzano e ripresa da Paolo Baldeschi, obietta che il paesaggio di Montaione non appartiene soltanto agli abitanti di Montaione e che sarebbe pertanto necessario un approccio che essi chiamano “interscalare”, ossia che tenga simultaneamente conto dei punti di vista che emergono da livelli territoriali di scala più ampia. Si tratta di un’esigenza giustissima, ma non è chiaro come possa essere realizzata. Salzano stesso riconosce che la Regione è, da questo punto di vista, un interlocutore inaffidabile. Ma allora chi sono gli interlocutori giusti su scala vasta? Ho l’impressione che Salzano (come del resto accade spesso ai protezionisti) si affidi troppo alla forza delle leggi: “bisognerebbe – egli scrive - che le scelte della Regione Toscana fossero fedeli alla lettera e allo spirito del Codice del paesaggio”. Bisognerebbe, certo, ma se non lo è? Non credo del resto che i vincoli dall’alto imposti su popolazioni riottose siano la risposta migliore. Ha quindi un senso che il dibattito – com’è stato a fatto a Castelfafi – sia centrato sul contesto locale. Esso dovrebbe essere però aperto anche a soggetti sovralocali. A questo servono i cahiers d’acteurs del dibattito pubblico francese. E per lo stesso motivo a Castelfafi sono stati invitati anche i rappresentanti di associazioni come Legambiente e Italia nostra. Alcuni hanno partecipato altri no. Si potevano estendere gli inviti anche ad altri soggetti (che forse sarebbero venuti e forse no). Insomma questa non mi pare un’obiezione al metodo, che in parte ha già funzionato e che potrebbe facilmente essere migliorato. Il dibattito pubblico è un’arena aperta. Tutto dipende se i giocatori hanno voglia e interesse a giocare. Nulla è precluso a priori.

In realtà la tutela e la valorizzazione del paesaggio, così come la intendono Salzano, Magnaghi e gli altri critici, è un’impresa decisamente ardua. E’ una battaglia in cui è facile perdere. In questo quadro, la vicenda di Castelfafi non mi pare delle più miserevoli. Certamente l’apertura di un dibattito pubblico non è la panacea (mi sembra che in questo campo ce ne siano ben poche). E’ un’opportunità, nuova e inconsueta. E’ un’arena che offre possibilità inedite per tutti. E, nel caso di Castelfafi, il risultato non è proprio da buttare via. E’ probabile che il dibattito abbia aumentato il potere contrattuale dell’amministrazione comunale nei confronti della Tui; ed abbia rafforzato i legami tra i cittadini. Se questo vi pare poco, diteci per favore come si farebbe ad avere di più.

Postilla

In una democrazia malata il conflitto tra partecipazione e tutela (tra i diritti dei presenti e del "locale" e i diritti dei futuri e dell'"universale") è parte della nostra riflessione quotidiana. Solo una discussione serena, quale quella alla quale Bobbio fornisce un interessante contributo, può aiutare a convertire il conflitto in dialettica e a cercare la sintesi.

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