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Roberto Roversi
Là sulla collina batte il cuore di Bologna
13 Giugno 2006
Bologna
Atto d'amore per la sua città e insieme rigorosa denuncia. La sintesi più lucida e appassionata sulle vicende della collina bolognese è di un poeta. Da l'Unità, ed. Bologna, 10 giugno 2006 (m.p.g.)

Questo articolo è stato pubblicato ieri da «Il Domani di Bologna» Lo ripubblichiamo per gentile concessione.

A guardarla, oggi, giugno dell' anno 2006, e a camminarla, ad ascoltarla per la strada, per le strade, ove dà suoni infuriati e quasi costanti; insomma a viverla da cittadino ogni giorno, ogni ora del giorno e dell'anno, con le sue spesso drammatiche necessità vitali; oggi, ripeto, Bologna appare una città stravolta, perforata, bucata, scavata, martellata, intubata in ogni ambito, strade stradine stradone ponti cavalcavia, come sotto un bombardamento di confusione e di polvere. È anche, a volere dire tutto, costantemente impiastricciata in ogni dove: cassonetti, muri, colonne, serrande, vetrate, porte, sopra e sotto; scritture e segni grossi grevi che nulla hanno a che fare con le intemperanze lucidamente linguistiche di un tempo ormai dimenticato, perché allora erano spesso sospinte da una rabbiosa partecipazione d'amore, come se si scrivesse sul braccio o sulla spalla di una madre, non per maledirla o aggredirla ma per implorare alla fine di essere riconosciuti e abbracciati.

Questa città, unica finestra aperta sulla schiena d'Italia, è impietosamente spezzatacome ossa d'agnello fino dal medioevo, quando nelle strade scorreva il sangue e chi aveva il sopravvento abbatteva muri palazzi alberi torri della o delle famiglie nemiche e non aveva tregua se non quando arrivavano armigeri spietati da lontano i quali matavano i vinti; poi, volendo arrivare con un balzo rapido a toccare tempi più ravvicinati, appena acciuffata dai Savoia e incollata all'Italia, ha avuto abbattuto il cerchio delle mura (fra i più integri in Europa) e abbattute le torri (Bologna la turrita era chiamata) preservandone soltanto le ultime due, che adesso stanno lì incastrate nel pieno centro come due salami penzolanti in bottega; poi è stata maciullata nel corso della seconda guerra infernale; e, in seguito, sommersa da una alluvione cementizia, spesso per necessità, spesso per avidità, spesso per una sorta di delirio urbanistico, imperiale, da Bologna in Europa, Bologna nel mondo, quasi che potesse competere al centro con le grandi metropoli. Mentre è una città bella e solenne, appena un po' giocosa nonostante tutto; minuta e splendida ma troppe volte vilipesa dalla storia, dagli avvenimenti e dall'aridità degli uomini; perciò adesso va difesa, come è possibile, con le unghie e con i denti; va stretta al petto, tutelata in ogni modo e occasione come un animale infradiciato dalla pioggia e ritrovato dopo ricerche nel bosco. Con l'unico diritto di averla sempre partecipata in tanti anni di vita, si può esprimere la convinzione che la prima collina bolognese è l'ultimo baluardo ecologico, l'estrema trincea contro l'ingorgo respirativo, vitale per una città che è fra le più inquinate non solo d'Italia,ma d'Europa; che ha sessanta chilometri di portici, i quali, se da una parte rappresentano un vanitoso privilegio, da altra parte sono subdoli tutelatori di aria pestifera; con un traffico su ruote e sfugge a ogni realistico e rigido controllo, dato che non si riesce a renderlo compatibile neanche un po' con le strettoie delle sue vie principali.

Adesso poi, l'ho già accennato, ha più cantieri aperti di ogni altra città italiana. Cosa si può addossare ancora a questa intrepida ma conculcata Bologna?

Con la presunzione da parte dei poteri politici amministrativi, magari di farla più giovane, più agile, più scattante, sopra sotto ai lati, nello sprofondo delle sue viscere? Una frenesia che è data dalla contaminazione di questo tempo infuriato e spesso scriteriato nel suo scannamento delle cose e dal fatto che - non essendo più disponibili le idee forti e drammaticamente precise e individuabili di un tempo, alle quali collegare il carro dei pensieri o della vita - si tende a rivolgersi a processi, a programmi grandiosi di cui noi abbiamo avuto la torturante esemplificazione da ragazzini, quando si sventravano città e quartieri per la smanie imperiali dei padroni del vapore; per vederle dopo poco ridotte in polvere, in fumo, in cenere, in fuoco.

