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Michele Prospero
Una fede non solo comunista
11 Gennaio 2015
Enrico Berlinguer
"L'anima della sinistra", il libro di Claudio Sardo, per Editori Riuniti Internazionali. Una riproposta delle lettere fra il vescovo Bertazzi e Enrico Berlinguer: due visioni diverse ma convergenti della critica alla società capitalista. «Quando c’era Ber­lin­guer la poli­tica sapeva ragio­nare». Il manifesto, 10 gennaio 2015

. Il manifesto,

Nell’ambito delle pub­bli­ca­zioni legate all’anniversario della morte di Ber­lin­guer, il libro curato da Clau­dio Sardo (L’anima della sini­stra, Edi­tori riu­niti inter­na­zio­nali, pp. 111, euro 11) si segnala per la scelta di assu­mere quale suo asse un tema cru­ciale del comu­ni­smo ita­liano. Cioè la que­stione del rap­porto con la tra­di­zione cattolica.

È un cro­ce­via clas­sico che appas­sionò Togliatti, che in que­sto si pose in netta discon­ti­nuità con l’anticoncordatario e «illu­mi­ni­sta» Gram­sci, come ricorda Giu­seppe Vacca. E che tornò con forza in Ber­lin­guer.

Il libro ripro­pone un momento signi­fi­ca­tivo del con­fronto: il car­teg­gio che nel 1977 vide impe­gnate le penne del vescovo di Ivrea Bet­tazzi e il segre­ta­rio del Pci. Accanto alla con­ver­genza indi­vi­duata attorno ai con­di­visi «con­te­nuti uma­ni­stici» o al rico­no­sci­mento del valore della per­sona, il dibat­tito mise in luce anche una con­trad­di­zione. Quella tra l’autodefinizione del Pci come par­tito laico e plu­ra­li­sta, con l’articolo 5 dello sta­tuto che invece pre­ve­deva il canone del marxismo-leninismo.

Era la cele­bre que­stione del «trat­tino» che per alcuni mesi vide incro­ciare le spade alcuni filo­sofi comu­ni­sti e che fu archi­viato, pre­cisa Vacca, nella revi­sione sta­tu­ta­ria del 1979. Il nodo più rile­vante comun­que ver­teva sulla con­ci­lia­bi­lità tra l’identità comu­ni­sta, pro­tesa alla cri­tica del capi­ta­li­smo in nome di istanze gene­rali di libe­ra­zione umana, e le ana­lo­ghe ten­sioni per il tra­scen­di­mento del pre­sente che si affac­cia­vano nel mondo della fede, dal «labu­ri­smo cri­stiano» di Dos­setti, al fer­mento dei movi­menti di base sino alla pro­po­sta espli­cita delle Acli di una nuova società socia­li­sta.

Su que­sto pos­si­bile momento di con­fluenza, all’interno dei grandi valori costi­tu­zio­nali della soli­da­rietà e della per­sona come valore, aveva insi­stito già Togliatti, in assem­blea costi­tuente. E ancor prima, nel discorso al tea­tro Bran­cac­cio di Roma nel 1944, si era spinto a pro­porre alla Dc «un patto comune di azione, per un pro­gramma comune».

A Ber­gamo nel 1963 il lea­der del Pci annun­ciò una cri­tica della società del con­sumo, fonte della inco­mu­ni­ca­bi­lità sostan­ziale dell’uomo moderno, che anti­ci­pava il richiamo di Ber­lin­guer all’austerità quale occa­sione per ripen­sare radi­cal­mente il modello di svi­luppo, gli stili e i valori di vita.

Dome­nico Rosati scorge una affi­nità tra la pro­po­sta ber­lin­gue­riana di auste­rità come con­te­sta­zione dei pila­stri della società bor­ghese e l’annuncio di Moro della sta­gione dei doveri. Su que­sti lidi di cen­sura dell’edonismo, in nome di una emer­genza antro­po­lo­gica, c’è il rischio di smar­rire il senso anche posi­tivo del con­sumo ai fini della costru­zione della sog­get­ti­vità (il con­sumo con il suo nichi­li­smo mer­can­tile è ciò che salva il capi­ta­li­smo, lo intuì già Toc­que­ville; e non è anche per l’incapacità di garan­tire il con­sumo di massa che invece crolla il comu­ni­smo?). Ma lo scopo della rifles­sione sull’austerità come «occa­sione» non era quello di imporre una povertà gene­rale ma di defi­nire il pro­getto di un nuovo ordine sociale con altre com­pa­ti­bi­lità, con altre qua­lità rico­no­sciute del vivere collettivo.

La spe­ci­fi­cità del con­tri­buto di Sardo è che la ripro­po­si­zione del tema della fede (la sua domanda ini­ziale è: per­ché solo in Ita­lia esi­ste una robu­sta com­po­nente cat­to­lica che non si rico­no­sce con la destra, come accade in tutti gli altri paesi?) serve per inter­ro­garsi sul senso della ere­dità del comu­ni­smo ita­liano dopo la fine del Pci.

Per­ché quello che è scom­parso è la trac­cia di un mondo, i segnali di un pen­siero, i luo­ghi di una comu­nità, tra­volti da quello che Sardo chiama «il rifor­mi­smo subal­terno» che sfida iden­tità, memo­rie, cul­tura poli­tica, modello di par­tito, radi­ca­mento sociale, idea di società.

«Quando c’era Ber­lin­guer la poli­tica sapeva ragio­nare», osserva Rosati. Oggi, con il divor­zio tra poli­tica e ragione, avanza un nichi­li­smo sor­ri­dente che costringe gli avanzi impo­tenti di una grande tra­di­zione cri­tica ad obbe­dire a un tweet, a scor­gere cari­sma in una cami­cia bianca, a rive­rire gli impren­di­tori, che si sa sono «gli eroi del nostro tempo», a rom­pere con il movi­mento ope­raio come terra insi­gni­fi­cante, che nep­pure merita rappresentanza.
Riferimenti
Nell'archivio di eddyburg abbiamo un'ampia raccolta di scritti di e su Enrico Berlinguer.

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