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Edmondo Berselli
La società decisionista che piace al Cavaliere
30 Marzo 2009
Articoli del 2009
“Il premier traccia una linea che esclude, dal buonsenso, dalla democrazia, e in ultimo dall’italianità, la metà del paese”. Scusate se è poco. La Repubblica, 30 marzo 2009

Nonostante le allegre foto di gruppo, il coro, l’Inno alla gioia, il congresso di fondazione del Pdl non è stato soltanto una cerimonia. Al termine di un cammino cominciato un anno e mezzo fa con il discorso del predellino, la destra ha effettivamente cambiato pelle. L’unione di Fi e An cambia nel dna il "partito dei moderati" e ora occorre fare i conti con l’entità politica nuova. Il problema è se oltre alla pelle è cambiato anche il corpo, ossia se dalla confluenza nasce una destra moderna o no.

In sintesi. Il Pdl ha visto confermarsi un vistoso dualismo al suo interno, che prelude già a una complessa linea di successione tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini; a ques’ultimo, il premier non ha offerto nessuna risposta sulle questioni più brucianti, a cominciare dai dilemmi di laicità sul biotestamento. Si sono manifestate infatti fra i due leader differenze di concezione così esplicite che si faranno inevitabilmente sentire all’interno del partito anche nel prossimo futuro. Ma l’aspetto più importante è un altro: il Pdl non è più la forza liberal-modernista, fondata sugli «istinti di mercato» e sugli slanci di vitalismo libertario a cui si rifaceva il primo Berlusconi.

Il Pdl è oggi una realtà tutta da interpretare. Nei suoi due discorsi congressuali, probabilmente Silvio Berlusconi ha perso l’occasione di presentare un progetto moderno per la società italiana. Come nei momenti di ispirazione più fiacca si è concentrato sui dettagli, talvolta sfidando il grottesco (come per l’attenzione all’ambiente, «che comincia dal non lordare i muri dei nostri palazzi»). Tuttavia è stato chiarissimo su alcuni aspetti cruciali, che riguardano essenzialmente la nuova concezione ideologica del Pdl. Il nuovo partito è «il partito degli italiani». La formula è rivelatrice e, a suo modo, preoccupante. Perché testimonia ben più che una intenzione maggioritaria, annunciata con il riferimento euforizzante all’obiettivo del 51 per cento.

Sotto questo aspetto, il ripetuto richiamo alla «rivoluzione liberale» è un esercizio retorico. L’etichetta «partito degli italiani» disegna un perimetro al di fuori del quale sembra non esserci legittimità pubblica. All’esterno del Pdl, nel grigiore di una «sinistra senza volto», secondo Berlusconi ci sono oppositori a cui non si riconosce una dignità politica sufficiente per un confronto sulle «missioni» del governo e della maggioranza, a cominciare dal rifacimento dell’impianto costituzionale.

La definizione «partito degli italiani» appare infelice proprio perché segnala una volta ancora l’orientamento ultraideologico del berlusconismo. Nel 1994 Berlusconi prometteva «un nuovo grande miracolo italiano»; oggi evoca il miracolo vicario di uscire dalla crisi. Tuttavia la formula della salvezza è sempre la stessa: il premier traccia una linea che esclude, dal buonsenso, dalla democrazia, e in ultimo dall’italianità, la metà del paese.

Da un lato ci sono gli italiani legittimati dal consenso al Pdl, dall’altro i nemici della libertà, e tutti coloro che non accettano di essere complementari al disegno di potere del premier. C’è da augurarsi che la missione di uscire dalla crisi economica abbia successo, altrimenti una minoranza «che come ha detto Tremonti fa opposizione non al governo ma al paese» potrebbe benissimo essere accusata di sabotaggio alla nazione.

Nella sua opacità democratica, l’idea del «partito degli italiani» ha una certa forza perché prospetta una soluzione permanente ai rischi dell’instabilità politica. Anzi, rappresenta un concetto fondante, in quanto comincia a rendere visibili i tratti politici, e anche socio-economici, del Pdl. L’idea di Berlusconi consiste nel costituire un blocco sociale integrato, in cui gli interessi si coordinano costituendo un assetto di potere permanente, praticamente inscalfibile.

Quindi Berlusconi prova a consolidare il suo regime. Quali siano gli interessi che il premier sta intrecciando nel suo progetto di stabilizzazione lo ha ricordato ieri Eugenio Scalfari: «Le partite Iva, le piccole imprese, il lavoro autonomo, le clientele del Sud e delle isole, i disoccupati e i giovani in cerca di lavoro». Ma non viene a nessuno il sospetto che non ci sia niente di autenticamente liberale in tutto questo? L’egemonia a cui punta Berlusconi tenta di rendere non contendibile il potere in Italia; ma soprattutto precostituisce un ordine sociale in cui gli interessi citati sono resi complementari, in un modello evidentemente organicista.

Non si sentono obiezioni, in proposito, da parte dei liberali di casa nostra. Nessuno che dica che il disegno berlusconiano rievoca una società premoderna, basata su un’architettura corporativa, in cui le membra del corpo sociale cooperano sotto la guida del leader. Il Pdl non è l’ingresso nella modernità, è un’esperienza che affonda le radici nel «pensiero italiano», in un Novecento chiuso e corporativo, per non dire altro.

La società decisionista che Berlusconi vuole è eclettica: unisce conservatorismo compassionevole e sbrigative modernizzazioni dall’alto, il tutto garantito dalla mobilitazione continua del popolo e dalla benevolenza lungimirante, dalla «lucida follia», del capo. In quanto tale rappresenta un’evoluzione profonda nella qualità democratica italiana. Prelude a una democrazia sotto tutela, governata con un chiaro accento paternalistico. Prima che l’ascesa di Berlusconi verso il 51 per cento abbia successo, tocca alla sinistra tenere vivi gli anticorpi istituzionali e, ebbene sì, liberali del sistema; e per il momento almeno la possibilità di una dialettica che eviti di bloccare per un altro quarantennio, un altro ventennio, insomma per un’altra fastidiosa eternità, il potere in Italia.

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