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Teresa Cannarozzo
La ricostruzione del Belice: una chiave di lettura
11 Giugno 2008
Articoli del 2008
Gli errori compiuti in 40 anni d’investimenti sbagliati: modelli di sviluppo insensati e sterili, ignoranza delle risorse locali. Scritto per eddyburg e per la Repubblica, Palermo, 15 gennaio 2008 con postilla

A quaranta’anni dal terremoto del Belice (14 gennaio 1968 – 14 gennaio 2008) la ricostruzione continua a inghiottire risorse finanziarie e la mancanza di lavoro alimenta l’emigrazione: l’ultima finanziaria dello stato ha destinato alla ricostruzione 50 milioni di euro per la realizzazione di opere pubbliche e 100 milioni di euro per l’edilizia residenziale privata.

La storia infinita della ricostruzione del Belice è emblematica del fallimento delle politiche attuate dallo Stato a favore del Mezzogiorno e di quelle non meno fallimentari messe in atto dalla Regione Siciliana. Ma è anche emblematica del fallimento delle proposte di molti urbanisti e architetti, siciliani e non, che con maggiore o minore buona fede e con diversi gradi di coinvolgimento, si sono cimentati nella ricostruzione, disegnando piani territoriali, ideando nuove città, progettando architetture.

Riteniamo di avere individuato alcune circostanze e responsabilità che hanno condizionato negativamente la vicenda della ricostruzione. Esse riguardano la demolizione sistematica subito dopo il terremoto di un gran numero di edifici di interesse storico ed artistico, portata a compimento con troppa fretta per motivi di presunta pericolosità; la miopia dello Stato nell’impostare la politica di sviluppo del Belice con scelte verticistiche e modelli astratti; la voracità della Regione Siciliana nell’ampliare a dismisura le aree terremotate con la conseguente dispersione dei finanziamenti statali; il ricorso esagerato al trasferimento degli insediamenti in aree spesso molto lontane dalle città distrutte o danneggiate; l’utilizzazione di modelli urbanistici sovradimensionati ed estranei alla cultura insediativa locale per il disegno dei nuovi centri urbani; la megalomania e l’autoreferenzialità diffusa in molti degli architetti coinvolti, convinti che la qualità delle loro opere avrebbe creato magicamente spazi e ambienti attraenti e vitali; il meccanismo perverso di finanziamento e di esecuzione dei lavori pubblici, causa di tempi biblici di attuazione degli interventi; la leggerezza di alcuni sindaci, soddisfatti comunque di aprire qualsiasi cantiere per qualsiasi progetto.

Dopo il terremoto, le proposte di assetto territoriale della Sicilia occidentale furono orientate dall'analisi dei processi di spopolamento verificatisi nei centri più piccoli a favore dei centri medi come Sciacca e Castelvetrano. Si propose pertanto di aggregare gli insediamenti in conurbazioni di media dimensione, disposte lungo direttrici di sviluppo, ritenendo in tal modo di razionalizzare la dotazione di infrastrutture e attrezzature in funzione di bacini di utenza di ampiezza maggiore.

Lo sviluppo economico doveva essere assicurato da previsioni di insediamenti industriali, terziari, residenziali e turistici e da una grandiosa infrastrutturazione viaria. La risorsa dell'agricoltura, una delle poche presenti e radicate che poteva essere concretamente potenziata, fu del tutto trascurata: la soluzione dei problemi dell'irrigazione e la costruzione delle dighe sul Belice, di cui si era cominciato a parlare nel 1929, ripetutamente dibattuti e tenacemente rivendicati dalle forze popolari, non furono minimamente presi in considerazione. Tra le previsioni più cervellotiche anche quella di trasformare in porto industriale il porto peschereccio di Mazara del Vallo.

L’auspicato sviluppo industriale e turistico non si è realizzato, ma i criteri posti a base della pianificazione del territorio e della progettazione urbanistica delle nuove città hanno indotto un gigantesco spreco di suolo, foriero di sontuosi indennizzi per espropri sconfinati, hanno ipotizzato ciclopiche reti infrastrutturali e proposto attrezzature generalmente sovradimensionate e spesso destinate ad attività improbabili.

