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Gad Lerner
La regressione culturale
5 Settembre 2008
Articoli del 2008
Ancora un’espressione di sacrosanta indignazione per il degrado sociale e culturale dell’Italia berlusconiana. Accumulano tizzoni ardenti sul loro (e sul nostro) capo. La Repubblica, 5 settembre 2008

L’Europa assolve il governo italiano perché fortunatamente non ha fatto quel che in ripetute dichiarazioni pubbliche il suo ministro degli Interni si era riproposto di fare: la raccolta generalizzata delle impronte digitali di tutti gli abitanti dei campi nomadi, compresi i bambini.

La lettura del rapporto inviato il 1° agosto da Roma a Bruxelles ha dato modo di verificare le modalità del censimento nei campi nomadi e – si badi bene – «di correggere tutte le misure che potevano dare luogo a contestazioni». Limitando «solo a casi estremi» il rilievo dei dati dattiloscopici dei bambini, quando siano «strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione».

L’Italia evita così il disonore di un richiamo comunitario alle più elementari regole di civiltà, e non possiamo che gioirne. Senza dimenticare però l’insistenza con cui Roberto Maroni, fra giugno e luglio, aveva più volte sottolineato la necessità di prendere le impronte dei bambini rom. Quando il suo annuncio sollevò le prime contestazioni, il ministro rincarò la dose: lo facciamo per il loro bene, solo così li sottrarremo allo sfruttamento dei genitori criminali. Infine, dopo un voto del Parlamento europeo e le perplessità manifestate dagli stessi prefetti incaricati di applicare il provvedimento, la raccolta delle impronte è stata derubricata a extrema ratio. Ma silenziosamente, alla chetichella, lasciando che fra i cittadini esasperati continuasse a circolare la certezza di un governo che non si lascia commuovere da quelle manine, viste troppe volte frugare nelle tasche e nelle borse dei malcapitati.

La genericità con cui il censimento e la nomina dei Commissari prefettizi è stata riferita a non meglio precisati “campi nomadi”, ha consentito di aggirare l’accusa di discriminazione su base etnica o religiosa. E nel frattempo gli altri ministri del governo Berlusconi, seguiti dai sindaci più fantasiosi, sono subentrati con una raffica di ulteriori emergenze, tutte da affrontare con la divisa e tutte ispirate al medesimo principio: abbiamo vinto nettamente le elezioni e dunque procediamo al ripristino del principio di autorità. Dopo i rom viene il turno dei clandestini, dei fannulloni, dei cattivi in condotta. E siccome gli annunci di tolleranza zero si nutrono dell’innovazione linguistica, diventa importante anche cambiare il nome alle cose: i Centri di permanenza temporanea diventano Centri di identificazione e espulsione, così come i poveri amministratori locali deprivati dell’Ici potranno consolarsi fregiandosi di una simbolica stella da sceriffo.

Era prevedibile che l’opinione pubblica manifestasse forte sintonia – finalmente! – con l’annuncio della fine del lassismo. Pur senza illusioni sul ripristino della sicurezza pubblica: intanto accontentiamoci che le autorità politiche indichino per nome e cognome le categorie colpevoli, ponendo fine all’indulgenza. A cosa serve lo Stato se non, innanzitutto, a sorvegliare e punire? L’integrazione, il recupero, l’assistenza, sono lussi che possono permettersi solo i privilegiati. Le culture solidariste sono ferrivecchi destinati alla discarica, insieme alla sinistra.

Per questo il presidente della Camera viene trattato come un guastafeste quando conferma il suo orientamento favorevole a riconoscere il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da un congruo numero di anni sul territorio nazionale. I suoi stessi compagni di partito hanno liquidato con malcelato fastidio come “opinione personale” la sua apertura alla proposta di Walter Veltroni. Ma come? Proprio ora che otteniamo il via libera pure dalla Commissione europea, tu vieni a romperci con i diritti degli immigrati (vincolati ai doveri, ça va sans dire)? Prima ancora di Berlusconi e Maroni è il coordinatore di An, Ignazio La Russa, a precisare che «per noi la priorità resta la lotta all’immigrazione clandestina». Come se fosse plausibile un contrasto efficace dei residenti senza documenti validi che non contempli certezze di diritti riconosciuti: ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno validi anche per chi ha provvisoriamente perduto il lavoro, voce in capitolo sulle scelte amministrative nel luogo in cui si risiede da anni, procedure codificate di accesso alla cittadinanza italiana, luoghi di culto dignitosi e adeguati.

Tutto ciò, e non solo il diritto di voto alle elezioni amministrative, resta fuori da un programma di governo che viceversa ritiene di trarre legittimità da una cultura di sottomissione degli immigrati alla comunità nazionale. Una comunità che non può fare a meno della loro manodopera ma che al tempo stesso si dichiara satura e priva di risorse sufficienti alla loro graduale integrazione.

L’Italia cristiana che ritiene di avere già fatto troppo nel campo dell’accoglienza, incapace di commuoversi davanti agli annegati e infastidita da chi nomade non lo è certo per vocazione, trova nei suoi governanti – tornati detentori dell’autorità – gli inconsapevoli fautori di un pensiero antico. Basta leggere La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa, del compianto Bronislaw Geremek (Laterza), per notare il recupero in atto di certe dottrine medievali: distinguere i “poveri vergognosi”, caduti in disgrazia nell’ambito della nostra comunità e dunque meritevoli di pubblica compassione, dai forestieri vagabondi e parassiti, indegni di ricovero e elemosina, tanto meno di diritti.

Rischiamo una regressione culturale da cui non ci salverà la benevolenza dell’Ue. Perché l’ingiustizia nei confronti dei più deboli prima o poi genera conflitti, e allora le aspettative suscitate da un governo miope moltiplicheranno il rancore sociale.

Vedi anche gli articoli di Eugenio Scalfari, Giuseppe De Rita, Luciano Gallino e Nadia Urbinati , Furio Colombo, Ilvo Diamanti e Massimo L. Salvadori

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