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Andrea Fabozzi
La rinuncia del Colle
16 Luglio 2009
Articoli del 2009
Perplessità sulle perplessità di Napolitano. Intanto, nuovi strumenti pronti per il fascismo latente negli italiani. Il manifesto, 16 luglio 2009

Giorgio Napolitano poteva non firmare la legge sulla sicurezza, quella delle ronde e del reato di clandestinità. Poteva chiedere, com'è scritto nella Costituzione, una nuova deliberazione alle camere attraverso un messaggio motivato. Sarebbe stata una scelta di forte contrapposizione con l'esecutivo ma pienamente nel rispetto delle regole della Repubblica: il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi respinse per sei volte le leggi del secondo governo Berlusconi. Oppure Napolitano poteva firmare la legge sulla sicurezza, prendendo atto di non essere riuscito a migliorarla nonostante i molti consigli e avvertimenti discretamente dispensati al governo in un anno di lavori parlamentari. Ha scelto una terza via. Ha scritto una lettera mettendo in fila una lunga serie di «perplessità e preoccupazioni» per la legge, tutte molto gravi. Ma l'ha firmata.

La lettera di Giorgio Napolitano contiene tante e tali osservazioni critiche che la legge imposta dalla Lega al governo e dal governo al parlamento ne esce sostanzialmente a pezzi. A pezzi ma valida e in vigore proprio in virtù della firma del presidente della Repubblica. Il primo medico che segnalerà per l'espulsione uno straniero irregolare, il primo preside che rifiuterà l'iscrizione a scuola del figlio di un immigrato potranno ignorare le «perplessità» di Napolitano ma della sua firma dovranno tener conto. È un paradosso frutto del metodo scelto dal Quirinale, e del messaggio rivolto al governo e solo per conoscenza alle camere che pure hanno la responsabilità della funzione legislativa. Scelta pienamente politica quella del capo dello stato e per nulla da notaio della Repubblica. Eppure scelta quasi disperata nel momento in cui riconosce la ««irragionevolezza» e la «insostenibilità» della legge e poi la firma.

Perché l'ha fatto? Dal momento che si tratta di una scelta pienamente politica è legittimo cercare di interpretarla. Giorgio Napolitano aveva di fronte a sé un provvedimento blindato dal governo a colpi di fiducia. Passato in parlamento senza dibattito e senza modifiche di sostanza. Col supporto dell'informazione unica che ha suonato la grancassa dell'emergenza sicurezza.

Un provvedimento che ha messo l'Italia all'indice del resto del mondo, una legge che ha fatto litigare La Russa con le Nazioni unite. La «irragionevolezza» che il Colle ha riscontrato nella legge è un palese profilo di incostituzionalità. La legge poteva essere fermata. Ma Giorgio Napolitano ha voluto evitare lo scontro frontale con Silvio Berlusconi.

Può darsi che con questi rapporti di forza, con la maggioranza padrona del campo, il capo dello stato consideri non percorribile la via della contrapposizione. O peggio destabilizzante. Il rifiuto di promulgare una legge non è altro che una sua prerogativa, ma di certo il primo ministro lo avrebbe preso come uno strappo e un segnale di guerra. Ma è stato proprio il Quirinale a rafforzare non poco il primo ministro chiedendo per suo conto una tregua all'opposizione e ai giornali non berlusconiani.

Può darsi che - rifiutando l'idea di elezioni anticipate - il capo dello stato veda come unica alternativa al Berlusconi intemperante degli ultimi mesi un Berlusconi sorvegliato da vicino e ridotto a più miti consigli. Può darsi che il capo dello stato avverta su di sé il peso di questa responsabilità. In parte è una responsabilità che si è dato da solo, preoccupandosi di invitare alla tregua le opposizioni. In parte se l'è trovata in carico, vista la pochezza della minoranza che mentre tutto questo accade sta discutendo della tessera di Beppe Grillo. Ma con la definitiva approvazione di questa legge crudele quello che è certo è che la maggioranza è più solida e Berlusconi più forte. E niente affatto moderato.

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