La ricostruzione è stata anche una straordinaria e tragica occasione che ha generato una mole sterminata di commesse pubbliche per urbanisti, architetti, ingegneri, in un arco temporale molto ampio e ha prodotto alcuni risultati dovuti alle prestazioni dei più noti progettisti italiani nel campo dell’urbanistica e dell’architettura (Giuseppe e Alberto Samonà, Ludovico Quaroni, Vittorio Gregotti, Tommaso Giura Longo, Carlo Melograni, Franco Berlanda, Franco Purini e tanti altri) che meriterebbero ulteriori analisi.

Ci sembra che l'errore più diffuso e praticato dalla committenza politica e dai progettisti, in tutte le fasi della ricostruzione, sia stato quello di proporre soluzioni urbanistiche e progetti architettonici senza porsi minimamente il problema della conoscenza della realtà sociale, economica e perfino fisica del territorio, e senza avvertire la benché minima necessità di formulare risposte che tenessero nella dovuta considerazione i problemi e le aspettative delle comunità locali. Anche se con motivazioni diverse si trattò di un atteggiamento comune, in momenti successivi, sia agli urbanisti che agli architetti, ai quali per altro la committenza pubblica non indicava percorsi e metodi più impegnativi.

Tra le infrastrutture viarie previste sono state realizzate solamente l’autostrada Palermo-Trapani (compreso il tratto tra Palermo e l’aeroporto), l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo e la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Quest’ultima, completata alla fine degli anni ’90, impiegando per la sorveglianza nei cantieri i soldati dell’operazione Vespri Siciliani, sembra l’opera più utile di tutta la ricostruzione perhè ha consentito al territorio del Belice di uscire da una condizione di oggettivo isolamento.

Oggi, nonostante gli scempi del terremoto e quelli provocati dall’opera dell’uomo, nonostante la perdurante presenza di ruderi e rovine, la valle sembra essere risorta come territorio agricolo produttivo intensamente coltivato a vigneti e oliveti, attento alle colture biologiche e costellato da insediamenti agrituristici. Altri segnali positivi vengono dalla nuova generazione di amministratori locali, che affrontano con coraggio e consapevolezza la gestione di un’eredità difficile rappresentata dai nuovi insediamenti con migliaia di case vuote, da centri storici ridotti a siti archeologici, da opere d’arte arrugginite, da ettari di suoli cementificati che costituivano le basi delle baraccopoli.

Comincia finalmente a emergere un progetto complessivo di sviluppo locale che cerca di riannodare i fili con le radici culturali delle comunità; l’apertura di un museo nel castello Grifeo, a Partanna, avvenuta nel dicembre 2007, è una significativa testimonianza di questo processo. Il superamento dell’assistenzialismo e l’avvio di un nuovo protagonismo produttivo sono leggibili anche nella realizzazione di un parco eolico che alimenterà le entrate dei comuni interessati e le inziative nel campo della raccoltà differenziata dei rifiuti, accolte dalla popolazione con favore e spirito di collaborazione.

Palermo 16 gennaio 2008

postilla

Il meccanismo del progettista o ahimé anche pianificatore "paracadutato" sul territorio locale, che opera senza particolari rapporti di scambio e interazione con il contesto sociale, introducendo modelli e metodi vuoi standardizzati, vuoi concepiti e sperimentati altrove, non è certo limitato all'esperienza della ricostruzione del Belice. Basta del resto scorrere la pubblicistica specializzata dell'epoca per verificarne anche una base, per così dire, "teorica", oltre che nelle pratiche professionali e decisionali. Vicende diverse, hanno modo di svilupparsi soprattutto là dove le reti sociali, economiche, di rappresentanza locale, hanno forza e volontà per imporsi e instaurare un conflitto produttivo con questo genere di "governo del territorio".

Solo per fare un esempio quasi contemporaneo all'inizio delle vicende della valle del Belice, qui su eddyburg nelle Pagine di Storia si vedano i primi testi relativi alla formazione del Parco del Ticino, dove il ceto medio lombardo emergente inizia ad esprimere in forme moderne questo tipo di conflittualità (f.b.),

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