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Elio Veltri
La rivincita di Berlinguer
27 Marzo 2004
Enrico Berlinguer
Elio Veltri ricostruisce la storia di anni decisivi, sull’Unità del 30 settembre 2003. “A differenza di Gravagnuolo non ritengo che sarebbe stata possibile una collaborazione tra Craxi e il leader del Pci Gli scandali del ’92 dimostrarono che la ‘modernità craxiana’ non era conciliabile con la ‘questione morale’”

Bruno Gravagnuolo, su l'Unità del 19 Settembre, scrive che Berlinguer avrebbe potuto portare il Pci al governo, con Craxi premier, «radicalizzando la revisione ideologica e senza rinunziare in nulla alla questione morale» e a riprova ricorda una offerta socialista in tal senso che, Tatò prima, e Berlinguer dopo, hanno rifiutato. Dell’offerta di Craxi, fatta tramite Scalfari, parla Antonio Tatò nel libro «Caro Berlinguer, note e appunti riservati di Tatò a Enrico Berlinguer, 19691984». Tatò la commenta a Berlinguer con sarcasmo e accusa Craxi di usare un tono «mussolinesco, minatorio e ricattatorio e gli chiede di non prenderla nemmeno in considerazione. La proposta è del 10 marzo 1981, ricco di avvenimenti poco edificanti che dimostrano quanto Craxi e il Psi, ormai largamente «craxizzato», fossero del tutto inaffidabili.

Le vicende del Psi craxiano, le ho vissute in prima persona fino al mese di ottobre del 1981, quando, insieme a un gruppo di compagni del comitato centrale, tra i quali ricordo Codignola, Enriques Agnoletti, Bassanini, Amendola, Leon, Ballardini, fummo buttati fuori dal Psi, con un telegramma di Antonio Natali, presidente della Commissione di controllo, inventore del sistema di tangentopoli, nel quale era scritto: «In relazione a notizie di stampa circa la tua adesione a iniziative scissionistiche sei convocato presso la sede della Commissione centrale di controllo per fornire entro le ore 18 di martedì (lo stesso giorno!) tue spiegazioni ed eventuali smentite». Alla nostra cacciata reagirono in molti: Giolitti, Lombardi, De Martino, Mancini, Bobbio, Bocca. Craxi, però, sulla questione morale, ragione prima della nostra opposizione, non tollerava critiche. Perciò, attaccò con inaudita violenza e definì gli oppositori: «piccoli trafficanti, girovaghi e avventurieri della politica».

Il congresso di Palermo della primavera del 1981 avvia il controllo totale di Craxi sul partito, avendo il segretario chiesto e ottenuto di cambiare lo statuto e di essere eletto direttamente dal congresso. Il partito sembra un altro e chi come me ne osserva l’andamento dalla presidenza, si rende conto della mutazione genetica che ha subito. L’autofinanziamento, l’anagrafe patrimoniale dei dirigenti, il Progetto socialista per l’alternativa del congresso di Torino, il dibattito culturale di Mondo Operaio, sono solo ricordi. Vittime della «modernità» sono la storia socialista, i suoi valori, i suoi uomini più rappresentativi. D’ora in poi la politica ha un solo scopo: rimanere a tutti i costi al governo e accumulare denaro e potere, ritenuti strumenti indispensabili per conquistare la presidenza del Consiglio. Appena terminato il congresso, Forlani, capo del governo, rende pubbliche le liste della P2, evitando, su richiesta di Craxi di farlo prima, perché gli avrebbe rovinato la festa. Nelle liste ci sono i nomi di 35 socialisti, alcuni dei quali il segretario conosceva da tempo, ma aveva taciuto, perché gli servivano per stravincere il congresso. Scoppia lo scandalo, Craxi adotta la linea morbida e affida il caso alla Commissione di controllo presieduta dal fido Natali che di fatto assolve tutti. Davanti alla Commissione Anselmi, nel 1984, Craxi sosterrà di saperne poco e definirà la P2 «un elemento del sistema massonico, non rispettoso delle regole degli altri ordinamenti, una sorta di placca di controllo e d’influenza sulle attività pubbliche con disegni velleitari e megalomaniaci». Ammette di avere incontrato Gelli «una sola volta» e di considerarlo una sorta di «grand commis, di segretario generale».

