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Eugenio Scalfari
La satira fa vedere le mutande del re
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
"Noi non ce l´abbiamo con Berlusconi ma con il berlusconismo. Quello sì, è il problema e toglierlo di mezzo realizza almeno due terzi di un programma politico"; anche più. Da la Repubblica del 30 ottobre 2005

NEL DIBATTITO sulla satira che da qualche giorno ha occupato quasi interamente lo spazio pubblico rimbalzando da un giornale all´altro, da una televisione all´altra e coinvolgendo i palazzi del potere politico e mediatico, c´è un difetto di analisi piuttosto grave. Si ignora cioè che il ruolo della cultura in genere e di quella satirica in particolare è quello di contrastare il Potere, svelarne gli arcani e insomma mettere a nudo il re.

In tempi di potere assoluto questo ruolo era esercitato dai giullari di corte col beneplacito del sovrano, ma poi il gioco diventò più duro e la cultura (e la satira) dette l´assalto al palazzo dell´assolutismo, politico e religioso. Non sarebbe stato possibile prima che nascesse il mercato e un´iniziale nucleo di opinione pubblica. Fu il mercato a liberare la cultura dalla prigione del mecenatismo del potere. Da quel momento nasce il ruolo autonomo degli intellettuali, degli artisti, degli scrittori satirici, dei comici, dei giornali e nasce la forza della pubblica opinione. Nasce insomma l´opposizione al Potere. Celentano direbbe oggi che la cultura e la satira sono rock e il Potere è lento; con linguaggio appena più colto si può dire che il Potere è saturnino e la cultura e la satira sono mercuriali.

Questa dicotomia moderna tra Potere e cultura ha prodotto un effetto importante. Poiché il Potere è strutturalmente conservatore e la cultura è strutturalmente innovatrice; poiché i conservatori hanno di solito anteposto l´autorità alla libertà mentre gli innovatori hanno privilegiato la seconda rispetto alla prima; poiché i conservatori conservano i privilegi della tradizione e gli innovatori si battono per l´eguaglianza delle condizioni; da questi successivi passaggi storicamente avvenuti tra il Rinascimento e l´esplosione dell´Illuminismo si è andata configurando una destra conservatrice e una sinistra liberale, poi democratica, poi socialista.

La cultura (e la satira) non sono necessariamente di sinistra ma il loro Dna è quello che le contrappone al Potere. Il quale, salvo brevi e occasionali apparizioni, si è identificato con la destra. Simmetricamente la cultura si è strutturalmente trovata a ridosso della sinistra. Questa è stata in Europa e in tutto l´Occidente la storia delle idee resa ancor più evidente dal fatto che la cultura e la satira sono state contro la sinistra in tutti quei casi in cui essa si è trasformata in totalitarismo e oppressione.

Purtroppo questa analisi storica manca a gran parte di coloro che sono intervenuti nel dibattito sulla satira. Si è lamentato che essa fosse unidirezionale, procedendo cioè a senso unico; si è invocata una satira che satireggi allo stesso tempo gli uni e gli altri, che sia equidistante o "terzista" che dir si voglia.

È curioso che anche menti coltivate non si rendano conto, quando affermano e reclamano quest´equidistanza, di dire una sciocchezza. La satira è contro il Potere o non è. Il Potere dal canto suo non può usare le stesse armi, non può satireggiare la satira, non può schierare contro Benigni un altro Benigni. Ha soltanto due strade: accettare con umiltà il dileggio o reprimerlo. Ma se lo reprime, accresce la pesantezza della sua natura saturnina ed eccita la satira schierando con essa la cultura a tutti i livelli.

È sempre stato così: il Potere da un lato, la cultura, la satira, il giornalismo dall´altro. La pretesa egemonia culturale della sinistra italiana si verificò negli anni del dopoguerra e fino agli Ottanta per il semplice fatto che la cultura si opponeva al Potere che in quegli anni era monopolizzato dalla Democrazia cristiana. E quindi la cultura si trovò ancora una volta a ridosso della sinistra politica.

* * *

La satira ha origini illustri. Lasciamo da parte la sua preistoria, Aristofane ad Atene, Giovenale nella Roma imperiale. Agli albori della modernità troviamo i personaggi di Rabelais, la dissacrante risata di Gargantua e Pantagruel. Ma la pienezza della satira d´autore è segnata da due date. Nel 1729 a Londra Jonathan Swift pubblica il pamphlet "Modest Proposal For Preventing the Children of Poor People from Being a Burden to Their Parents or the Country and for Making Them Beneficial to the Public" (Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri siano di peso ai loro genitori e al paese e per renderli utili al pubblico). La modesta proposta, alquanto macabra, consisteva nell´usarli come generi commestibili.