Bologna nel dopoguerra con un solo quinquennio di intermittenza, è sempre stata amministrata con rigore da una sinistra che era ammirata (lo ripeto) anche all'estero e una delle scelte di queste amministrazioni, nel corso di cinquant'anni, è stata la difesa intransigente della collina; lo ripeto: intransigente, della prima cerchia collinare. Non una difesa generica ma all'erta e mai indecisa; nonostante alitasse, sopra questo spazio aperto al cielo, il fiato - bollente - della speculazione; in agguato, per percepire anche solo i primi scricchiolii in tali propositi di difesa. Sbavando per la voglia, qua e altrove, di fronte a questi spazi di alberi, prati, silenzio e nuvole. Trentacinque anni fa il settimanale l'Europeo, bene attivo nelle battaglie socio-ecologiche, allegò ai fascicoli per dieci puntate degli inserti intitolati «Il Malpaese -Atlante dell' Italia distrutta». Il primo l'ho sotto gli occhi, era dedicato al Veneto: «Il saccheggio dei Colli Euganei». A sfogliarlo non possono non venire ancora i brividi nella schiena. Firmava Paolo Ojetti e iniziava: «Che questo fosse diventato il malpaese, il paese del malessere, del malcostume, del malgoverno, un paese malato di un male oscuro,sommadi tanti altri malanni, non lo si capì né il giorno dell'alluvione del Polesine, né il giorno del crollo della diga del Vajont, né quando l'onda dell'Arno cancellò i tesori d'arte conservati a Firenze. Lo si capì invece quando, improvvisamente, nel 1970, ci si accorse che, senza una vera ragione, senza che fosse capitata una catastrofe, senza insomma che la cattiva stella o altre diavolerie ci avessero messo lo zampino, le ruspe e le scavatrici ci stavano mangiando a grossi bocconi iColli Euganei. Se non si fossero mossi dei giovanotti del posto e la grande stampa, l'assalto ai colli si sarebbe fermato solo il giorno in cui al posto dei colli ci fosse rimasta una spianata grigio cenere. Ancora oggi si vedono le ferite profonde di quel delitto incompiuto. Le cime, torturate, tagliate al vivo come da grandi lame di coltello, testimoniano ancora l'ignobile saccheggio di queste colline, terra di conquista di molti cavatori e di pochi, insipienti e corrotti, detentori del potere. A ridosso di Arquà, Monselice, Este, Vò, sulle ferite di un tempo cresce ora una peluria verde, stentata e rara. Ma non è finita...».

Oggi, da noi qui a Bologna, si sente parlare con voce alta ma con toni d'agnello, con una sorta di leggerezza quasi svagata, di propositi sulla nostra prima collina.

Con il pretesto che è mal tenuta, che è poco e male usata, che Bologna merita una collina splendente di luci e fiori per la delizia deambulante dei cittadini; e promettono che non sarà sfregiata neanche da un graffio, o dal rumore di una foglia caduta, o dall'ala perduta da un uccello migrante; e a conferma, si allestirà un campo da golf di 18, no, di 36 buche desiderato da tempo dalla popolazione. Magari si aggiungerà un agriturismo, così che si potranno evitare i viaggi in Toscana, Umbria o in Sicilia e altrove, potendo caricare le valigie sull'autobus 30, che arriva in dieci minuti a destinazione, per un pronto contatto con la natura ritrovata. Forse si potrà aggiungere qua e là un baretto progettato da qualche importante architetto giapponese, di legno pregiato, per il sollievo delle coppiette sazie d'amore. Per il resto, si è letto, nessuno si permetterà di toccare sfiorare tagliare calpestare neanche un'erbetta (il colle della Guardia non può essere un esempio). Così è stato insinuato nello scalpitare dei primi progetti; da contrastare con uno scatto immediato prima che prendano il minimo abbrivio. Si può fare una seconda citazione, a conferma che in Italia la sostanza delle cose cambia poco, nonostante il passare non degli anni ma dei secoli; e nonostante la nostra mai esausta presunzione. Da «Il Marzocco » di Firenze n° 23, 7 Giugno 1903: «Per le porte di Bologna». «Un destino fatale gravita su Bologna in quest'alba di secolo. I Consigli municipali si susseguono anzi si mutano compiutamente; i partiti radicali succedono a' più moderati. E in grembo del Consiglio da tre anni non si ode che una voce: abbattiamo le mura! Come se la città non avesse altri e maggiori bisogni essenziali; ed ogni soluzione dipendesse dal dirompimento di una cerchia, che par saldata nel bronzo, che non toglie l'aria a nessuno, che allieta la passeggiata pei viali, che è destinata - sì, destinata - a sfidar altri secoli e a coronarsi di altre grandi memorie. Il destino fatale vuole anche che queste mura appartengono al Comune... ». Oggi vediamo dove sono finite le mura. E un Comune che non riesce a ristabilire ordine civile in piazza Verdi, in piazza Santo Stefano, in via del Pratello (non per ignoranza o per mal volere ma perché manca di mezzi e di persone e affronta il disagio come può, in un modo genericamente sussultorio, perché non si può fare altro, pensare altro, inventare altro che non sia la minutaglia della giornata, di volta in volta) come potrebbe garantire, in un contesto nazionale in generale così degradato, una gestione attenta e coordinata in uno spazi periferico tutto da inventare? Certo, con la collaborazione dei privati; socchiudendo la porta, che con un calcio verrà poi scardinata. È stato appena detto che la collina, questa collina va usata. Mi permetto di ricordare che da noi, in Italia, ogni uso si traduce prima o poi in un abuso; o in manomissione al servizio dei vari interessi; sicché penso sia meglio parare via, come mosche, ogni proposito nei riguardi di questa fascia di terra alberata non ancora deturpata; per secoli una delle difese degli ultimi benefizi ecologici di questa nostra città.

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