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Ida Dominijanni
La strategia del ripristino
31 Luglio 2008
Articoli del 2008
Un commento dell’esito del congresso di Rifondazione comunista e delle sue possibili conseguenze. Il manifesto, 29 luglio 2008

Ho seguito da lontano il congresso di Rifondazione, grazie alle dirette di Radio radicale, e, sarà perché la radio è un medium «caldo» e coinvolgente, a me è parso un congresso caldo e coinvolgente. A sorpresa, perché - l'ha scritto Gabriele Polo domenica - tutt'altro che coinvolgente si era prospettato l'annunciato gioco al massacro della resa dei conti interna, tutt'altro che stimolante il dibattito sulle cinque mozioni, tutt'altro che edificanti i colpi sotto la cintola della conta precongressuale. Vero è che la liturgia congressuale fa sempre salire il diapason delle passioni con i suoi effetti scenografici, e che a Chianciano di effetti e di effettacci ce ne sono stati fin troppi. Dalle ovazioni all'unico leader riconosciuto che resta Fausto Bertinotti all'uso di Bandiera rossa come arma contundente di una parte contro l'altra. Vero è pure che non bastano le passioni a fare una politica, e che anche la lotta al coltello per il controllo di un partito è a sua volta una passione, triste. Ma non sarebbe giusto ridurre a colore o a resa dei conti tutta quella ridondanza emotiva che muoveva gli interventi da una parte e dall'altra: sotto c'era, e lo si è visto nella sorpresa del risultato, una posta in gioco evidentemente sottovalutata, all'interno e all'esterno del Prc, fino alla vigilia.

Nichi Vendola ha detto, e alcuni commentatori hanno già sviluppato il concetto, che questo congresso segna la fine di Rifondazione comunista per quello che è stata fin qui. Detto più in chiaro, segna la fine, o quantomeno la pesante sconfitta, del bertinottismo, che non è stato solo cachemire e salotti tv come pare adesso dai grandi giornali: è stato il tentativo - più o meno spericolato, più o meno lucido, più o meno teoricamente fondato e politicamente conseguente - di innestare sul tronco della tradizione del movimento operaio novecentesco (non solo comunista) un'innovazione all'altezza dello scenario del nuovo secolo. Non che Fausto Bertinotti sia, in questa sconfitta, esente da responsabilità: di stile (personalizzazione narcisista della leadership), di condotta politica (oscillazione fra movimentismo e seduzione istituzionale), di orientamento culturale (dai termini approssimativi della «svolta non violenta» all'infatuazione per Massimo Fagioli). Fatto sta che su questo tentativo di innovazione si è abbattuta a Chianciano la scure del ripristino: chiusura identitaria, arroccamento solipsista, «certezza» dei simboli - che per loro natura quando diventano certi sono morti. Un «com'eravamo» che come tutti i com'eravamo nostalgici s'inventa un passato che non apre al futuro e non legge il presente, nemmeno quel presente dei senza parola, dei senza potere e dei senza rappresentanza cui pure, e ci crediamo, si rivolge.

Grave errore sarebbe, tuttavia, leggere in questa dinamica solo l'ultima tappa dei duelli interni - Garavini e Cossutta, Cossutta e Bertinotti, Bertinotti e Diliberto e via dicendo - che hanno accompagnato la storia di Rifondazione come un riflesso del più ampio duello fra innovazione e conservazione che agita la sinistra italiana dall'89 in avanti. Ciò che rende più pesante la scure del ripristino è che essa si abbatte anche e in primo luogo - e non a caso infatti per punire Bertinotti immola Vendola - sulla generazione di giovani militanti che da Seattle e Genova in poi ha cercato di praticare l'innovazione nel vivo della contaminazione con i movimenti e le soggettività d'inizio secolo, sporgendosi non, com'è avvenuto fra gli innovatori della sinistra moderata, verso soluzioni liberal-liberiste ma verso culture di contestazione radicale dell'esistente. Anche questa è una storia complicata, che non si può fare in poche righe e a sua volta non è priva di limiti, culturali e di comportamento. Certo è però che nel tormentato campo della sinistra italiana il Prc è stato l'unico partito in cui si sia delineato un protagonismo giovanile fatto di qualcosa di meglio della rivendicazione d'incompetenza politica che va tanto di moda nel Pd. E' anche, forse in primo luogo a questa esperienza che il cartello vincente di Chianciano manda a dire «adesso basta». Ed è per questo che la strategia del ripristino ha più il sapore della reazione che quello del rigurgito nostalgico; e sembra più il primo atto di una battaglia sul terreno della post-modernità che l'ultimo su quello della modernità di ciò che fu il movimento operaio.

Questo esito culturale del congresso di Chianciano non è meno inquietante del suo esito politico, che con ogni evidenza consiste nella chiusura definitiva di un gioco già chiuso, ovvero nella liquidazione dei pochi margini che restavano per ripensare una sinistra istituzionale forzando le secche destinate del bipartitismo. Ora che per gli innovatori di Rifondazione comincia la traversata nel deserto, c'è ancora un errore che si può fare o che si può evitare: pensare che il deserto si attraversa con un equipaggiamento pesante, fatto di tessere, sedi, risorse finanziarie. Chi ama il deserto sa che è meglio andarci leggeri. Sa anche che è più popoloso di quanto si creda, e che ci si possono fare molti, imprevedibili e fortunati incontri.

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