Vent´anni dopo, nel 1749, Denis Diderot scrisse l´altrettanto famosa Lettera dei ciechi. Swift col suo pamphlet raggiunse il massimo della notorietà, Diderot fu imprigionato alla Bastiglia. Tutto sommato ai fratelli Guzzanti è andata meglio. A Benigni è andata benissimo. La loro satira è graffiante e divertente. Quella di Swift e di Diderot era feroce come lo fu due secoli dopo, quella di Krauss e di Grosz. Comunque il percorso della satira è quello e non potrebbe esser altro, quali che ne siano gli esiti per gli artisti che vi si dedicano e per i potenti che ne sono i bersagli.

Aggiungo che essa è il sale della democrazia. Il guaio è quando diventa l´unica forma di opposizione perché allora vuol dire che la democrazia è già morta o moribonda.

***

Il nostro dibattito pubblico di questi giorni, centrato sulla satira, sull´informazione e ovviamente sull´alternativa politica che acquista sempre maggior spessore man mano che la campagna elettorale entra nel vivo, ripropone anche una domanda ricorrente ormai da un decennio: perché il personaggio Berlusconi campeggia fino a mettere in ombra altri temi di assai maggior peso? È un sintomo di povertà di idee e di programmi? L´indice d´una faziosità estrema, sia in coloro che ne fanno il bersaglio quasi esclusivo delle loro inventive e dei loro lazzi sia in quelli che giurano su di lui come il solo, l´unico guaritore dei mali d´Italia? Non è grottesco concentrare su una persona tutto il bene o tutto il male? Non rappresenta, questa personalizzazione così radicale, il sintomo più evidente del nostro declino? Ebbene, io non credo che queste domande siano ben poste. Non credo che Berlusconi sia uno dei problemi dell´Italia di oggi. Credo invece che Berlusconi sia il problema perché riassume in sé tutti gli altri e li materializza, li rappresenta, li esprime come di più non si potrebbe.

Berlusconi concentra in sé e proietta al di fuori di sé nel dibattito pubblico una natura che fa parte della storia di questo paese e in un certo senso nella natura di ciascuno di noi.

In ciascuno di noi c´è un po´ di quello che chiamiamo berlusconismo se con questa parola si intende l´amore di sé, il bisogno di sedurre, il dilettantismo, il pressappochismo, la bugiarderia, il trasformismo, il gusto del comando per il comando, l´ebbrezza del potere, l´arroganza verso gli avversari, il disprezzo delle regole.

C´è tutto questo in ciascuno di noi e quindi nella società in cui viviamo e della quale siamo partecipi. Ma in lui questi vari connotati esistono allo stato puro, archetipico. Li impersona con assoluta naturalezza. Ne è consapevole e infatti li usa con sagacia. Il suo successo è dovuto a quei requisiti ed è infatti alla loro diffusa presenza nella società che egli fa appello da dieci anni. Con successo fino a qualche tempo fa.

Solo che ci sono molte altre cose in ciascuno di noi e nello spirito del paese. Diverse da queste. Opposte a queste. La novità di questa fase sta nel fatto che la società italiana sta rivalutando altre sue caratteristiche, un´altra parte della sua composita natura, più responsabile, meno credula, meno fiduciosa nella taumaturgia e nei miracoli, più attenta alla ragione e meno disponibile alle emozioni, meno fiduciosa nel «fai da te», più esigente di risultati. Insomma non più disposta a farsi fregare.

Può cambiare natura Silvio Berlusconi e assumerne una più consona allo spirito pubblico emerso in quest´ultima fase del berlusconismo al potere? È stata la scommessa di Follini. Perduta. È stata la scommessa di molti, moltissimi italiani sfiduciati della partitocrazia, sfiduciati di una burocrazia lentigrada e fiscale, da istituzioni inefficienti e corrotte, allevati da una cultura televisiva futilmente edonistica, abbeverati al mito del successo. La scommessa di puntare sulla carta vincente. Perduta.

In realtà l´antiberlusconismo che oggi funge da collante non ha come bersaglio una persona ma una natura che in qualche modo ci appartiene. Il boato di applausi che ha accolto lo sketch di Celentano-Benigni quando hanno cantato e mimato La coppia più bella del mondo era la manifestazione di uno stato d´animo nuovo, la speranza antica di riprendere una strada interrotta e riprenderla in buona e nuova compagnia. Se qualcuno avesse intonato Bella Ciao non avrebbe avuto la stessa risposta corale. La coppia più bella del mondo siamo tutti noi quando ci togliamo il fango dalle scarpe e dai panni e andiamo avanti la mano nella mano con umiltà, tenacia, generosità e fiducia in noi stessi e nell´altro. Negli altri.

Noi non ce l´abbiamo con Silvio Berlusconi ma con il berlusconismo. Quello sì, è il problema e toglierlo di mezzo realizza almeno due terzi di un programma politico. Concludo con una battuta celebre di Petrolini, diretta a uno spettatore che dalla galleria del teatro lo fischiava. Il grande comico s´interruppe, ci fu una pausa. Poi nel silenzio generale disse: «Io nun ce l´ho co te ma co quello che te stà vicino e nun te butta de sotto».

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