Sempre nel 1981 scoppia lo scandalo del conto protezione e viene arrestato Calvi, il quale ai giudici di Milano confessa di avere dato 21 milioni di dollari al Psi. Craxi, a quel punto, supera se stesso: va alla Camera, attacca i magistrati di Milano e conclude il suo intervento con queste parole: «Quando si mettono le manette a finanzieri che rappresentano in modo diretto o indiretto i gruppi che contano per quasi la metà del listino di borsa, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche e varchi aperti per le correnti speculative». La campagna d’estate contro i magistrati che «si muovono in nome e per conto del partito comunista» è violenta e anticipa di molti anni, anche nelle parole, oltre che nelle argomentazioni, le campagne berlusconiane. Il 1983, atto di nascita del governo Craxi, è segnato dagli scandali di Torino e Savona, che mettono in evidenza la corruzione galoppante nel partito. A Torino si vuole mandare a casa il sindaco Novelli, difeso in piazza da Berlinguer, perché ha consigliato agli imprenditori taglieggiati di andare dai magistrati e a Savona, Teardo, si dichiara prigioniero politico. Il Psi alle elezioni prende l’11,4 % dei voti: la «modernità», di cui gli affari e la corruzione costituiscono un elemento strutturale, non paga.

Il governo Craxi esordisce con il condono edilizio, spiegato e giustificato da Amato. Il 1984 è l’anno della grande abbuffata degli enti e i partiti di governo si dividono: Bnl, Comit, Credito Italiano, Casse di risparmio di Roma e di Torino, Eni, Agip, Iri, Stet, Sip, Enel, Finsider, Ina, Enea, Cassa del mezzogiorno. Oltre alla Rai, a proposito della quale, Ugo Zatterin, nel lasciare la direzione del telegiornale, in un’esilarante intervista dice: «Sono stato per sei anni il direttore lottizzato di un telegiornale lottizzato di un’azienda lottizzata». Se i protagonisti si somigliano, i fatti si ripetono, per cui scoppia anche un caso Biagi, il quale ha la cattiva idea di intervistare nel programma Linea Diretta, Biffi Gentili e Teardo, protagonisti arrestati de gli scandali di Torino e di Savona. Intervengono Martelli e Pillitteri e attaccano Biagi che replica paragonando Martelli a Goebbels. Ma il pezzo forte del governo sono le tv del Cavaliere, oscurate da tre pretori perché fuorilegge. Craxi, non perde tempo e dall’aereo che da Londra lo porta in Italia, fa sapere che il Consiglio dei ministri, convocato nei giorni successivi approverà un decreto legge che permetta alle tv del suo amico Silvio di riprendere le trasmissioni. Ci penserà Giuliano Amato a inventare il trabocchetto giuridico contenuto in ben tre decreti legge che il Parlamento non aveva alcuna voglia di approvare e che alla fine ingoia, perché Craxi ne fa una questione di vita o di morte. L’occupazione degli organi d’informazione diventa una sorta di ossessione: i giornalisti amici si promuovono e si premiano, i nemici, che poi sono quelli autonomi, come Andrea Barbato, si cacciano. I corrispondenti di Le Monde e Der Spiegel vengono messi alla porta e, di Philippe Pons (le Monde), si chiede il trasferimento in Nicaragua perché ha scritto degli affari oscuri del Psi con Calvi. Il sogno di Craxi (come di Berlusconi) è mettere le mani sul Corriere della Sera, che cerca di far comprare dai suoi amici e che combatte quando, dopo la vicenda P2, diventa direttore Cavallari, che non è manovrabile. A Pansa e a Padellaro i quali gli chiedono una intervista, risponde che la concederà quando Scalfari e Cavallari non saranno più direttori. Intanto il debito pubblico esplode e nei quattro anni di Craxi a palazzo Chigi raddoppia. I richiami degli economisti, anche amici, e di Ciampi, che presenta le dimissioni dopo l’incidente del venerdì nero della lira, non sortiscono alcun effetto. Spaventa, Andreatta e Pedone, in un forum di Repubblica lanciano l’allarme perché «un deficit senza freni, avviato verso un milione di miliardi, mina la stabilità del governo e l’economia». Ma il capo del governo va avanti per la sua strada.

Pertanto, se si valutano i fatti attentamente, risulta evidente che era impossibile qualsiasi collaborazione, senza correre il rischio di diventare complici, dal momento che la degenerazione della politica negli affari, nell’occupazione dello Stato, nella corruzione diffusa, era diventata parte costitutiva della «modernità» craxiana. La sconfitta sulla scala mobile, da sola, non autorizza a parlare di scacco matto a Berlinguer. Le vicende successive dimostrano che se Berlinguer fosse vissuto fino al 1992 si sarebbe presa la sua grande rivincita sulla Questione Morale, magari avendo anticipato di qualche anno la svolta di Occhetto. In ogni caso, nessuno spiega la cancellazione del Psi, il più antico partito italiano della sinistra, che aveva resistito a tutte le repressioni, nel momento in cui, dopo il crollo del comunismo, il socialismo in Europa ha mantenuto le posizioni e in alcuni paesi si è rafforzato.

A meno di sposare la tesi del complotto dei giudici, che serve solo a giustificare il fallimento della strategia Craxiana.

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