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La ricostruzione sbagliata
8 Aprile 2010
Terremoto all'Aquila
Ieri dopo la guerra, oggi dopo il sisma: tutti gli errori commessi in due articoli di Bocca e Cervellati su la Repubblica, 8 aprile 2010 (m.p.g.)

Il miracolo e lo squilibrio

Giorgio Bocca

Nella primavera del ´45 si poté finalmente procedere a un esame dei danni di guerra. Si oscillò tra due cifre, lontane solo in apparenza: una era di 150 miliardi di lire del 1938 con una perdita del trenta per cento del patrimonio nazionale. Ma gli economisti, che si limitarono ai danni concreti nei settori principali dissero: 70 miliardi per l´industria e i trasporti, tre nelle abitazioni, sedici nell´agricoltura, dieci in settori vari per un totale di circa 100 miliardi che rappresentavano il venti per cento del patrimonio nazionale. Se si sta alle capacità produttive le nostre industrie e la nostra agricoltura avrebbero potuto, nel giro di pochi mesi, tornare a produrre l´ottantacinque percento dell´anteguerra.

Decisivo, nella ricostruzione, fu l´aiuto americano. Per critici che si possa essere nei riguardi della politica estera ed economica americana, sta di fatto che senza l´aiuto degli Stati Uniti la ricostruzione dell´Italia e dell´Europa occidentale non sarebbe state possibile in breve tempo. I primi segni di ripresa si ebbero nel 1946: il consumo pro capite aumenta del 50 per cento; le esportazioni superano il preventivo di ottocento miliardi in lire, e toccano i 1100 miliardi. Nel 1950 la ripresa è galoppante, si sono recuperati i consumi e le produzioni prebelliche, ora ci si avvia alla creazione di una società industriale avanzata, con livelli di incremento fra i più alti nel mondo. Vittorio Foa, un sindacalista rivoluzionario, ammette che il progresso "fu prodigioso" e che veramente si può parlare di miracolo, dato che, diceva Foa, «gli indicatori dello sviluppo furono da due a tre volte superiori a quelli dei novanta anni precedenti, i circa due volte superiori a quelli del più prospero periodo giolittiano».

Ma, osservava Foa, era proprio in quel tipo di successo economico, proprio in quella rapida e fortunata ricostruzione, che si ponevano le premesse dei disequilibri futuri: un´urbanizzazione che continuava a crescere anche se le industrie non crescevano in maniera adeguata, una fuga dalle campagne che non trovava compenso nelle grandi città, un discorso industriale tutto puntato sull´automobile, il petrolio, le strade e pochissimo sulla ricerca scientifica, sull´elettronica, sull´industria tecnologicamente più avanzata. «Il profondo squilibrio – osservò Foa – fra i consumi privati e consumi sociali era già presente nella ricostruzione postbellica».

Certo la sinistra e la borghesia progressista e riformatrice avrebbero potuto modificare in meglio la ricostruzione, ma erano troppo deboli politicamente e anche culturalmente, se si pensa che un solo industriale di quel tempo, Adriano Olivetti, aveva preoccupazioni urbanistiche e sapeva incontro a quale disastro si sarebbe andati. La scelta economica dei partiti comunista e socialista era quasi un nulla: le proposte avevano un significato propagandistico e demagogico, non si seppe neppure usare la forza – allora notevole – della classe operaia. Tale essendo la situazione, si deve ammettere che le cose non potevano andare diversamente nel bene come nel male.

Paragonare la ricostruzione postbellica a quella attuale dei danni causati dalle sciagure naturali non regge, l´Italia di oggi è un paese industriale in piena efficienza e non un paese disastrato come quello in cui ci trovammo alla fine della guerra. I nostalgici del fascismo e di Mussolini dovrebbe ricordare sempre a che prezzo dovremo pagare la politica fascista di conquista e di imperialismo straccione.

L´illusione "New town"

Pier Luigi Cervellati

Ricostruire una casa o un palazzo, anche se sono storici è abbastanza facile. Bisogna conoscere le regole e i sistemi costruttivi. Si è sempre fatto: dopo le catastrofi; quando si vuole trasformare una casa in palazzo o in un altro fabbricato più grande, più solido e una volta, si diceva, più bello. Poi sempre più spesso la ricostruzione è servita per fare maggiori guadagni. Ricostruire una città è invece molto, ma molto difficile. Quasi impossibile. Quando una città diventa macerie e rovine, ci si illude di poterla ricostruire facendone (come si è deciso di fare all´Aquila) una nuova.

Nuove saranno le case, magari bellissime, spaziose, ma la città non c´è; si è solo allargata la periferia. Periferia che disperdendosi nel territorio cancella la città, come appunto nel caso dell´Aquila dopo il terremoto dell´anno scorso. Si è fatto tanto, ma la città non è stata restituita ai suoi abitanti e chissà quando lo sarà. Una città non è fatta solo di case e di abitanti. La città rappresenta una comunità. Con i suoi "valori", la sua memoria, le sue tradizioni, la sua identità. Il suo futuro. C´è solidarietà e conflittualità. C´è "vita", come direbbe un antropologo saggio e un poco retorico.

La città è un bene comune. Appartiene alla collettività. La casa è di chi la abita. Se la città finisce di essere tale perché si pensa di migliorarla con una "new town" non c´è ricostruzione possibile. La ricostruzione di case e chiese, palazzi e monumenti, strade e piazze per restituire la città come bene comune, dev´essere prioritaria, perché la città è prima di ogni altra cosa storia e cultura, lavoro e natura di chi ci vive.

Dispersa nella campagna la città non esiste più. Non confondiamo e non solo all´Aquila, la periferia, lo "sprawl" urbano (vale a dire la dispersione delle abitazioni), per città. Neppure barattiamo le new town quale esempio di moderna ricostruzione. Prima ancora che le new town riescano a diventare città saranno vecchie e obsolete. E da demolire. Forse allora si riuscirà a restituire-ricostruire la città: ricostruire i suoi rapporti e quel senso di civile responsabilità che la dispersione periferica dell´urbanizzato ha distrutto.

Gli esempi stranieri, anche quando si riferiscono a grandi metropoli, vanno in una direzione diversa, se non opposta. Negli ultimi cinquant´anni Los Angeles, Chicago, Tokyo si sono ricostruite su sé stesse. Un identico fenomeno ha investito le grandi città cinesi. Gli abitanti sono cresciuti a dismisura, in qualche caso sono triplicati in un numero limitato di decenni. Ma, appunto, la ricostruzione è avvenuta sul già costruito e così i nuovi organismi, pur completamente cambiati, hanno mantenuto la stessa struttura. Per esempio, Tokyo è rimasta una città di città. In parte anche Los Angeles ha riprodotto il proprio sistema formativo.

Da noi è avvenuto il contrario. Dal centro della città si sono staccate le periferie, che sono rimaste corpi separati. Periferie c´erano anche a L´Aquila. E, prima delle periferie, c´era una sistema fondato su un centro molto prestigioso e su alcune decine di frazioni. Con le new town non c´è nessuna ricostruzione, ma solo la costruzione di una città fatta solo di periferie. Il resto sono macerie.

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